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L’aria che tira sul pianeta

Ogni minuto 20 persone nel mondo abbandonano le proprie case. Ormai tutti sanno che la Terra è malata, ma la pretesa irrinunciabilità di certi stili di vita votati al neoliberismo spinge al “si salvi chi può”.

XXI SECOLO: CHI CI SALVA DAL NEGAZIONISMO?

I dati sulle migrazioni sono impressionanti: il Pianeta è sempre più privo di spazi per abitare e sopravvivere decentemente. Nel 2015 in totale, il numero di persone che ha richiesto l’intervento dell’Unhcr ammontava a almeno 35.833.400. Ma, soprattutto per quanto riguarda le stime degli internally displaced o degli apolidi, si deve tenere in considerazione che non tutti gli Stati mettono a disposizione le proprie statistiche. L’esplosione è in atto: a metà 2018 stiamo assistendo ai più elevati livelli di migrazione mai registrati: 65.6 milioni di persone in tutto il mondo, un numero senza precedenti, sono state costrette a fuggire dal proprio Paese. Di queste, circa 22.5 milioni sono rifugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. Ci sono inoltre 10 milioni di persone apolidi cui sono stati negati una nazionalità e l’accesso a diritti fondamentali quali istruzione, salute, lavoro e libertà di movimento. Un mondo in cui circa 20 persone sono costrette ad abbandonare le proprie case ogni minuto a causa di conflitti o persecuzioni e a mutamenti ambientali che rendono progressivamente inospitali i luoghi prima abitati, in cui si attuano respingimenti, vengono permanentemente gestite guerre asimmetriche di totale devastazione, applicata la tortura e attuate omissioni di soccorso, tollera senza scandalo l’esistenza di una complicità criminale.

Una civiltà incapace di risolvere i problemi posti dal suo funzionamento prevede la guerra e la decadenza proprio in quanto considera un problema l’essere umano e quel che lo circonda. Siamo ridotti ad un quadro desolante in cui le emergenze non sono nominate per quel che sono, mentre la grancassa strepita all’insegna della “fine della crisi” con un inattendibile aumento del potere di acquisto, la riduzione del rapporto /feticcio tra debito e PIL e – a conforto – l’immancabile, odioso e – a dire degli insofferenti “padroni a casa mia – inoppugnabile abbandono dei profughi che minaccerebbero le coste, le plaghe e financo la smarrita integrità di quelle civiltà “sovrane”, che nel tempo passato non si sono mai sognate di chieder il permesso di varcare confini altrui.

Nessuno tra i grandi e piccoli mezzi di comunicazione di massa, TV, giornali, siti web, cerca di riprendere in testa i fili di un ragionamento incentrato sul reale, sulla drammaticità della condizione generale: sociale, ambientale ed economica, che declina sempre più in peggio riguardo la giustizia sociale e si preclude un’inversione di tendenza per la rigenerazione del mondo naturale. La paura della paura viene amplificata a bella posta, suscitando tra i cittadini una rimozione più che una vera impressione di protezione rispetto agli spettri evocati, anche perché l’interesse personale immediato, i desideri quotidiani inconfessati, la brama di carriera e potere si manifestano sotto l’aspetto di una mentalità servile che domina i potenti, che si chiude su se stessa, simulando con volgarità un interesse sociale e motivi umanitari a difesa del proprio gruppo. La profondità del presente così artefatto si contrappone all’eterno presente di cui molti parlano e che non è altro che una versione della “falsa infinità” come celiava Hegel. Ossia, la situazione in cui a qualcosa si aggiunge continuamente qualcos’altro di nuovo il quale, sul momento, sembra delineare un mutamento, offrire nuove opportunità, nuove vie da percorrere, ma che in realtà non fa che ricalcare, anzi, scavare più in profondità il solco irreversibile in cui l’umanità si è incanalata e che, così come ci indica oggi innanzitutto la climatologia, potrebbe condurci a disastri immani.

Tutto sta accadendo molto rapidamente e i primi decenni del XXI secolo, inscritti nel nome del neoliberismo, appaiono molto diversi dalle analisi e dalle previsioni compiute verso il termine del millennio scorso. Ovunque si procede alla riduzione dello stato so­ciale, delle tasse e della relativa fornitura di beni pubblici, attraverso la deregolamentazione di molti aspetti della produzione capitalistica e dei mercati. E avanza la resa di fronte ai privati di risorse non commerciabili. La minaccia di un tale ininterrotto successo di un capitalismo in trasformazione, insieme ad una serie di cambiamenti tecnologici e de­mografici, ha frammentato e indebolito il movimento dei lavoratori, rendendolo meno capace di re­sistere e di realizzare una mobilitazione politica all’altezza dell’attacco sferrato.

Forse una delle cause del declino della lotta all’ingiustizia all’interno della democrazia sociale è proprio il decadimento della militanza del lavoro nella resistenza al capitalismo. E questo è particolarmente avvenuto in Europa, anche se non è stata altrettanto arrendevole la reazione negli altri continenti. E questo spiega in parte la novità espressa da un pontefice venuto dalla periferia del globo, ben informato di pratiche alterna­tive an­corate ai movimenti sociali che continuano a sostenere anche dopo i Forum Mondiali oggi in ritirata che “un altro mondo è possibile”: come quelle dell’economia socia­le e solidale, come quelle del movimento contadino dei Sem Terra in Brasile, dell’occupazione di terre non utilizzate (fino al sequestro delle nostre piaghe mafiose), della costruzione di forme alternative di strutture economiche, di conservazione dei beni comuni e, soprattutto, della percezione diffusa della fragilità della natura e della invalicabile e limitatissima finestra energetica in cui si può riprodurre la vita nella biosfera terrestre.

