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Usa, il programma economico di Trump

Dall’ostilità verso i trattati commerciali alla volontà di tagliare le tasse alle imprese. Una analisi del programma economico del neopresidente Usa

Individuare con una certa accuratezza il programma economico che Donald Trump intende portare avanti appare un esercizio complicato. Questo per diverse ragioni.

Intanto perché c’è la sostanziale vaghezza di almeno alcuni punti delle sue enunciazioni programmatiche, ciò che appare, peraltro, abbastanza usuale nel caso di molti progetti politici, ma che in questo caso è aggravata dai grandi mutamenti che il neo-eletto preannuncia; di solito poi le azioni effettive dei governanti si scostano quasi sempre, almeno per una parte, dai programmi annunciati all’inizio, sia per ragioni opportunistiche, che per la realtà degli equilibri in gioco e degli interessi con cui ci si deve confrontare ex-post; infine, in particolare in alcuni campi, il presidente Usa ha poteri limitati e molte delle decisioni devono passare per il Congresso, che pur essendo a maggioranza repubblicana, su alcune questioni importanti ha delle idee differenti da quelle di Trump. Questo peraltro non appare certo un elemento consolatorio, visto che gli stessi repubblicani su molti temi hanno idee persino peggiori di quelle pessime del magnate.

Purtuttavia, alcune cose sembrano abbastanza assodate ed appare difficile che il presidente e il congresso tornino sui loro passi su di esse, mentre altre si presentano come più incerte. In queste note cerchiamo così di intravedere almeno alcune delle decisioni che si vanno preparando.

Il commercio

Trump si è dichiarato ostile ai trattati commerciali tra gli Stati Uniti da una parte e, rispettivamente, Asia e America Latina dall’altra per quanto riguarda il TPP ed Europa per quanto riguarda il TTIP; su questa questione è difficile che egli torni indietro, visto anche l’impegno che ha messo negli scorsi mesi sulla questione. Dobbiamo confessare che la notizia ci fa un certo piacere, come farà piacere a tante forze presenti nel nostro continente e ovviamente alla Cina, contro cui tali patti erano in sostanza mirati.

Egli ha anche dichiarato che cancellerà o chiederà forti cambiamenti al Nafta, il patto commerciale in essere da tempo con il Messico e il Canada –accusato dal nuovo presidente di essere all’origine della perdita di milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. Parallelamente ha promesso di mettere dazi all’importazione dei prodotti messicani sino al livello del 35% e di quelli cinesi sino al 45%, misure che comunque devono passare per il Congresso. Per quanto riguarda i dazi alla Cina apparentemente gli Stati Uniti sono in una posizione di forza, visto che le esportazioni del paese asiatico negli Stati Uniti sono pari a circa quattro volte a quelle statunitensi nell’altra direzione. Ma la Cina potrebbe fare comunque molto male a diversi produttori americani (Bradsher, 2016) quali la Boeing, le case dell’auto e della componentistica, gli agricoltori, le imprese che importano vaste quantità di semilavorati; potrebbe inoltre bloccare l’esportazione di alcune materie prime strategiche, nonché annullare l’ acquisto di titoli di stato pubblici statunitensi, cosa quest’ultima che potrebbe provocare un vero cataclisma sui mercati. Inoltre, le esportazioni cinesi sarebbero, almeno in parte, sostituite da quelle di altri paesi, mentre negli Usa mancano ormai del tutto le filiere produttive in molti settori. Ci sembra alla fine una mossa che porterebbe al caos interno ed internazionale. Particolare piccante: Trump ha molti debiti ed, in particolare, ha ottenuto un prestito da un miliardo di dollari da un consorzio di cui è parte importante la Bank of China. Ma forse Usa e Cina troveranno un accordo; così qualcuno (Zingales, 2016) ipotizza, ad esempio, che il paese asiatico sarà spinto ad accettare delle restrizioni “volontarie” alle sue esportazioni, come fece a suo tempo Reagan con il Giappone ed, in cambio, gli Stati Uniti daranno mano libera alla stessa Cina in Asia.

Su di un altro piano, se alcuni lavori di fabbrica potranno tornare a casa in ragione delle nuove tariffe, un numero più grande di posti si perderanno perché gli americani avranno un minore potere di spesa. Uno studio del Peterson Institute mostra che, invece di portare più lavoro negli Stati Uniti, le tariffe di Trump risulterebbero in una guerra commerciale che costerebbe all’economia cinque milioni di posti di lavoro in meno e potrebbe portare alla recessione (Rattner, 2016). In particolare, bisogna ricordare che le esportazioni Usa portano con loro 12 milioni di occupati nel paese.

