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Resistere senza i metalmeccanici

In una società sempre più frammentata, impoverita, incattivita – causa il suo abbandono da parte della politica – e in cui il potenziale d’intimidazione della classe operaia sembra esaurito, la democrazia è a rischio.

Non si governa contro i metalmeccanici. Lo ebbe a dire quasi mezzo secolo fa un uomo politico d’indiscutibile intelligenza come Giulio Andreotti. Coglieva nel segno: nel paesaggio sociale e politico di quell’epoca i metalmeccanici, radunati nelle fabbriche e organizzati dai sindacati, costituivano un accumulo di potere temibile come pochi. Il loro potenziale d’intimidazione, e il traino che esercitavano sulla classe operaia in genere, erano una sorta di equivalente del monopolio della coercizione detenuto dallo Stato.

Non bisogna sottovalutare il ruolo delle idee, né delle passioni politiche. Ma le idee di rinnovamento e i grandi disegni di cambiamento del mondo hanno camminato, e si sono tradotti in grandi misure riformatrici e ugualitarie, perché hanno trovato le gambe dei metalmeccanici, e della classe operaia, che li portassero.

In realtà, molte misure riformatrici sono state introdotte anche da chi era schierato dalla parte dei dominanti, a volte per calcolo, altre volte per sincero convincimento: per prevenire la ribellione operaia; per contenere i danni prodotti alla vita collettiva dalla miseria, dalla disoccupazione, dalla malattia; per stabilizzare – le riforme keynesiane – l’instabilità del mercato opponendole la stabilità dell’azione statale.

Una società miserabile e disordinata, in preda dei capricci del mercato, non conviene neanche a molti di coloro che occupano posizioni di dominio, economico, politico, culturale. Tra i dominanti vi è pure chi sinceramente ritiene ingiusta e inaccettabile una società disordinata e miserabile. Il potenziale di intimidazione della classe operaia è stato però il presupposto ultimo d’ogni riforma.

Anche il disordine suscitato dalle mobilitazioni contadine, o dalle proteste di altri ceti, intimidiva. Ma non era così possente come quello di coloro che potevano bloccare le fabbriche, o lo era perché c’era la classe operaia. La quale per questo è stata protagonista di un buon tratto di storia europea. La grande trovata del postfordismo e del neoliberalismo è stata la sua dispersione, ovvero quella delle fabbriche, con la conseguente dissoluzione del nocciolo di energia in esse racchiuso.

Che parte hanno recitato i partiti della sinistra? Per un tempo molto lungo, insieme ai sindacati, hanno radunato e messo in valore il potenziale d’intimidazione della classe operaia rendendolo fruibile entro il regime rappresentativo-democratico: hanno aggregato attorno ad esso altri interessi e altri strati sociali. Sono stati i registi, dall’opposizione e dal governo, delle iniziative di riforma, costringendo i dominanti ostili e cooperando con quelli capaci di guardare più lontano.

La bancarotta dei partiti di sinistra è iniziata quando hanno rinunciato a proteggere il potenziale di intimidazione su cui si fondava il loro potere. Non è escluso che quel potenziale fosse indifendibile, che il progresso tecnologico escludesse ogni difesa. Ma ci sono ottime ragioni per ritenere che così non fosse. Il progresso tecnologico non ha un andamento cieco, incontrollabile e obbligato. È orientato, ed è orientato da disegni di potere. Si poteva, forse, orientarlo altrimenti.

I partiti di sinistra si sono invece convinti che l’essersi insediati al governo, o nei suoi dintorni, e l’aver accesso alle sue risorse, offrisse loro i mezzi per riprodursi elettoralmente. Mentre l’essenziale delle conquiste ottenute tramite le grandi riforme era ormai tutelato a sufficienza dai diritti scritti nelle carte costituzionali, a volte confermati internazionalmente. Quando è comparso il neoliberalismo hanno pensato pure che una potatura dei benefici del welfare fosse in fin dei conti un prezzo sopportabile. Meglio il merito dell’uguaglianza. Un po’ di riconoscimenti alle differenze, alle donne e a ogni altra minoranza, alle vittime delle infinite violenze, avrebbe colmato il buco.

La storia è ben nota. Senza combattere hanno tagliato il ramo su cui erano seduti. È iniziata da allora un’azione di smantellamento delle riforme e dei diritti stessi, che sta facendo slittare porzioni sempre più estese delle società occidentali verso la povertà e il disordine, che a lungo andare ha provocato la bancarotta dei partiti di sinistra e il degrado dei regimi democratici.

Lo slittamento non è stato incontrollato. Anzi, i dominanti lo hanno pilotato. Vi sono società, e porzioni di società, che si sono difese, perché meglio attrezzate. Spesso a spese d’altre più deboli. Ma lo scivolamento è generale. Non sappiamo quanto tempo prenderà, ma già ne subiamo le conseguenze. Che non sono circoscritte alle società occidentali.

Un solo esempio. Grazie alla globalizzazione i dominanti occidentali si sono procurati nuove opportunità di arricchimento, decisive, in coppia con la tecnologia, per liberarsi del potenziale d’intimidazione della classe operaia. La globalizzazione è stata pure accompagnata da una terribile sequenza di imprese militari su vasta scala. La devastazione che ne è seguita è però peggiore, e fors’anche più sanguinaria, delle devastazioni e oppressioni del colonialismo e dell’imperialismo. Le grandi migrazioni ne sono uno degli effetti più pericolosi.