Il fatto è che il neoliberalismo è un’ideologia, sostenuta da potenti forze politiche, da mezzi finanziari, dal lavoro di think tank e università, piuttosto che una analisi scientificamente accurata dei limiti effettivi che affrontiamo per rendere il mondo un posto miglio­re. E si avvale di un formidabile sistema di propaganda, convinzione, attrazione e, contemporaneamente, come vedremo, del più irriducibile negazionismo rispetto al rapporto distorto tra natura e produzione e consumo del genere umano. Al successo di questa azione di pressante proselitismo concorre la torsione evidente in favore della concentrazione di potere nelle sedi occulte dei gruppi multinazionali e delle espressioni dei loro centri di potere, che decidono direttamente ormai la politica a dimensione sovranazionale. L’elezione di Trump, assai più di Parigi 2015, val bene una messa…

  1. SIAMO TUTTI MIGRANTI, TUTTI PRIVATI DI UN SUOLO

Non starò qui ad elencare le ragioni e gli episodi di disfatta che si vanno profilando: mi propongo invece di tracciare un quadro “gerarchico” il più organico possibile dello scivolamento in corso nella percezione della drammaticità dei crisi, consistente nella fattispecie, vero nodo politico globale, in un attacco indiscriminato sotto tutte le latitudini ai migranti – dai maliani, ai siriani, ai Sem Terra, ai mapuche ai rohingya – considerati usurpatori di “diritto di suolo”.

Nozione questa che nella prospettiva di modernizzazione fissata dalla globalizzazione in corso sta mutando la propria natura originaria, in quanto trasformata in garanzia di sopravvivenza e riproduzione solo per la parte più ricca ed armata del pianeta. All’origine di questa involuzione, che esibisce quotidianamente tutti gli aspetti di violenza delle grandi tragedie della storia, c’è a mio giudizio la sottaciuta negazione dell’incipiente mutamento climatico: un processo tangibilissimo, sebbene venga oscurato, che rende sempre più impraticabili le relazioni finora esistenti tra gli esseri umani, le loro condizioni materiali di esistenza e la riproducibilità del vivente e della natura. Mi aveva sorpreso 15 anni fa, ai tempi del primo Forum Sociale Mondiale, il racconto di una colonia di pescatori palermitani costretti a spostarsi di tremila chilometri a nord lungo la costa cilena per continuare a tirar di fiocina tra i banchi di pesce-spada e tonni, da consegnare ai pescherecci giapponesi che li tallonavano a vista risalendo il Pacifico. Forse ci stiamo consolando illudendoci che processi di tal fatta avvengano “a rate”, seguendo una crescita lineare stop and go che la scienza e l’ecologia non contemplano affatto.

La tesi che sostengo è che non batteremo mai le nuove forme di fascismo e razzismo che hanno per oggetto lo straniero, le etnie differenti e le diversità a vario titolo demonizzate se non cominciamo prima a rifiutare la convinzione che ci è stata inculcata e spacciata per consolatoria che non c’è posto per tutti su un pianeta sottomesso a crisi climatica.

Solo sotto questa falsa angolatura prendono corpo soluzioni cruente o immaginarie, fatte per tutelare l’inerzia di questo sistema che si vuol protrarre per tempi lunghi, almeno per chi ne trae al presente beneficio. Perciò ritengo che la cura della casa comune con la drammaticità posta da Bergoglio sia l’ultima difesa proponibile contro un sistema “che sregola i rapporti, immiserisce il lavoro, degrada il vivente, garantisce immunità solo al danaro e rende arbitra la guerra”.

In fondo, il pensiero più organico in cui si iscrive la comprensione dei drammi del tempo attuale è quello contemplato dalla Laudato Sì: forse troppo sconvolgente e aderente all’analisi temporale e geopolitica della fase che viviamo, da essere non a caso rimosso ad ogni livello ove andrebbe considerato determinante e irrimandabile.

Nell’appannamento degli intellettuali, nello scetticismo dei decisori politici, nello smarrimento di una parte decisiva della società, nell’affievolirsi della partecipazione, quasi tutti seguono l’onda e nessuno pare accorgersi della distorsione del reale, della vera e propria” torsione della verità” che si cerca di imporre nel rendere i titolari di diritti universali puri destinatari di uno show cui sono chiamati ad assistere solo per schiacciare il tasto che sceglie tra una rosa di leader già designati. Tutti rispettosi dell’obbligo di non dire mai tutta la verità, tutti più o meno permeabili al negazionismo, dal momento che il fine della politica è il possesso del potere e di interessi che hanno preso il sopravvento su visione e valori.

  1. MEDIA, MIGRAZIONI E CLIMA: ISTRUZIONI PER L’USO

Sembrerà per alcuni paradossale quanto la Brexit, l’elezione di Trump, la popolarità di Orban, la volgarità di Salvini, siano complementari alla pretesa di stili di vita indifendibili, alle allucinanti fucilate agli zingari e ai neri nelle nostre città, alla repressione dell’attività di volontariato umanitario, all’arrancare di gommoni stracolmi abbandonati nel mare di Lampedusa, al fasciame di imbarcazioni arrivato infranto sulle spiagge, fino ai cavalli di frisia arrotolati nelle brughiere ungheresi.