Le tasse

Si tratta di un altro punto strategico del programma di Trump, che ha promesso drastici tagli delle aliquote sui profitti di impresa. Attualmente quella massima è al 35% e Trump la vuole ora portare al 15%. Per quanto riguarda gli utili conseguiti all’estero, essi sino ad oggi tassati con la stessa aliquota di quelli interni, ma solo al momento del loro rientro in patria. Per questa ragione circa 2500 miliardi di dollari di profitti arretrati sono parcheggiati nei vari paradisi fiscali. Trump ha dichiarato di voler tassare tali somme soltanto al 10%, ciò che porterebbe presumibilmente ad un rimpatrio di somme molto rilevanti. Tutto questo ovviamente potrebbe rilanciare, se ancora ce ne fosse bisogno, la guerra fiscale tra i vari paesi e ne uscirebbe tra l’altro a pezzi il tentativo di coordinamento fiscale in atto da diversi anni da parte dell’Ocse. Per i privati le aliquote massime dovrebbero ribassare dal 39,6% al 33%, ciò che di nuovo favorirebbe soprattutto i ricchi. E’ stato infatti calcolato che tali cambiamenti, mentre farebbero risparmiare ai più benestanti in media il 14% del loro carico fiscale, per la classe media comporterebbero delle riduzioni minime (Wolf, 2016). Ricordiamo che prima dell’avvento di Reagan le aliquote massime raggiungevano l’80-90% e l’economia apparentemente non ne soffriva molto.

I settori: farmaceutici, petrolio e ambiente, finanza

La politiche del nuovo presidente avvantaggerebbero in particolare alcuni settori di business. Ne dovrebbe intanto approfittare quello farmaceutico, ora che sono caduti gli anatemi della Clinton che voleva riformare pesantemente il comparto, per evitare in particolare i forti aumenti dei prezzi dei farmaci cui si erano dati di recente molte case.

Si avvantaggerebbe anche quello petrolifero e del gas, in relazione al fatto che Trump ha dichiarato di credere che i cambiamenti climatici siano una favola messa in giro dai cinesi per danneggiare le imprese americane. Egli promette ora di rimettere al lavoro i minatori del carbone e gli operai siderurgici, di far ripartire l’oleodotto Keystone che Obama aveva bloccato e di mettere a capo del settore dell’energia un operatore tra i più noti nel campo del petrolio da scisti.

Ma la cosa forse più terribile è quella che Trump vuole denunciare gli accordi sul clima di Parigi e gli aiuti federali al settore delle energie verdi, una decisione che sarebbe certamente tragica per il mondo intero.

Un’altra notizia ferale per tutti è quella che, per quanto riguarda il settore finanziario, c’è la promessa di Trump di voler cancellare le pur timide riforme di Obama dopo i guasti prodotti da Wall Street e che avevano contribuito a portare alla crisi; si parla in particolare di annullare o di emendare fortemente il Dodd-Frank Act. Si pensi poi che a dirigere il settore potrebbe andare proprio uno dei grandi banchieri di Wall Street che non vogliono sentir parlare di riforme. Avremo così un capo pompiere piromane. Peraltro, ad onor del vero, la posizioni di Trump non appaiono del tutto chiare ed a tratti è persino sembrato che egli voglia controllare meglio il settore finanziario; qualche tempo fa ha in effetti dichiarato che era necessario reintrodurre la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Staremo a vedere.

Altre questioni

Nei programmi c’è la solita litania della creazione di 25 milioni di posti di lavoro in dieci anni e quella dell’aumento dei tassi di crescita dell’economia, che dovrebbe passare dal 2% attuale al 3,5%-4% annuo. Il 4% mal si concilia peraltro con una politica monetaria che si annuncia più restrittiva.

Per quanto riguarda la riforma sanitaria di Obama, Trump aveva dichiarato che essa andava dismessa e sostituita. Ma successivamente egli ha sfumato le sue parole: solo alcuni aspetti della riforma verrebbero cancellati. Ne soffrirebbero comunque i meno abbienti.

