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Lavoro e politica, inchiesta sulle classi popolari

Chi è il popolo, cosa vuole, come si rappresenta. Inchiesta di un gruppo di ricercatori nelle periferie di quattro grandi città, battute tra novembre e marzo attraverso focus group e interviste in profondità. FacebookTwitterGoogle+LinkedinPinterestemailPrint

Nell’Italia degli anni post-crisi, le questioni del lavoro (mancanza o peggioramento delle condizioni), della sanità (assenza di servizi o sempre più costosi) e della casa (degrado infrastrutturale o affitti non più sostenibili) sembrano ancora rappresentare i problemi centrali vissuti quotidianamente dai settori popolari della società. Questo è ciò che emerge da una ricerca realizzata da una rete di ricercatori e attivisti (“Il Cantiere delle Idee”), che tra novembre e marzo hanno letteralmente girato l’Italia e visitato le periferie di quattro città (Milano, Firenze, Roma e Cosenza) incontrando e intervistando circa 50 persone (tramite focus group e interviste in profondità) per approfondire le condizioni sociali e il rapporto con la politica di un ampio settore, quello con maggiori difficoltà economiche, della popolazione italiana.

Sabato 19 maggio dalle 10 alle 17 a Firenze (Palazzo Bastogi – Regione Toscana, Sala delle Feste, Via Cavour 18), i/le ricercatori/ricercatrici e gli/le attivisti/e del Cantiere presenteranno pubblicamente i risultati della ricerca in un evento significativamente titolato Popolo? Chi? Al lavoro per nuove idee, partendo da un’indagine sulle classi popolari.

Il quadro che emerge dalle interviste è per molti aspetti inedito e sorprendente, e merita una seria e approfondita riflessione da parte della classe politica, in particolare di quelle forze politiche che hanno storicamente avuto nella funzione di rappresentanza del popolo e dei settori socialmente più svantaggiati, la loro ragione di esistere.

Il lavoro – dicevamo – o meglio, la sua mancanza e/o la sua precarizzazione, sembra essere la questione dirimente nel vissuto della larga maggioranza degli intervistati. Dal Nord al Sud, dalle periferie della metropoli a quelle della città di provincia, non c’è nessuno che non abbia sottolineato le difficoltà incontrate al lavoro (dall’intervistato/a medesimo/o e/o riferite ai suoi cari, vedi alla voce figli, amici e genitori) come il problema principale delle loro vita. Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo. Dieci anni di crisi economica e, soprattutto, di soluzioni politiche inadeguate alla risoluzione di questi problemi non potevano che generare e perpetrare questa generalizzata situazione di “povertà” lavorativa e sociale.

Il dato però sorprendente che emerge dalle interviste è la completa assenza della speranza di migliorare le proprie condizioni di lavoro e sociali tramite il coinvolgimento in prima persona in organizzazioni, sociali, sindacali o politiche, capaci, se non di rovesciare, almeno di modificare in meglio lo stato di cose presente.

In altre parole, ciò che emerge dalla ricerca è la tendenza alla “privatizzazione” e alla “individualizzazione” dei rapporti sociali e di lavoro e, soprattutto, dei problemi ad essi connessi. Sembra che non ci sia più una diffusa consapevolezza tra le classi popolari che i problemi connessi alla propria condizione lavorativa siano problemi sociali e, quindi in senso lato, politici, cioè capaci di essere contrastati e risolti dal coinvolgimento personale in mobilitazioni collettive (intervistato Cosenza: “uno fa così tanta fatica ad arrivare a fine mese che i pensieri te li porti nella tua sfera privata ed è difficile che ti metti a pensare anche se sono cose che ti riguardano, però hai il pensiero di arrivare a fine mese, che alla fine la sfera esterna te la senti scivolare addosso…”).

Adottando le categorie tradizionali della sociologia politica si potrebbe quasi dire che il quadro descritto evidenzi un declino, se non proprio una vera assenza, di progetti e identità collettive con cui identificarsi, a partire dalla materialità delle proprie condizioni di lavoro e di vita, per sovvertire i rapporti sociali esistenti. Come ben sintetizzato da un intervistato romano: “L’aspetto più brutto, più triste, è che non ci sono, o almeno non si avvertono, non si sentono progetti politici, di prospettiva, anche su base ideologica”.

Questo quadro ci sembra quindi suggerire la fine delle identità sociali organizzate sul e dalla condizione lavorativa, tratto caratterizzante della politica del Novecento, (il “non più”), e l’incapacità di prefigurare cosa ci aspetterà nei prossimi anni (il “non ancora”).

La stessa tendenza individualizzante sottolineata parlando di mondo del lavoro, è stata riscontrata anche rispetto alla dimensione politica. La disaffezione nei confronti della classe politica attuale, il tramonto delle ideologie novecentesche e la scomparsa della frattura destra/sinistra sono elementi oramai consolidati nel sentire comune e nel discorso pubblico, e sono stati confermati dalle interviste condotte.

Quello che invece colpisce di più (pur non rappresentando nemmeno in questo caso un elemento del tutto inatteso) è la mancanza di una traduzione collettiva e “dal basso” di questo sentimento. L’ormai nota e dibattuta retorica popolo/élite è stata confermata in tutta la sua attualità. In modo più specifico, i politici vengono individuati come subordinati al potere economico-finanziario, e percepiti come privilegiati più che come potenti: il loro ruolo resta ancillare rispetto a chi veramente tesse le fila del presente e del futuro, ossia banchieri, grandi corporations, interessi privati ed eventualmente le istituzioni transnazionali (la disaffezione nei confronti dell’Euro e la nostalgia per la lira è stata sottolineata da diversi fra gli intervistati).

Tuttavia questa percezione non si traduce nello sviluppo di forme di resistenza collettiva dal basso e di proposte di modelli alternativi. Anzi: la richiesta di politica è raramente stata forte come oggi, e va di pari passo al rifiuto e alla nausea per l’attuale classe dirigente dei partiti.

Tradotto: il “popolo” vuole più politica, vuole una guida precisa e soluzioni concrete, specie in riferimento ad aspetti collegati alla vita quotidiana, ma anche quando il discorso si sposti su un piano più esteso. Che i movimenti sociali vivano un periodo di magra è risaputo, e i dati raccolti lo confermano: la voglia di partecipare e costruire percorsi non interessa più le classi popolari come succedeva soltanto qualche anno fa, e anzi la politica è vista come un’attività passiva, come un servizio di cui usufruire e da cui ottenere qualcosa, e non invece come uno spazio di partecipazione. Si è persa quasi del tutto la dimensione di attivazione diretta e dal basso.

Se la stagione delle mobilitazioni collettive guardava a un passo indietro delle istituzioni, oggi siamo invece in uno scenario completamente diverso: la richiesta è quella di più Stato e più servizi pubblici. La fiducia nel sistema democratico e nel sistema di delega resta un perno e ancor più un orizzonte difficilmente valicabile. La richiesta è magari di “nuovi” partiti, nuove figure che possano riempire di credibilità uno schema che comunque non viene messo in discussione nelle sue radici ultime.

Si vota perché si deve, ma senza una reale speranza di miglioramento: queste figure alternative ancora non esistono, e nemmeno si pensa che le sorti siano future e progressive, per lo meno nel domani più prossimo. La speranza, dunque, resta l’ultima a morire, ma al momento non assume nessun contenuto specifico, nessuna forma concreta, nessun volto reale: non più certo, ma non ancora. Detto brutalmente, siamo all’anno zero della politica dal basso.