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Terzo settore, così si privatizza la solidarietà

Il 27 maggio scorso la riforma del Terzo Settore è diventata legge. C’è il rischio di una riduzione del welfare pubblico e del terzo settore alle logiche del mercato

“Signor Presidente, signori del governo, colleghi e colleghe,

Il testo della legge delega sul terzo settore torna in terza lettura alla Camera con molti cambiamenti: alcuni sono dei miglioramenti, ma anche un pesante peggioramento che dà un ulteriore segno negativo alla legge.

I miglioramenti che vogliamo evidenziare riguardano la valorizzazione del ruolo del volontariato e dei volontari, che la prima lettura qui alla Camera aveva clamorosamente dimenticato. C’è stata una vigorosa protesta delle organizzazioni di volontariato e anche una chiara denuncia del nostro gruppo parlamentare e tutto questo ha convinto i senatori a cambiare la versione iniziale del testo, o meglio ad integrarlo, visto che c’era una forte sottovalutazione del ruolo volontariato nella legge.

Un altro miglioramento riguarda la parte sul servizio civile. Torna il riferimento per il servizio civile alla difesa non armata, che la prima lettura aveva espunto all’improvviso e senza spiegazione. Gli stranieri con il permesso di soggiorno potranno svolgere il servizio civile. Anche qui le associazioni pacifiste e molte del servizio civile avevano decisamente protestato. E c’è un riferimento più chiaro, esplicito, al ruolo della Consulta nazionale degli enti di servizio civile, anche se le funzioni dell’organismo appaiono limitate e parziali. La parte sul servizio civile universale è forse la cosa migliore della legge e per questo la sosteniamo con convinzione.

Altri limitati miglioramenti riguardano i riferimenti ai diritti e al trattamento dei lavoratori e alcuni punti dell’articolo sulle imprese sociali, in particolare la specificazione per la ripartizione degli utili per le imprese sociali alle stesse modalità vigenti per le cooperative a mutualità prevalente.

E poi ci sono alcuni peggioramenti.

Ce n’è uno grosso come una casa.

Ed è quello dell’introduzione di un articolo di legge, il 10, che prevede la costituzione della Fondazione Italia Sociale.

Una totale forzatura rispetto alla prima lettura (questa disposizione non c’era) che – a parte l’evidente sudditanza ai desideri di un finanziere amico del premier che risponde al nome di Vincenzo Manes – illumina bene la filosofia del provvedimento.

Allo schiacciamento del terzo settore su una tradizionalissima logica d’impresa (presente nell’articolo 6 del testo) fa il paio l’introduzione (con l’articolo 10) di una sorta di privatizzazione della solidarietà controllata dallo Stato. Una specie di mostro giuridico. Si istituisce per legge una fondazione di diritto privato, che però ha ovviamente solide radici pubblicistiche e che deve raccogliere soldi dei privati.

Invece di lasciare in pace ed aiutare le organizzazioni di terzo settore a raccogliere i soldi per le loro cause umanitarie, con la Fondazione Italia Sociale si introduce la concorrenza sleale a danno del terzo settore, ma a favore del fund raising di Stato.

Sotto una scolorita vernice di sussidiarietà questa fondazione ha un impianto statalista il cui unico scopo è la privatizzazione della solidarietà.

Ha giustamente sottolineato il portavoce del Forum del terzo settore, Pietro Barbieri, che questa fondazione fa trasparire “una tendenza al dirigismo, un’impostazione fortemente accentratrice”.

E la senatrice del PD Cecilia Guerra ha paventato il rischio che “questa fondazione possa diventare un nuovo centro di potere e di interessi”. Siamo d’accordo.

Manes ha paragonato la fondazione all’IRI, un’IRI del sociale. Per favore lasciamo in pace la storia e le cose serie e non scambiamole con gli autobus legislativi per conquistarsi un posto al sole, magari da presidente della fondazione.

In un’intervista al settimanale VITA di sei mesi fa, Manes ha detto che lavorare nel Social Business è molto d’Appeal e che la sua idea forte è l’One for Italy, per raccogliere Grant ma anche il Crowfunding con il Giving Day per il quale ha in mente il Pay Off, naturalmente per favorire il mercato dell’Impact Investing.

Ok Mister Manes, lei si dedichi pure alla City, ma lasci in pace il terzo settore italiano.

Questo articolo di legge è stato salutato con entusiasmo da alcune fondazioni, come la Fondazione Humana, che hanno in mente una sola cosa: togliere il più possibile funzioni, risorse e capacità di indirizzo ai poteri pubblici, privatizzare il welfare, ridurre i diritti a bisogni, i cittadini in clienti, i servizi sociali in mercati sociali.

Qui non c’entra nulla la sussidiarietà.

