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Terza Repubblica? Un interrogativo per la sinistra

L’Italia del dopovoto/ Il messaggio più rilevante che arriva dalle urne è la sfiducia nella classe politica di sinistra quale garante di un futuro accettabile. Frutto del suo lungo ottimismo nelle regole di mercato per estendere il benessere sociale.

Non vi è alcun dubbio che abbia ragione Mario Pianta nell’individuare nella paura e nella povertà i fattori che hanno condizionato i risultati di queste elezioni. Così come non dovrebbe esserci dubbio che paura e povertà non nascono dal nulla; che segnali in questo senso non sono mancati, anche nelle analisi ospitate da Sbilanciamoci!. Se di sorpresa si vuole parlare, essa ha riguardato la dimensione e la diffusione del fenomeno, il fatto che oltre la metà degli elettori ha dato fiducia ai progetti politici del Movimento 5 Stelle e della Lega, modificando profondamente la scena politica.

Sull’emergere di questa maggioranza sociale è necessario soffermarsi per un’interpretazione politico-sociale, anche se questo pone in secondo piano le preoccupazioni politicistiche – pur non indifferenti per il breve periodo – delle possibili/impossibili alleanze parlamentari per il governo del paese. Il concentrarsi su quest’ultimo aspetto impedirebbe di comprendere il messaggio più rilevante che si può trarre da queste elezioni: la sfiducia conclamata nella classe politica di sinistra a essere garante di un futuro accettabile. Impedirebbe di comprendere come lo smottamento della sinistra politica sia il frutto del suo lungo ottimismo che il rispetto delle regole di mercato fosse sufficiente, alla lunga, a estendere il benessere a tutti i cittadini. Un’attesa che non è si realizzata, che non poteva realizzarsi, e che la maggioranza degli elettori ha alla fine rifiutato con determinazione.

Non so se sia fondato sostenere che il 4 marzo abbia avuto inizio la terza Repubblica, ma si è certamente avviata una lunga transizione verso un qualche assetto economico e sociale ancora indefinito, ma che non corrisponde a quello che l’attuale classe dirigente italiana – l’establishment – ha finora supinamente accettato, quello risultante dai rapporti economici (globali) dominanti. Una transizione presumibilmente lunga, poiché c’è molta incertezza che i programmi dei vincitori risultino adeguati per affrontare la vera questione che abbiamo di fronte: come si possa costruire un sistema equilibrato di rapporti sociali all’interno dei vincoli di un’economia globale radicata culturalmente e organizzata politicamente.

Il compito che si pone alla “sinistra” è di fornire una risposta a tale questione all’interno del nuovo quadro politico. Non so se queste elezioni siano di aiuto alla sinistra per sgombrare il campo da interpretazioni, e relativo personale, ormai del tutto obsolete per l’indifferenza che esse hanno dimostrato nei confronti delle contraddizioni sociali. Non so nemmeno se la base sociale emersa dalle elezioni sia in grado di fornire un corpo politico capace di farsi carico dell’inevitabile conflittualità, in condizioni di inferiorità e di ritardo, tra esigenze economiche e bisogni sociali, né dei tempi lunghi che il conflitto implicherebbe, né dei compromessi necessari per ricostruire, in maniera non subalterna, un società più civile.

Ma è questo il terreno scivoloso sul quale si deve assestare una sinistra che voglia dimostrarsi ancora vitale. Non le dovrebbero mancare i riferimenti ideali – se quelli alla nostra Costituzione non sono puramente di maniera – e non dovrebbero nemmeno mancare le analisi sulla natura strutturale dell’attuale crisi sociale, ampiamente sviluppate nell’ultimo decennio anche con il nostro contributo di Sbilanciamoci!. Ma valori e analisi non sono sufficienti per una politica vincente; perché essa lo sia è necessario individuare, nella realtà della vita quotidiana, chi sono i soggetti sociali di riferimento, il possibile quadro degli interventi, le forme consapevoli per riconquistare il consenso.

Tutti problemi aperti. I soggetti sociali ai quali riferirsi non possono ridursi agli strati più deboli esclusi dalla produzione, ma devono estendersi anche ai settori, ceti medi e piccoli borghesi, che non si aspettano dall’attuale contesto produttivo che un ulteriore deterioramento del loro futuro. Il quadro degli interventi richiede una visione politica in cui l’obiettivo di riequilibrio sociale riesca, a differenza dell’esperienza recente, a tenere assieme diritti sociali e diritti civili. La ricostruzione del consenso impone una rigenerazione del personale politico della sinistra, una nuova partecipazione che, rifiutando il moderatismo anche nelle sue versioni blairiane, attivi, all’interno di una rete di entità vive, le energie di competenza e di impegno personale necessarie a interpretare le dinamiche evolutive e involutive della realtà e a rilanciare una narrazione convincente delle opportunità di trasformazione della società.

Non è ancora possibile dire se le potenzialità della sinistra sono attualmente in grado di coinvolgere l’insieme dell’intellettualità e dei corpi intermedi, sociali e sindacali, ancora disponibili per costituire quella massa critica sufficiente al necessario impatto culturale, istituzionale ed economico. La riforma delle relazioni sociali è più urgente della ripresa: nell’attuale politica dei due tempi, il secondo tempo è ora quello decisivo. Si tratta certamente di una prospettiva controcorrente; non so se ci avvierebbe a una più giusta terza Repubblica, ma certamente decreterebbe la fine di una vecchia narrazione che non tiene più.

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