Non ci sarà posto per tutti su questa Terra, in particolare a seguito di catastrofi climatiche imprevedibili fino a trenta anni fa. Con l’avallo di istituzioni e governi si sono aperte fratture sanguinose, colpendo e discriminando persone, non intervenendo sulle distorsioni economiche, sociali, naturali. Queste ferite  si renderanno permanenti nella affannosa ricerca di un territorio terrestre abitabile per noi tutti e le prossime generazioni.

Il 20 dicembre 2018 i 28 ministri europei dell’Ambiente si sono incontrati a Bruxelles per discutere il piano per la riduzione delle emissioni di CO2 preparato dalla Commissione, in accordo con le decisioni della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici. Poche delle persone che a Parigi nel 2015 avevano preso solenni impegni nel nome di tutta l’umanità per salvare la Terra saranno vive tra 30 anni, quando il cambiamento si sarà rivelato irreversibile. Oggi, però, quegli stessi governanti concordano e organizzano il respingimento dei migranti, mentre hanno rinunciato ad intervenire sull’aumento della temperatura della Terra. Bene, è ormai chiaro che stiamo perdendo la battaglia per mantenere il pianeta così come lo abbiamo conosciuto, ma non sta nelle priorità consolidate. E’ impressionante come il disastro totale cancellerebbe tutta la storia dell’uomo, ma su questo celiamo, poiché ci hanno persuasi di uno “step by step change” nella cui cronologia possano intervenire mirabolanti e oggi inimmaginabili soccorsi tecnologici, estranei anche concettualmente al mantenimento degli equilibri della biosfera.

Con la scoperta dei mutamenti climatici indotti dall’attività umana la situazione è profondamente cambiata rispetto alle ipotesi di una lenta e irreversibile morte termica del pianeta, che aveva messo alla prova la fisica di fine Ottocento di fronte alla scoperta del principio di irreversibile crescita dell’entropia. Oggi invece sappiamo di avere innescato su scala planetaria mutazioni a breve, a misura di pochissime generazioni. Nonostante la crisi e i bei proclami (“economia circolare”, “efficientizzazione”, “disaccoppiamento”, “smaterializzazione”, etc.), le emissioni di gas climalteranti (generati dall’uso di combustibili fossili, dagli allevamenti intensivi, dai disboscamenti) continuiamo a macinare record: siamo giunti lo scorso anno a 403,3 parti per milione di CO2!

Abbiamo cioè modificato la composizione chimica dell’atmosfera com’era qualche milione di anni fa: peccato che allora i livelli dei mari fossero di 10 o 20 metri superiori e che la biosfera non avesse le caratteristiche e non alimentasse i componenti che attualmente convivono. In compenso i ministri europei hanno deciso di continuare a dare aiuti economici alle industrie fossili fino al 2030 anziché fino al 2020 (112 miliardi di euro all’anno, a fronte dei 35 milioni per la gestione delle migrazioni e delle frontiere!). Già nel 2017 si è registrato il più alto livello di emissioni della storia, cioè di 41.5 Gigatons, di cui il 90% viene da attività collegate ad azioni umane, mentre le rinnovabili (i cui costi sono ormai competitivi rispetto alle fonti fossili) coprono ancora solamente il 18% dell’energia consumata nel mondo.

E’ incredibile come i cittadini non abbiano idea del fatto che una parte del loro denaro terrà in vita, con buoni profitti, un settore che è ben consapevole di avere un ruolo chiave nella distruzione del nostro pianeta. La gente non ne vuol sapere o ne viene poco informata, e così continua la spettacolare festa dell’ipocrisia. Quindi, se i cittadini non sono consapevoli e dunque non sono preoccupati, perché lo dovrebbero essere i politici nell’accezione servile che abbiamo sopra illustrato, visto che si lucra in consenso immediatamente e in misura più rilevante su razzismo e xenofobia amplificati dal massimo clamore dei media?

A nulla vale confrontare cifre e danni, anche se provo ad elencare solo i più recenti. Gli incendi in Grecia, Svezia, California, Portogallo non hanno precedenti per violenza; nella tundra siberiana sotto lo strato di fusione del ghiaccio è stata riscontrata la presenza dell’antrace; si è staccato il ghiacciaio del Wettherorn nelle Alpi svizzere con uno schianto di secondi; in Colombia una valanga di acqua e fango ha seppellito cinque villaggi; tra il 1992 e il 2017 l’Antartide ha perso circa 3mila miliardi di tonnellate di ghiaccio, portando a un aumento medio del livello dei mari di 7,6 millimetri.

Il gigante delle riassicurazioni Swiss Re (compagnia che vende polizze di assicurazione ad altre compagnie assumendosi una parte dei loro rischi) ha reso noto a settembre 2017 un nuovo rapporto che fa la la graduatoria globale delle città minacciate da disastri naturali e climatici. La classifica globale, che tiene conto della popolazione potenzialmente colpita espressa in milioni di persone è la seguente: Tokyo-Yokohama (Giappone) 57,1, Manila (Filippine) 34,6, Delta del Fiume delle Perle (Cina) 34,5, Osaka-Kobe (Giappone) 32,1, Giakarta Indonesia) 27,7, Nagoya (Giappone) 22,9, Calcutta (India) 17,9 Shanghai (Cina) 16,7, Teheran (Iran) 15,6.