Il disagio e il turbamento delle società occidentali li abbiamo sotto gli occhi. Gli elettori abbandonano i partiti di sinistra convenzionali. Abbandonano anche i partiti moderati. O si rifugiano nell’astensione. E molti si lasciano persuadere da chi prometta loro una qualche protezione: da Trump, da Macron, da Grillo, dai populisti d’ogni risma. I populisti di estrema destra, che sfruttano le sofferenze e il disordine, sono pertanto in rapida crescita. I dominanti si stanno adattando. Grazie a loro mettono in scena un nuovo dualismo: esclusa la sinistra, la contesa è tra destra populista e destra soft. Fanno opposizione a sé stessi.

I regimi democratici, col loro pregiato apparato di regole e di diritti, sono a rischio. L’Italia potrebbe essere la prima democrazia a cadere, come fu negli anni Venti. Ovviamente in altro modo. La storia non si ripete. Le società in cui viviamo sono troppo complicate perché le si possa comprimere e reprimere come fece il fascismo. Compressione e repressione sono possibili forse in Cina, dove peraltro le classi dirigenti sembrano aver capito che non si deve esagerare. L’hanno pure capito i dominanti occidentali, che usano forme di compressione e repressione piuttosto sottili. L’ignoranza di massa è tra esse, il disinvestimento nell’istruzione pubblica: le competenze, un po’ d’inglese e d’informatica, la cultura non si mangia. Se poi esplode il bullismo, ci imbastiamo su un bello scandalo e rimediamo con un po’ di rigore.

Donde l’abbattimento generalizzato delle capacità critiche, lo stordimento delle giovani generazioni. La miseria, la paura della miseria e dell’ignoto, l’incomprensione di quel che accade, stanno rendendo ampie porzioni delle società occidentali egoiste e malvage, e stanno persuadendo queste ultime a incoronare dirigenze politiche egoiste e malvage anch’esse, ma soprattutto capaci di sfruttare il turbamento e di alimentare egoismo e malvagità. Nell’insieme, per l’occidente e per il pianeta si prospetta un futuro di smisurato disordine. Che in buona parte è appunto disordine consapevolmente promosso e liberalizzato. Rinuncia a governare, o governare non governando.

Che fare? Qualcosa da fare c’è sempre, anche se è difficile. La cosa più sicura è che bisogna preoccuparsi sul serio. Basta con le battute, con la facile demagogia e coi rimedi facili e a basso costo. In secondo luogo: è banale, ma occorre elaborare un’idea di società alternativa a quella cui siamo sottomessi al momento. Di idee in merito ne circolano in abbondanza. A volte fare un po’ di marcia indietro è un modo per andare avanti. Il problema grave è che manca l’intesa.

Una parte ampia della sinistra, vedi il Pd, è ad esempio convinta che il neoliberalismo e la globalizzazione siano tendenze incontrastabili. Un’altra pensa, non del tutto a torto, che, visti i vincoli posti internazionalmente, si debba procedere con molta cautela. Altri ancora, la sinistra radicale, sono dell’idea che si debba comunque procedere: riabilitare l’intervento dello Stato, sostenere l’occupazione, anche a costo di scontrarsi con questa Europa che odia gli europei.

Sarà possibile elaborare un progetto condiviso? Sarebbe intanto preliminare che tutti, con pieno senso di responsabilità, la finissero di farsi guerra e provassero a riflettere insieme, anche partendo da idee opposte. Purtroppo opportunismi, rancori, incompatibilità personali ostacolano questa possibilità.

L’altra questione è come sostituire il potenziale di intimidazione della classe operaia. È possibile farlo? C’è motivo di ritenere che quel potenziale, che si esprimeva tramite il conflitto sociale, sia al momento insostituibile. L’alternativa consiste in una fioritura di resistenze frammentate, disperse, occasionali e restie a cumularsi. È forse finito, per ora, il tempo del conflitto sociale. Una resistenza di ampia portata si può condurla unicamente sul terreno elettorale.

L’aver reso preminente questo terreno, per loro più propizio, è un altro straordinario successo politico dei dominanti, che, dotati di un’arma formidabile come i media, hanno così potuto mettere fuori mercato il fascismo d’antan. Non è detto tuttavia che dei media essi ne abbiano davvero l’esclusiva, né che non ci siano altri modi per radunare il seguito elettorale imponente che servirebbe.

Le vittime dell’attuale condizione sono tantissime. Spesso non sono consapevoli di esserlo e nemmeno di quanto lo sono. La vittoria dei dominanti sta nell’averle divise, rese eterogenee, averle messe in concorrenza tra loro. Si potrà persuaderle che nella loro condizione esistenziale c’è molto di più che li unisce di quanto non vi siano motivi per separarsi? Che la responsabilità di tale condizione non è di altri poveri, come i migranti, ma dei dominanti? Che le lotte per la parità di genere e quelle per il lavoro sono complementari, non alternative? Che il regalo più prezioso che ai dominanti sia possa fare sia la guerra tra gli ultimi, i penultimi, i terzultimi e via di seguito? Serve un partito o un movimento? Chissà. Serve comunque radunare.

In altri paesi, la Spagna, l’Inghilterra, la Francia, qualcosa si è mosso. Di nuovo l’Italia dovrà essere la prima democrazia a cadere? È possibile aprire una discussione larga e approfondita, invece di piangerci addosso per i disastri che Di Maio e Salvini stanno apparecchiando? Il potere è pure come lo fanno i suoi oppositori.

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