Noi siamo a favore della sussidiarietà. I cittadini e le loro organizzazioni devono essere sostenute e valorizzate nella realizzazione del bene comune e dell’interesse generale. L’interesse pubblico non va confuso con la gestione statale. Siamo d’accordo.

Ma la sussidiarietà è uno strumento per raggiungere il bene comune e l’interesse generale, non il cavallo di Troia per far fare profitti alle imprese.

L’articolo 118 della Costituzione dice “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Questa è la nostra bussola. Ma che c’entra il social business dei finanzieri renziani?

La Rerum Novarum fonda il principio di sussidiarietà, rivendica il ruolo primario delle persone e dei corpi sociali nella realizzazione del bene comune.

Ma quella enciclica bisogna leggerla tutta.

Leone XIII ricorda che è “dovere dello stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai” (27) e aggiunge “provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello stato” (26).

Si parte cioè dal bene comune e dentro quella che può essere una sussidiarietà circolare, società civile e stato concorrono -senza antagonismi ma con cooperazione- per la sua realizzazione.

Ora, questa legge di sussidiarietà ha poco, a partire dal titolo: riforma del terzo settore, come se si potessero riformare e disciplinare i corpi intermedi. Non si tratta di riformare il terzo settore, ma i rapporti tra terzo settore e pubblica amministrazione.

La parte sull’impresa sociale di questa legge non ha niente a che fare con la sussidiarietà, ma solo con la riduzione del welfare pubblico e del terzo settore ad una logica di mercato.

Quasi 20 anni fa il rapporto della John Hopkins University di Baltimora -una ricerca comparata sul settore non profit, per molti anni una bibbia per il mondo del terzo settore- concludeva il suo studio mettendo in guardia il settore non profit da due rischi che già allora si intravedevano: quello del parastato e quello del paramercato (business).

Sono i rischi che questa legge invece di arginare, rischia di favorire.

A noi un terzo settore parastatale o business, anche se social, non piace.
E per fortuna gran parte del terzo settore non è così.

Ma l’impostazione di questo provvedimento che soggiace agli articoli 6 e 10 (impresa sociale e Fondazione) risponde ad una filosofia sbagliata: toglie autonomia al terzo settore, rischia di snaturarlo, di renderlo subalterno, di trasformarlo in uno strumento della privatizzazione del welfare.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole rimanere autonomo, continuare ad esercitare una funzione critica, ad esprimere un ruolo di denuncia.

Noi stiamo dalla parte di chi nel terzo settore rifiuta la cooptazione subalterna e vuole continuare ad giocare un ruolo critico, attivo, consapevole.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole cambiare le cose.

Più di 25 anni fa il fondatore del MOVI (Movimento di Volontariato Italiano) e della Fondazione italiana per il volontariato, Luciano Tavazza, diceva:

il volontariato, rifiuta di fare ciò che la Costituzione affida allo Stato… la sostituzione del servizio pubblico che fa magari ricca l’associazione e lascia frustrati i volontari. Suo compito non è la supplenza a ciò che non funziona, offrire alibi ad amministratori incapaci… è veramente solidale se assume dimensione politica, cioè forza di pressione realizzata con mezzi nonviolenti, ma non per questo meno efficaci, per il cambiamento. Un soggetto… non meramente caritativo, autonomo e non collaterale, liberatorio e non solo riparatorio

Tanta acqua è passata sotto i ponti, ma a noi quelle parole continuano a piacere. Ci continuano a piacere le parole di Don Luigi Ciotti quando ricorda che il terzo settore deve avere un ruolo di denuncia e di ricerca di giustizia, ci continuano a piacere le parole di Papa Francesco quando di fronte agli aderenti di Comunione e liberazione nel marzo del 2015 arriva a dire: “non diventate meri impresari di una ONG”.

Il terzo settore senza impronta etica, senza la denuncia sociale, senza ruolo liberatorio, senza autonomia non è più terzo settore: diventa bricolage imprenditoriale del sociale, gamba residuale di uno stato sociale in crisi, gadget mediatico e strumento di marketing per il profit.

Continueremo a stare dalla parte del terzo settore che – nella concreta pratica del servizio e della condivisione- vuole cambiare le cose; che continua a dire “così non va”, “no, non ci sto”; che continua a dire che la povertà non può essere tollerata, che la solidarietà viene prima del mercato, che la denuncia delle ingiustizie viene prima del contributo pubblico, che la partecipazione sociale viene prima del business.

Ed è per questo che -pur apprezzando le parti della legge sul volontariato ed il servizio civile- voteremo contro questo provvedimento.

Il testo pubblicato costituisce l’intervento di Giulio Marcon alla Camera, il 27 maggio scorso, prima della votazione sulla legge

 

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