Nessuno è ancora riuscito a capire come farà Trump a far quadrare i conti pubblici. Intanto il ribasso delle imposte dovrebbe comportare minori entrate per 5,9 trilioni di dollari in dieci anni. Il nuovo presidente pensa che tale provvedimento porterà ad un rilancio dell’economia, ma noi temiamo che, come in passato in casi analoghi, esso si tradurrà invece in distribuzione di dividendi, riacquisto di azioni proprie e misure analoghe. C’è poi la promessa di un forte aumento degli stanziamenti per le infrastrutture, azione in se commendevole, che potrebbe comportare, se abbiamo ben capito, circa un trilione di dollari di maggiori spese sempre in dieci anni. Ma sembrerebbe che il partito repubblicano sia contrario a tale misura. Si è anche parlato di un aumento delle spese militari senza avanzare delle cifre; potremmo prudentemente aggiungere qualche trilione ancora in dieci anni. Infine Trump promette di aiutare in misura rilevante le classi disagiate.

Come saranno coperte tali enormi maggiori spese? Con un rilevante aumento dei debiti? Con tagli ai servizi pubblici, che comunque ci saranno certamente? Incidentalmente, il debito è già al 104% del pil e i repubblicani si sono sempre dichiarati più volte scandalizzati da tale situazione.

Le classi dirigenti dei paesi occidentali, come degli apprendisti stregoni, si trovano di fronte alle conseguenze non certo brillanti dei processi di globalizzazione, di innovazione tecnologica, di aumento delle diseguaglianze, da loro portati avanti nel tempo. Una delle conseguenze perverse ma logiche di tali tendenze è costituita ora dall’elezione di Trump, elezione resa possibile dai voti di coloro che si sono sentiti fortemente danneggiati da tali fenomeni e che ora sono presi da un sentimento di rivolta.

Sul piano economico tale elezione potrebbe avere pesanti conseguenze e portare così anche ad una marcia indietro nei processi di globalizzazione (che, peraltro, chi scrive, come tanti altri, vorrebbe profondamente riformata), alla destabilizzazione del sistema finanziario, all’indebolimento delle finanze statunitensi con parallela crisi di fiducia nel dollaro, probabilmente anche alla destabilizzazione dell’economia mondiale (Wolf, 2016). Inoltre i progetti di aumenti dei dazi, di riduzioni fiscali e di blocco all’immigrazione porterebbero più soldi ai ricchi, ridurrebbero l’occupazione, spingerebbero in alto l’inflazione (Rattner, 2016).

Per altro verso, Trump sembra avere ripreso una vecchia tradizione statunitense, già rilevata da Werner Sombart ai primi del 900 (Lacorne, 2016), che è quella di etnicizzare i conflitti di classe per cercare di sbarazzarsene, operazione che sembra, almeno per il momento, ancora una volta riuscita. Si è trattato comunque di far intravedere un’illusione di cambiamento che dovrebbe riscattare i danneggiati e gli esclusi, mentre invece la realtà, come sempre, li tradirà.

Su di un altro piano, la vittoria della Brexit prima, ora il trionfo di Trump, infine le minacce che aleggiano in Europa, sembrano sempre più configurarsi come atti di una guerra del Nord che cerca di erigere muri contro un Sud che tende a debordare da tutte le parti (Cusset, 2016). Il risultato finale appare in ogni caso molto problematico.

Il nuovo presidente ha promesso di restaurare l’America delle ciminiere, ma ovviamente non ci riuscirà. E’ molto difficile uscire da una mondializzazione di cui peraltro gli americani di tutte le tendenze sono stati i primi promotori; i legami con il resto del mondo sono troppo forti. Il problema è che, per altro verso, le classi dirigenti Usa pensavano di dominare il mondo economicamente e politicamente, ma alla fine non ci sono riusciti e la macchina gli si è rivoltata contro. Probabilmente, ci dirigiamo verso un periodo di grande confusione e disordine.

Può essere opportuno a questo punto chiudere con una slogan divulgato negli ultimi giorni dal settimanale The Nation: portare il lutto, resistere, organizzarsi; questo pur sottolineando che, se avesse vinto la Clinton, non avremmo certo intonato canti di gioia.

 

Testi citati nell’articolo

-Bradsher K., In trade war with China, Trump has leverage, The New York Times, 12-13 novembre 2016

-Cusset F., Una démocratie qui se nourrit de la guerre, Le Monde, 11 novembre 2016

-Lacorne D., Le candidat a réactivé la xenophobie des années 1900-1920, Le Monde, 11 novembre 2016

-Lauer S., Trump président vs Trump businessman, Le Monde, 13-14 novembre 2016

-Rattner S., Trump’s economic prescription, The New York Times, 12-13 novembre 2016

-Wolf M., The economic consequences of Mr Trump, www.ft.com, 10 novembre 2016

-Zingales L., La via americana di una « nuova » crescita e i rischi per l’Italia, Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2016

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