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Donald Trump contro l’accordo di Parigi

L’accordo sul clima raggiunto alla COP21 di Parigi – siglato il 15 dicembre 2015 da 133 stati, firmato da 194 – è stato ratificato dagli Stati Uniti il 3 settembre 2016 ed è in vigore dal 4 novembre 2016

Le dichiarazioni di Trump contro l’accordo di Parigi sul clima (e per un programma di lavori di pubblica utilità e un riarmo mai visto prima) confermano quanto promesso in campagna elettorale e smentiscono alcune dichiarazioni possibiliste dopo la vittoria e prima dell’insediamento. Tillerson, ministro degli esteri, già Amministratore Delegato Exxon, una delle figure emblematiche di questo governo di miliardari e di generali, ha preso un po’ le distanze citando le difficoltà giuridiche e diplomatiche di una uscita. L’accordo infatti, raggiunto il 15 dicembre 2015 da 133 stati, firmato da 194, è stato ratificato dagli Stati Uniti il 3 settembre 2016 (prima dell’Italia, che lo ha ratificato l’11 novembre) ed è in vigore, per chi lo aveva già ratificato, dal 4 novembre 2016 (vedi link).

Per l’Italia è in vigore dall’11 dicembre.

Anche se tutti rispettassero gli impegni assunti le prospettive però non sarebbero rosee. Infatti, con i tagli pattuiti, le emissioni non consentirebbero di contenere l’aumento di temperatura entro i 2°C (vedi terzo link). Bisogna fare molto di più.

Se si resta al passato, non perfettamente noto ma sempre più noto del futuro, la situazione mondiale, ed italiana, al 2015 (vedi secondo link) non è confortante. L’unico elemento positivo consolidato sembra essere la riduzione (-2%) della produzione di acciaio, e quindi di carbone da coke, in Cina. Il consumo mondiale di petrolio ha raggiunto i 94,6Mb/g, con un aumento di 1,8Mb/g, grazie alla caduta del prezzo nel 2014. Se diminuisce il consumo di carbone da vapore in India, diventata il primo importatore, aumenta di molto quello del Giappone, che ha chiuso il nucleare. Per le energie rinnovabili (non tutte virtuose, perché il carbonio delle biomasse sempre carbonio è), il fotovoltaico resta sempre a 1/10 dell’idroelettrico come potenza installata; come energia prodotta molto di meno, per ovvi motivi di discontinuità: il sole non si può immagazzinare in laghi di luce. In Italia l’uso delle rinnovabili è addirittura diminuito.

Siamo già nel disastro, anche prima di Trump. Delle nuove testate nucleari che ti raggiungono oltre metri e metri di calcestruzzo e decine di metri di roccia ci sono i filmati in rete da tempo. Dovremmo scegliere la via per il minor disastro possibile mettendo in conto anche l’occupazione, la salute, le opere pubbliche, l’industria. Chi sta veramente male oggi difficilmente si preoccupa dei possibili disastri futuri. Dovremmo riscoprire la possibilità di una politica di sinistra, che includa la difesa dell’ambiente e quella del lavoro.

Il degrado sociale e territoriale, la spesa pubblica, le infrastrutture

Quali che siano gli atti reali futuri del governo americano, la sparata del Presidente è grave perché interrompe il clima, fosse pure di facciata, di accordi, dichiarazioni dell’Onu, consenso dei commentatori, per la limitazione dei consumi, la riduzione delle differenze, i diritti sociali e civili. E perché la ripresa della corsa agli armamenti, che sommergerebbe l’aumento più modesto del solito delle spese militari cinesi, sarebbe veramente distruttiva in sé, oltre che pericolosa per i rischi di guerra. Tutto quello che ci arriva dall’America è per definizione, per molti, modernità, bene. I già numerosi sostenitori di Trump (basta un giro in rete tra i giornali di destra e qualche occhiata in TV per scoprire, tra gli altri, Paola Tommasi, passata dalla Bocconi a Brunetta, alla campagna elettorale di Trump) possono moltiplicarsi. Il programma di riarmarsi, cacciare gli stranieri, difendere noi contro loro, può diventare dominante e accompagnarsi al rifiuto di difendere l’ambiente, l’aria, l’acqua, le città, il paesaggio, di ridurre il consumo di energia.