La maggior parte delle aree sensibili ai vari tipi di catastrofe si trova in Asia (eccezion fatta per Los Angeles), il che non sorprende a causa delle più alte densità abitative di tutte queste metropoli. La collocazione prevalente è verso il mare, in particolare dell’Oceano Indiano e delle due coste dell’Oceano Pacifico.

L’evoluzione dell’economia mondiale negli ultimi decenni (quelli del neo-liberismo o fondamentalismo di mercato) con la crescita delle rendite e della concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani di una percentuale sempre più ristretta della popolazione ha finito con l’avallare l’evoluzione dell’economia mondiale contemporanea come l’unica praticabile e a negare soluzioni ai problemi emergenti, pur avendo abbandonato ormai il concetto di sviluppo generalizzato.

Al contrario, c’è invece l’esigenza di un vero e proprio cambio di paradigma, l’unica premessa di un cammino che riporti il nostro stile di vita nel solco della sostenibilità. Le difficoltà sono enormi, perché da un lato i mutamenti globali che una impostazione, in parte inconsapevole, delle relazioni del dare ed avere ha messo in moto continueranno per inerzia per un tempo lungo anche decenni e, dall’altro, perché le vie di uscita nel dettaglio dovranno e potranno essere costruite direttamente sul campo con un netto ricollocamento di risorse ed in una fase di partecipazione molto compromessa oggi dal declino delle forme democratiche e partecipative. Il problema non è solo quello di convincere intellettuali ed esperti a liberarsi da dogmi ed assiomi irrazionali, ma quello di promuovere e costruire una capillare e razionale consapevolezza generalizzata riguardo a ciò che sta accadendo e alla necessità di unire le risorse umane per riprendere le redini di uno sviluppo a vantaggio di tutti e che non coinciderà più con una impossibile crescita della produzione materiale.

Le Nazioni Unite stimano che almeno 800 milioni di persone saranno costrette a lasciare il proprio paese per via del fatto che i cambiamenti climatici renderanno inabitabili molte parti del pianeta. Dove andranno? Sempre più difficilmente negli USA o in Europa dove sono visti come invasori. Questo è un problema ancor più insuperabile per la prossima generazione, mentre le multinazionali continueranno a guadagnare fino all’ultimo minuto se educazione formazione e lotta locale e globale sul tema del clima non si generalizzeranno, trascinando con sé il tentativo di affrontare in una visione complessiva tutte le altre emergenze percepite come distinte, incapaci di rigenerazioni. Per l’insieme delle ragioni materialmente vitali che evidenzia l’Enciclica potrebbe e dovrebbe avere una potenzialità inestimabile nel cambio di scenario necessario, ma anche perciò è duramente contrastata e ignorata proprio nei luoghi dove dovrebbe risultarne naturale la “predicazione”.

  1. MIGRANTI INVISIBILI E SENZA SUOLO

Il mondo della borghesia fino al Novecento non aveva potuto impedire che crescesse l’organizzazione del proletariato, inurbandolo, spostandolo dalle campagne, dando spazio ad una organizzazione del lavoro concentrata e rigorosamente disciplinata; “coprendo” iniquamente con lo scambio in salario il peggioramento delle condizioni di vita e di salute. Si svuotavano spazi, se ne riempivano di nuovi, gli scarti potevano esser accumulati lontano dai quartieri operai, che venivano edificati in base ad una esclusione censuaria, ma sapevano dotarsi anche di modalità di autoorganizzazione solidale in opposizione all’esclusione; i tempi venivano sconvolti dalle cadenze inumane della produzione, “compensando” la capacità trasformativa del lavoro di fabbrica in sfruttamento, spesso infame, ma foriero di occupazione continua. Certamente un mondo iniquo, contro cui si sono organizzati i conflitti più intensi, ma pur sempre nella direzione di un maggior riconoscimento della rappresentanza e dei diritti della classe proletaria.

Il conflitto climatico è tutt’altra cosa: insieme ad uno scadimento sia delle condizioni del vivente, che della biodiversità e della tutela salubre e temperata degli elementi naturali, gli effetti più violenti deteriorano o addirittura cancellano– potenzialmente in qualsiasi parte terrestre – il territorio come luogo di scambio, cultura solidarietà e relazione. Negli scenari che vengono anticipati dall’IPCC la competizione finisce col sottrarre sotto i piedi il suolo, sia agli ex colonizzatori che agli ex colonizzati, come luogo di produzione, coltivazione, allevamento, riproduzione, lavoro, ozio, in qualche modo assicurabile per il futuro e si modifica irreversibilmente il clima inteso come relazione tra esseri umani, natura e tutte le condizioni materiali di esistenza. Di conseguenza, sta venendo meno un orizzonte comune per l’intera umanità.

Non c’è più un unico pianeta da condividere, se Trump o qualsiasi suo emulo decide di immettere nell’atmosfera dei restanti continenti l’eccesso di CO2 che si attribuisce, stracciando gli accordi perché non è negoziabile l’”american Way of life”. Riscopriamo così tutto il carattere scientifico e politicamente razionale – e non romantico! – del soccorso e dell’accoglienza ai migranti che approdano ai nostri territori, quando riconosciamo che così come è governata l’arena della competizione economica e bellica non c’è Terra sufficiente per la crescita in cui dalla Rivoluzione industriale ci siamo buttati a capofitto attirando un numero sempre più insensato di seguaci.

