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Il Partito sociale e il diritto alla città

Note a margine del volume recentemente pubblicato dalle edizioni dell’Asino,“Il partito sociale”, una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani

La lettura dell’introduzione di Giulio Marcon a “Il partito sociale” (edizioni dell’asino), una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani, mi ha sollecitato alcune annotazioni (laterali) ispirate dai teorici della “rivoluzione urbana”. Tra gli altri: Henri Lefebvre (Il Diritto alla città ed altre opere) e David Harley (vedi, ad esempio, Città ribelli).

Le tesi di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), fondatore del Partito Operaio Italiano (POI), sul socialismo, sulle camere del lavoro, le organizzazioni operaie, sul mutualismo e la cooperazione sociale, sono ancora di grande attualità. In particolare, la sua critica alla separatezza tra politica e questione sociale e la sua rivendicazione della centralità dell’autogestione e della democrazia dal basso.

Nell’organizzazione delle classi subalterne sono state due le strade perseguite storicamente dal movimento operaio.
Da un lato, una lunga storia di ricerca politica che mira al controllo operaio, all’autogestione, alla cooperazione e cosi via. La maggior parte dei tentativi di questo tipo, nel lungo periodo si sono però dimostrati irrealizzabili o assorbili dal sistema capitalista, malgrado gli sforzi e i nobili sacrifici che li hanno tenuti in vita. Il controllo dei lavoratori in unità produttive relativamente isolate raramente riesce a sopravvivere. Ogni spazio alternativo spontaneo, pur importante, è destinato a svanire; alla fine esso è riassorbito dalla prassi dominante.

Di fronte a questa difficoltà, gran parte della sinistra è giunta alla conclusione che la lotta per il commando dell’apparato statale sia l’unica. Lo Stato dovrebbe essere l’agente che controlla i circuiti del capitale e controlla le istituzioni, i poteri e i soggetti che gestiscono i flussi responsabili del perpetuarsi dei rapporti di classe nella produzione. Ma l’esperienza storica ha visto il fallimento dei paesi del socialismo reale e la debolezza delle socialdemocrazie nei confronti del neo-liberismo, nonché la perdita di potere degli stati-nazione di fronte ai fenomeni della globalizzazione.

È possibile trovare una via di mezzo tra le strade dell’autogestione e quella del controllo centralizzato statale, se nessuno delle due funziona come antidoto efficace al potere del capitale? Lefebvre e Harvey sostengono che la sinistra dovrebbe promuovere un movimento sociale urbano che rivendichi il diritto alla città per tracciare una via per la costruzione di un alternativa anticapitalista.

Vediamo perché e come.

Perché il diritto alla città? L’uso capitalistico dei fenomeni di urbanizzazione è funzionale al ciclo del capitale. Come conseguenza, viviamo in città sempre più divise, frammentate e conflittuali. L’urbanizzazione ha svolto e svolge un ruolo cruciale nell’assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. L’intero programma neoliberista dell’ultimo trentennio è stato orientato alla privatizzazione del controllo dell’eccedenza. L’urbanizzazione è diventata globale anche tramite l’integrazione dei mercati finanziari mondiali.

Il rapido degrado della qualità della vita urbana ci indica che oggi la crisi ha tutte le caratteristiche per essere definita una crisi urbana. Il nostro principale compito politico – suggeriscono Lefebvre e Harvey – consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente. Ma tutto ciò non può accadere senza la creazione di un forte movimento anticapitalista il cui principale obiettivo consista nella trasformazione della vita quotidiana nella città. Insomma, dal diritto alla città alla rivoluzione urbana.

Dobbiamo affermare il diritto alla città da parte degli espropriati, il diritto di cambiare il mondo e la vita, e di reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri. Questo diritto collettivo alla città (anche se la distinzione tra la città e il rurale è saltata per via dell’urbanizzazione dilagante della stessa campagna; ma ne rimane il forte valore simbolico che smuove un potente immaginario) è un diritto collettivo che può essere una parola d’ordine programmatica e un ideale politico. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono.