Forse però Trump almeno un merito lo ha avuto: ha riaffermato la possibilità di fare una politica economica anziché sostenere la provvidenziale onnipotenza del mercato. I nostri maggiori giornali (e i governanti) restano seguaci fedelissimi del neoliberismo. Il governo, il pubblico, possono solo dare bonus e sconti fiscali; le altre scelte deve farle il mercato, che le fa meglio. L’unico metro è la competitività: bisogna ridurre il costo del lavoro, cioè pagare meno i lavoratori; ridurre il cuneo fiscale, cioè tagliare i contributi e perciò le pensioni. Trump invece fa annunci atroci, omicidi; ma dichiara di poter uscire dal degrado. Anche per questo ha vinto le elezioni.

Alcune iniziative annunciate per limitare la scomparsa dell’industria, rifare le strade, i ponti e le città sono risposte ad emergenze trascurate da decenni. Il quadro fosco del basso livello di attività in America che Trump ha tracciato da candidato è vero (digitare Where have all the workers gone per i numeri). Oggi lo rovescia descrivendo gli effetti meravigliosi delle sue politiche (glittering, dice delle nuove strade e delle città rinate). Si direbbe però che le decisioni di spesa siano delegati ai miliardari amici del presidente: petrolieri e costruttori, non ad un’autorità pubblica. Certo almeno alcune delle scelte di Trump e le idee di alcuni consiglieri, come Bannon, somigliano molto al nazismo; ci somigliano anche le idee di alcuni leader politici europei ed italiani. Ma le specificità naziste di Hitler erano il razzismo, gli omicidi, la repressione, il riarmo, non il programma di lavori pubblici. Bisogna scegliere i lavori pubblici giusti da fare. In Italia è possibile fare strade, ferrovie, ricostruzione, regolazione dei fiumi invece del TAV e del Ponte di Messina, la cui società è sempre lì (e Renzi l’ha rimessa all’ordine del giorno nello scorso autunno). Riparare strade, ricostruire paesi, consuma energia, ma crea lavoro e benessere. Consumarla per fare stadi e giochi è molto peggio. Ad un piano industriale e dei servizi dovremmo continuare a pensare, come Sbilanciamoci ha sempre fatto, cercando di consumare poca energia e di tenere conto dei vincoli di bilancio, che Trump può ignorare un po’ più di noi. L’Italia e l’Europa all’accordo non hanno rinunciato neppure nelle dichiarazioni.

Proviamo almeno ad uscire dal degrado culturale, dal sonno dogmatico, a distinguere, come fanno già Sanders in America e Corbyn e alcuni commentatori britannici.

Un caso che non si può ignorare

La catastrofe del terremoto e della neve riguarda in parte il pezzo d’Italia in cui sono nato e vissuto, che un po’ conosco. Le case sbriciolate di Amatrice, come quelle di Onna, erano fatte come quella di mio padre, dove sono nato e vissuto per 18 anni, fino a 60 anni fa. Da allora i paesi si sono spopolati, sono diventati meno autonomi, sono stati intonacati all’esterno, magari dotati di servizi igienici, ma rimasti friabili nelle strutture. E’ cresciuto il turismo; sono nate industrie sulla costa, qualche volta estremamente inquinanti, come nella valle del Pescara, ma sono spariti centri di lavorazione della ceramica secolari, come Castelli, i cui artigiani avevano una tavolozza propria (cioè minerali che cotti davano i colori desiderati). Prendevano l’argilla dal monte Camicia, alla cui base, in fondo a un canalone, a Rigopiano, una baita trasformata in albergo è diventata tragicamente famosa per una valanga. I pastori sono diventati pochi ma sono comparsi gli allevamenti di maiali di migliaia di capi, col tetto incongruamente piatto, in una delle zone più piovose e nevose d’Italia.

Negli anni ’40, qualche chilometro più a nord, i montanari si erano mobilitati per la grande industria, per fornire energia alla siderurgia di Terni. Tra i sindacalisti che li guidavano c’erano Vittorio Foa e il segretario della CdL di Teramo, Tom Di Paolantonio.

Oggi è come se tutti avessero perso la memoria; come se non ricordassero la neve, il fango, le frane, la capacità di essere autonomi. Anche muoversi freneticamente in macchina per qualsiasi cosa, dalla Sanità al cibo, come all’Aquila dopo il disastro, consuma energia.

Per ricostruire ci vorrà un movimento politico, una scelta culturale, urbanistica, ecologica, ma, ancora prima, sociale. Non si possono rifare i paesi senza il consenso e senza un piano. Con i sussidi, gli incentivi, i rimborsi ai singoli, continueranno a fotografare le macerie, o faranno un monumento, come a Gibellina.

 

Link utili

http://unfccc.int/paris_agreement/items/9444.php

http://dgsaie.mise.gov.it/dgerm/downloads/situazione_energetica_nazionale_2015.pdf

http://www.iea.org/newsroom/news/2016/november/world-energy-outlook-2016.html

 

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