Eppure, integrazione e inclusione non sono in rapporto conflittuale e di irreversibilità rispetto agli equilibri sociali e naturali: lo dimostra il fatto che nei luoghi di lavoro la coesione tra lavoratori italiani e lavoratori stranieri già esiste, anche se sono in atto tentativi di disfacimento. La fabbrica oggi è ancora il luogo democratico e inclusivo dove i lavoratori migranti possono votare i loro rappresentanti sindacali e a loro volta possono candidarsi e venire eletti per rappresentare tutti i lavoratori, a prescindere dalla loro provenienza e dalla loro religione. Per questo è importante che anche dal sindacato parta un’iniziativa sulle questioni relative all’immigrazione, che coinvolga tutte le strutture per mettere in campo la propria capacità organizzativa di contrastare la sottocultura dell’odio che si alimenta di paure e si sta facendo senso comune. Non si deve dimenticare che nel 2007 proprio a partire dalla Lombardia, con assemblee fabbrica per fabbrica, è stata schiacciata l’ambiziosa pretesa leghista di organizzare il sindacato padano- SinPA – corporativo ed escludente.

  1. TERRESTRI DIFFERENTI O UNA UNIVOCA MODERNITA’ GLOBALE?

Se si vuole imporre discontinuità rispetto alle politiche migratorie, occorre muoverci al di fuori del gorgo apposta creato – non incagliandoci nel colore della pelle o all’appartenenza etnica – per cercare l’autentica spoletta dell’esplosivo approntato dalle destre per una svolta autoritaria di lungo periodo. L’altrove, ho già in parte anticipato, sta nella finitezza del tempo che ha davanti a sè la nostra specie; nella considerazione del nostro pianeta come uno speciale oggetto tra quelli galileiani, ridescritto dall’avvento delle nuove scienze (relatività, quantistica, biologia, neuroscienze – per cui la realtà non è quella che ci appare); nella capacità di dar vita ad un diverso immaginario, a cui ispirare iniziative e lotte nel cui quadro le migrazioni, le esplosioni di disuguaglianze, la crescente inabilità dei territori risalgono ad un’unica minaccia: la modernizzazione univoca, che amplifica e approssima nel tempo il nuovo regime climatico con effetti ormai percepibili nell’ambito delle prossime e più vicine generazioni.

Questo lento risalire al nodo del declino di un pianeta fragile e senza cura è progressivamente in atto, ma è con ancor maggior intensità che viene contrastato. Ogni fronte aperto o che si viene ad aprire è centro di conflitto duraturo. Il suolo, ad esempio per i NO TAV, è diventato sintesi di valori e di cultura territoriale, capace di un formidabile compendio comunicativo. In più luoghi del pianeta sono stati messi in discussione concetti portanti della globalizzazione a senso unico come la priorità dell’abitare di una intera comunità rispetto alle esigenze di velocità e di consumo e di attraversamento di chi ritiene di dover vivere e produrre senza luogo e in ogni luogo, e di aver diritto perciò di valicare e consumare impunemente l’ambiente naturale, per lui senza nome e a puro scopo commerciale. Territori e luoghi dove le popolazioni hanno consolidato una loro identità in sintonia con la natura e si sono resi coscienti che oggi il mondo e la società possono implodere e finire più per la loro ricchezza che per la loro povertà, da quando l’ingiustizia, la tecnica, la potenza del genere umano rendono paradossalmente insicuri (si pensi ai più recenti accordi in Amazzonia con gli “estrattivisti”, ai diritti di nativi anche negli USA, alle nuove costituzioni dell’ America Latina che fanno propri i diritti della natura.)

Ogni immaginario alla fine, per sopravvivere, volge comunque al positivo: bisogna rendersi conto che se ne stanno costruendo le basi apprezzabili assai più di quanto venga assimilato a livello generale, pur partendo per ora ancora dalla paura e dalle inquietudini. Il “luogo” (direi meglio i “luoghi terrestri” differenti) che perde il suo anonimato e viene assunto a soggetto vitale a seguito della caduta dell’antropocentrismo, è tra le chiavi di volta di questo passaggio, anche nell’immaginario, dalla negazione e dal rifiuto alla proposta e al progetto.

Bruno Latour in un bel saggio pubblicato da Cortina (“Tracciare la rotta”) invita ad abbandonare “l’orizzonte infinito della modernizzazione per tutti”. Consiglia di distinguere tra mondializzazione plurale e mondializzazione univoca proprio cominciando col rimettere i piedi a terra. E aggiunge che “il pianeta è troppo piccolo e limitato per il globo ed è troppo grande dinamico e complesso per essere contenuto nelle frontiere limitate e ristrette di qualsiasi località. Ma per seguire la seconda strada occorre munirsi di tutti quei fardelli di solidarietà da cui il liberismo ci ha voluto sbarazzare”

Rimando alla sua trattazione più completa, ma provo qui a disegnare in quattro schemi le direzioni della freccia del tempo cui ci stanno sottoponendo le élite mondiali e quelle che noi dovremmo “torcere” in una realtà praticata pazientemente con sperimentazioni, soluzioni diversificate e reti di scambio attive per valorizzare risultati e pratiche migliori.

Nella globalizzazione in corso la produzione, la scienza o le tecniche impiegate non richiedono di essere adattate o rese specifiche di un certo territorio, se non per calcoli di contabilità economica e per interessi dei poteri transnazionali e non risulta decisivo per la loro pianificazione dove possano trovare spazio effettivo per realizzarsi. Si definiscono a tavolino e poi si mettono in opera e basta. Questa avversione al luogo, questa anonimia territoriale, questa autoespulsione dal tempo fisico e biologico (tutto tende a realizzarsi alla velocità della luce) è propria di una cultura che domina la natura incessantemente senza preoccuparsi delle conseguenze e nemmeno dello spaesamento e dei sensi di colpa che si abbattono sulle comunità espropriate.