Dove e in quale modo si possono riunire per dare voce alle loro proteste e alle loro richieste collettive? In questi anni sono venuti alla ribalta movimenti urbani di ogni tipo che cercano di superare l’isolamento e di dare una nuova forma alla città.

Vanno costruiti meccanismi democratici alternativi per decidere come rivitalizzare la vita urbana al di fuori dei rapporti di classe dominanti. La conclusione strategica è che l’organizzazione dovrebbe pensare in termini di intervento nelle città invece di limitarsi ai luoghi di lavoro. Può sorgere una coalizione sociale e politica con una forma di organizzazione territoriale.

Dunque un “Partito sociale”, ma di quale parte della società? Gnocchi-Viani a cavallo del ‘900 faceva riferimento al proletariato. Ed oggi, quale deve essere il blocco sociale di riferimento per un partito di sinistra? Sul soggetto del cambiamento c’è un dibattito in corso tra post-operaisti e populisti democratici (vedi per le loro tesi, rispettivamente, le elaborazioni di Antonio Negri e di Carlo Formenti).

Senza sposare le tesi populiste, ritengo comunque che il blocco sociale sul quale deve poggiarsi la rinascita di un partito di sinistra a base popolare debba superare sia la vecchia centralità della fabbrica che quella dei lavoratori della conoscenza informatica mediante una presunta autonomizzazione del loro lavoro vivo dal capitale.

La classe operaia rivoluzionaria in occidente è sempre stata costituita da lavoratori urbani, piuttosto che esclusivamente da operai. Il lavoro, importante e in costante espansione, di creazione e sostegno della vita urbana è sempre più affidato a una forza lavoro non garantita e sottopagata, spesso impiegata a tempo parziale e disorganizzata. Il così detto “precariato” ha sostituito il tradizionale “proletariato”. Come affrontare la questione dei lavoratori impoveriti, precari ed emarginati, che ora costituiscono il blocco maggioritario e probabilmente più rappresentativo della forza lavoro in molte città capitaliste diventa un problema politico cruciale (in parte sovrapposto al problema delle periferie). Esiste oggi una maggioranza sociale spuria unificata dalla proletarizzazione e dalla precarietà: i lavoratori dei trasporti e della logistica, badanti e insegnanti , idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri, impiegati di banca, impiegati pubblici, ambulanti, nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti, gli sfrattati e i senza casa, i migranti, i lavoratori autonomi di terza generazione uberizzati e messi al lavoro da qualche algoritmo.

Si deve superare a sinistra una specie di feticismo rispetto alla forma organizzativa: il centralismo democratico nei partiti comunisti e socialdemocratici. Il partito sociale va costruito dal basso in un ottica federativa. Vengono citate le esperienze delle “città ribelli”, come Barcelona en comu’, Madrid, Atene, Napoli, e si propone di tessere reti di comunità, di città-comunità. Ma occorre anche riflettere sulla dialettica tra orizzontale e verticale.

Le forme organizzative orizzontali possono funzionare per alcuni problemi di una certa portata ma presto esauriscono le proprie possibilità. Secondo David Harvey dipende dalla connessione dei sistemi. Ad esempio, l’università non è un sistema strettamente connesso. Nei sistemi strettamente connessi bisogna prendere decisioni rapide: il controllo del traffico aereo; il guasto in una centrale nucleare, l’attività in campo militare degli zapatisti,…

Pertanto non basta sostenere che le organizzazioni devono essere orizzontali. Si potrebbe utilizzare la distinzione di Saint-Simon secondo cui i livelli superiori dovrebbero riguardare la gestione delle cose e non delle persone. Una linea di demarcazione difficile rispetto alle politiche reali, ma che può tornare utile.

Altro problema: ci sono municipi ricchi e municipi quasi privi di risorse. Come si organizza la solidarietà? Solo con accordi orizzontali? Insomma, serve uno Stato. E serve anche una sorta di governo globale: basti pensare al problema del cambiamento climatico. Oppure al fenomeno epocale delle migrazioni.

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