Sembrerebbe assurdo, ma occorre una astrazione totale per costruire l’impianto della crescita infinita e dell’immortalità della specie umana e della natura e bisogna diventare extraterrestri (ma è quello che si incomincia a intravvedere: corpi ibernati, la Tesla lanciata come un satellite attorno alla terra, il progetto europeo di ricerca di pianeti abitabili anche se lontani anni luce), dato che il luogo – quello tangibile e “terrestre” non è mai uno spazio vuoto, immateriale. Il luogo è laddove si realizza la presa d’atto di un essere vivente di stare in relazione responsabile e affettiva con altri simili e dove si prende coscienza che uno spazio in cui si vive e si abita è indiscutibilmente accessibile su base di regole e diritti condivisi per l’intero vivente. Il luogo è la dimostrazione di una presa di coscienza: esiste in quanto c’è un osservatore, un segno registrabile di vita, una persona, un’evidenza distintiva.

  1. L’UNIVERSO, LA TERRA, LA VITA HANNO UNA LORO STORIA

Sembrerebbe un’ovvietà affermare che viviamo nel tempo e nello spazio. Ma c’è da intendersi quale tempo e quale spazio siano quelli che hanno consentito l’apparizione della vita sulla Terra e la rendano possibile tuttora. Innanzitutto, viviamo a distanza di oltre 15 miliardi dalla nascita dell’Universo. Quindi, dal punto di vista dei luoghi che abitiamo, l’unica possibilità di osservarli e conoscerli è che in essi si rendesse possibile la vita di un osservatore. Ciò non è potuto accadere – almeno sul nostro pianeta – fino solo a qualche milione di anni fa, nonostante l’Universo fosse già “anziano”.

Per occuparci con successo della nostra sopravvivenza dobbiamo innanzitutto capire che per circa 13 miliardi di anni nessun forma di vita era nemmeno immaginabile, semplicemente perché non c’era vita a questo mondo che sarebbe potuta sopravvivere nelle condizioni energetiche e ambientali di allora. Quindi, lo spazio dell’Universo per un enorme lasso di tempo non era né osservabile né abitabile, almeno per la specie umana: non era un luogo, tantomeno “terrestre”

Siamo quindi il prodotto speciale di condizioni speciali irripetibili che non dureranno per sempre. Da quando ci sono luoghi tra loro diversi e per noi riconoscibili e in cui potersi identificare come individui e come esseri sociali, la specie umana gode di una finestra energetica e temporale relativamente molto stretta dentro cui relazionarsi, vivere, convivere con il resto della biosfera: una finestra che si protrarrà più a lungo se sapremo essere saggi e previdenti e non insopportabilmente distruttivi. Se compiamo errori di comportamento e distruggiamo, come stiamo facendo, il nostro ambiente, la finestra si chiude prima, anche se la Terra continuerà a girare inesorabilmente intorno al Sole, semplicemente non portandosi più appresso la nostra specie. Ma quando ragioniamo tenendo conto di essere immersi nei luoghi della biosfera, in una finestra di tempo che possiamo prolungare o accorciare a seconda del nostro comportamento, allora cambia anche l’immaginario, dato che tra noi viventi e la natura che ci ospita e la possibilità di descriverla e di pensarla c’è un legame inscindibile, che andrà recepito nel nostro modo di pensare e, perché no, di assicurare sopravvivenza o morte in modo coscientemente selettivo di uomini e donne, popoli che si spostano sul Pianeta, animali e vegetali che si riproducono,

Per nostra (s)fortuna tutto quanto riguarda la vita non sottostà alle straordinarie conquiste del mondo artificiale perennemente in espansione, “in crescita”, perché la tendenza inesorabile della materia organica è alla morte e la sua evoluzione è collegata al trascorrere irreversibile del tempo e alla creazione di ordine interno a discapito di disordine esterno. L’immaginario che ci portiamo dietro dai secoli dell’Illuminismo e della Rivoluzione Industriale è quello della conquista di un ambiente artificiale, prodotto e consumato in continuo, che dovrebbe avere risorse infinite ed essere disposto ad una crescita potenzialmente infinita.

Riportare l’attenzione dalla “natura fattore di produzione” al “terrestre” potrebbe porre fine alla separazione che ha irrigidito le posizioni politiche a partire dalla comparsa della minaccia climatica, rendendo difficile e perfino sconsigliabile molto spesso l’unione tra le lotte sociali ed ecologiste. Un’altra pesante remora perché veniamo scoraggiati dal ragionare in “terrestre” viene dal fatto che l’ecologia è sì una scienza esatta, ma ispirata al principio di precauzione, che difficilmente vede attuate le sue previsioni nell’arco della generazione che le adotta. E per quel mondo politico di cui abbiamo parlato sopra, cosa di meglio del negativismo, degli eventi controllabili a rate, di fantastiche soluzioni tecnologiche magari extraterrestri?!

  1. MIGRAZIONI, ACCOGLIENZA, DIRITTI CIVILI SOCIALI NATURALI

Torniamo ora alla questione delle migrazioni. Abbiamo visto come il luogo è innanzitutto quello spazio riconoscibile e per noi identificabile dove si consumano i processi vitali, come ad esempio la riproduzione, l’alimentazione, l’eiezione e l’abbandono dei rifiuti, la conservazione della memoria, l’ordinamento delle relazioni tra individui, il linguaggio, la formazione di cultura. Per vivere e adottare un comportamento scelto, noi consumiamo più o meno energia libera: quella rinnovabile che ci circonda nel luogo dove siamo in un preciso istante e quella che abbiamo imparato a trasformare con la tecnologia prelevandola in forma fossile da luoghi lontani. Sempre sotto il profilo energetico, vivere e ordinare una società corrisponde a assumere energia in loco (a meno che si tratti di fossili o uranio trasportabile e combustibile a spese del disordine che si crea nell’ambiente intorno). Ma non dimentichiamo, quando guardiamo al progresso privilegiando il suo volto quantitativo, che tutte le grandi civiltà che ammiriamo dall’antichità fino al ‘700 sono civiltà solari!

Più in specifico, nell’organizzare la società e la propria esistenza, noi produciamo e consumiamo grandi quantità di beni prodotti all’esterno della nostra sfera biologica. Si può ben dire che nel caso dell’uomo non esiste solo una evoluzione biologica, come nel caso di ogni altro animale sul pianeta. Ne esiste una “esosomatica”, corrispondente all’uso e all’incorporamento nella attività sociale di tutte quelle “protesi” artificiali che l’uomo ha prodotto (quasi sempre ricorrendo a fonti di energia fossili) per essere più veloce, per sollevare pesi più gravosi, per udire voci da sempre più lontano, per vedere istantaneamente all’altro capo del mondo (macchine, auto, radio, TV etc.).

Questa evoluzione è esposta all’assuefazione dell’umanità alle comodità industriali come al conflitto sociale, alla conservazione come al bisogno di innovare, alla difesa del privilegio come al bisogno di giustizia. Ma mentre l’evoluzione endosomatica dipende dall’irraggiamento solare, quella esosomatica dipende dal possesso di fonti immagazzinate nelle viscere del pianeta, che provocano inquinamento, che giungono degradate ai nostri nipoti, che sono all’origine delle guerre. Le “protesi” che prolungano i nostri sensi oltre i confini dei luoghi dove abitiamo sono all’origine di grandi contraddizioni, tensioni e scelte difficili.

Se fossimo solidali e previdenti dovremmo scegliere di vivere con uno stile di vita “compatibile”, secondo un bilancio energetico locale condivisibile dal resto di tutta la specie umana, suddivisa in comunità, con una propria “impronta ecologica” ragionevole. La comprensione di questi fatti tra loro concatenati e il riferimento continuo alla definizione di questo nuovo immaginario sono all’origine di una cultura politica che indirizza le risorse per garantire che tutta l’umanità possa avere spazio di sopravvivenza, venga accolta quando migra, venga integrata nel compito della cura della casa comune, la giustizia sociale, il recupero di suolo e terreno allo spreco e al degrado climatico, che muta l’energia e l’informazione a disposizione nei vari luoghi del mondo, resi così speciali da qualche strato di chilometri di acqua, aria, terra che li circondano e compenetrano e dall’arrivo dei raggi del sole mitigati da processi specifici e diversi da luogo a luogo.

Prima della nascita del capitalismo l’individuo non veniva assimilato a un numero e gli abitanti di una regione ad una media aritmetica senza volto. Le statistiche su cui si basa l’economia capitalista provengono da una potente astrazione. Ma quali volti di persone e quali culture o diverse identità ci sono dietro le statistiche esibite da politici ed economisti? Quanti e quali sono i poveri? Come sono gli emigranti che si spostano nel mondo? In che lingua chiedono aiuto quelli che muoiono di sete? Li avete mai visti in faccia? Noi continuiamo a ragionare algebricamente con questi numeri come se fossero privi di qualità e di territorialità: vengono appiccicati a “non luoghi”. È un modo formidabile per sostenere la globalizzazione liberista e per giustificare decisioni non democratiche e, contemporaneamente, eliminare la vita, le vite, diffondendo la convinzione che “terrestre” e “globale” siano la stessa cosa. Ma il primo evoca vita socialità e accoglienza; il secondo scarti, ingiustizia e confini artificiali insuperabili.

Nella realtà gli spazi devono diventare luoghi: della produzione e del consumo, del lavoro, della socialità, degli affetti, della vita e della morte. Se anziché di numeri in spazi indifferenziati, ci si occupasse di persone che abitano luoghi, sono nate e cresciute, possiedono cultura, valori, conoscenze e sistemi di vita diversi, le politiche economiche e sociali acquisterebbero qualità, ritornando ad essere di destra o di sinistra.

  1. UNA SINTESI DI BENEFICI EFFETTI

Alcune riflessioni ulteriori possono avvalorare la centralità del punto di vista a dimensione territoriale – “terrestre” – nella ricerca di una alternativa al modello della crescita. Ad esempio:

* A livello del luogo l’informazione passa prevalentemente e direttamente attraverso i nostri sensi, senza la mediazione di apparecchiature o “protesi” che la possono distorcere o manipolare. Quindi quel che accade in un luogo è, per quanto riguarda le percezioni, l’informazione e la comunicazione, totalmente verificabile dalla persona, che sottopone gli eventi alla verifica critica del proprio giudizio e li interpreta secondo gli schemi culturali della comunità di cui fa parte. In un luogo si danno le condizioni per un pieno dispiegamento della democrazia e per un rapporto diretto tra controllo, responsabilità, rappresentanza. La lezione della democrazia ateniese e del ruolo pubblico e politico del teatro greco aiuta a riscoprire il senso della dimensione che anche Platone riteneva insuperabile per il governo di una società.

* Sul luogo la quantità di lavoro necessaria per organizzare un livello minimo di vita gradevole è inferiore a quello basato su una organizzazione di produzione e scambio a reti lunghe, sulla delocalizzazione e sul decentramento produttivo, sul metodo just in time. Questo significa che la minore richiesta di lavoro produttivo, poichè si producono e movimentano meno merci con conseguente risparmio di energia e materia, rende possibile più tempo libero per attività sia di organizzazione e relazione sia di cooperazione e dono, con spostamento dal lavoro produttivo (Riduzione dell’orario) a quello riproduttivo e rafforzamento del ruolo dei servizi e delle attività di manutenzione e conservazione. Meno lavoro, più studio, ozio e socialità e piena occupazione.

* In un luogo si può più facilmente decidere della destinazione del proprio lavoro, passare con beneficio dalla mera opposizione al progetto. Su base locale una consapevole politica redistributiva può finalmente tenere insieme gli aspetti monetari e reddituali con la conservazione delle ricchezze naturali e la valorizzazione dei diritti sociali e dei beni comuni. Su base locale una riflessione sulla decrescita è praticabile e gradevole, perché si può efficacemente organizzare il territorio, lavorare di meno, avere più spazio pubblico, più relazioni, più servizi, più democrazia.

* Il luogo è la dimensione e lo schema entro cui organizzare al meglio efficienza e risparmio energetico ed entro cui organizzare l’accoglienza e la stabilizzazione dello straniero. Uno stile di vita sobrio, un ragionevole rallentamento di cicli e processi, una sostituzione progressiva di prodotti individuali e di consumi superflui, un incremento di attività relazionali e solidali a basso impatto ambientale, l’incontro di culture ed esperienze differenti si realizzano democraticamente ai livelli in cui una comunità può realmente progettare, partecipare, scegliere le sue rappresentanze in forma diretta, oltre che delegata. Un programma di risparmio energetico è anche un sistema organizzativo, la traduzione di un modello di società e di benessere condiviso, un controllo democratico e solidale sulle scelte di produzione e consumo che si interessa anche dei nostri posteri, un formidabile motore di scienza e tecnologia e di integrazione tra esse e la società. Le reti corte, sono una intuizione molto proficua – la traduzione operativa del “luogo” in termini di autogoverno – che va estesa per ridurre i consumi e gli sprechi e per integrare saldamente territorio, biosfera e sistema artificiale e per ridisegnare e riconnettere i territori, così impunemente attraversati e omologati dal pensiero unico di matrice liberista.

* In un luogo è possibile chiudere i flussi e i cicli di materia e di energia. Le energie rinnovabili, ad esempio, non hanno bisogno di essere trasportate e distribuite, si integrano facilmente al territorio, perché il loro impiego si può facilmente combinare con i cicli vitali, con l’agricoltura, con la produttività del lavoro, con la mobilità a corto raggio. E’ per questo insieme di ragioni che nel “luogo” le fonti e i sistemi energetici non dovrebbero essere imposti né importati, ma scelti in adattamento alla più alta integrazione tra risorse naturali e bisogni della popolazione. Oggi invece, che ne sappiamo dei sistemi energetici importati e imposti al territorio dove abitiamo? Attacchiamo una spina elettrica, ma conosciamo forse cosa c’è dietro ad essa? Quale enorme traffico di fonti primarie via mare e via terra, quale immenso apparato industriale, quante linee di distribuzione, quale distruzione di interi territori lontani e quale rilascio di inquinanti in atmosfera?

Queste sono alcune delle caratteristiche innovative che fanno del “luogo” il motore di cambiamento in ragione del rapporto diretto con il clima, della valorizzazione della biosfera, della facoltà di accogliere le moltitudini di coloro che hanno sentito la necessità di fuggire dall’ingiunzione di modernizzarsi.

Ritengo che l’enciclica “Laudato Sì” fornisca le basi per affrontare organicamente e in scala di priorità le emergenze del nostro tempo. Il vaso di coccio del Pianeta va restaurato, ma è profondamente avariato e preoccupantemente unico. Tralascio le implicazioni politiche che, oltre che discusse e praticate, sono già oggetto di ampie discussioni. Ma è la sostanza del messaggio di Francesco che viene sottaciuta, depotenziata, e, quando sottolineata, apprezzata sotto un lato romantico più che geostorico. Gli innumerevoli frequentatori delle parrocchie, delle comunità, del web, dei circoli aperti al sociale dovrebbero sentirsi sospinti a “linkarne” intuizioni, proposte, suggerimenti e dovrebbero essere indotti a descrivere, inventariare, valorizzare il “terrestre”, cui ho più volte fatto riferimento, in ogni luogo per la sua valenza anche globale, mostrando terreni di vita divenuti invisibili o resi incapaci di rigenerazione. La caratteristica che mi colpisce nell’Enciclica è come non ci si sia limitati a sommare il lamento degli emarginati con rappresentazioni intellettualizzate o senza protagonismo partecipativo. Ma anche questo non sembra sufficiente: mi ha stupito come l’ultima lezione “La fine del mondo” di Bauman pubblicata da Laterza e l’ultimo numero di “Limes” su Francesco e lo stato della Chiesa non contengano in centinaia di pagine nemmeno un riferimento a quanto da lui ampiamente sostenuto. Negazionismo “pour cause” o semplicemente “acqua passata”?

 

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