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Salvini e l’antispecismo, l’amore degli italiani per gli animali non umani

In Italia, l’attenzione verso gli animali è in costante crescita, come si evince dall’interesse di opinione pubblica e partiti politici, e dall’emergere di nuovi stili di vita. Ecco una anticipazione del libro “I movimenti animalisti in Italia”, edito da Meltemi. FacebookTwitterGoogle+LinkedinPinterestemailPrint

Il 20 maggio 2017, presso l’Istituto dei Ciechi di Milano, l’ex premier Silvio Berlusconi in compagnia dell’onorevole Michela Vittoria Brambilla annuncia la formazione di un (sedicente) movimento animalista […]. Si possono dire molte cose del Cavaliere di Arcore, ma non se ne può certo negare la capacità di leggere e cogliere i cambiamenti e le tendenze dell’Italia contemporanea, spesso anche approfittando e indirizzando a proprio vantaggio alcuni trend popolari, e provocando derive culturali di vasta portata e il cui effetto si sentirà probabilmente per lungo tempo nel nostro Paese. Infatti, per quanto siano state fornite differenti spiegazioni rispetto alla “svolta animalista” di Berlusconi, anche i suoi più strenui difensori dovranno ammettere un certo opportunismo o quantomeno un calcolo elettorale alla base di tale atteggiamento.

È d’altra parte evidente l’interesse diffuso presso la popolazione nazionale per le tematiche legate a benessere e diritti animali. A dimostrazione di ciò, non soltanto Berlusconi sembra “cavalcare” (l’uso del termine in questo contesto non è casuale!) tale emergente fenomeno.

È noto, ad esempio, come diversi esponenti del Movimento 5 Stelle siano vicini a temi animalisti/ambientalisti e molti fra loro seguano una dieta vegetariana/vegana, dimostrando per altro sia nella conduzione dello stile di vita sia rispetto a diverse specifiche tematiche, un approccio quantomeno più coerente rispetto a quello berlusconiano.

Tuttavia, se l’interesse pentastellato era prevedibile e certamente in linea con alcuni ideali grillini, stupisce invece l’avvicinamento di altri partiti. Il riferimento è in particolar modo alla Lega: alcuni esponenti hanno fatto negli ultimi mesi espliciti endorsement animalisti, per quanto sempre legati a un animalismo protezionista, zoofilo e old-fashioned.

La contraddizione in questo caso appare evidente e da seguire con attenzione negli anni a venire: la Lega, infatti, si è sempre contraddistinta per la difesa delle pratiche tradizionali (numerosi dei suoi membri sono, anche, strenui difensori della caccia) e dei costumi locali, fra cui in un Paese come l’Italia uno dei primi elementi è rappresentato dalla cucina, spesso a base di carne. Proprio in riferimento a una presunta peculiarità e superiorità occidentale (e ancor prima italiana, e ancor prima di alcune zone d’Italia) la Lega ha utilizzato argomenti animalisti contro le pratiche di macellazione islamica o ancora contro il consumo di carne canina in Cina […].

In tutto ciò, come spesso accade, la sinistra (sia quella istituzionale sia buona parte di quella vicina ad altre istanze progressiste) sembra perdere di vista un importante argomento rispetto a cui dovrebbe far sentire la propria voce. Dapprima l’ambientalismo e successivamente l’antispecismo nascono, infatti, come istanze assolutamente “di sinistra”, soprattutto di una sinistra post-materialista e vicina ai nuovi movimenti sociali.

Se un certo ambientalismo è stato poi sostenuto, assorbito e in qualche modo sussunto dai Verdi e anche da altri partiti più “generalisti” (della Porta & Diani, 2004), lo stesso non sembra avvenire con tematiche antispeciste o anche soltanto legate ai diritti e al benessere animale […]. Al di là della possibile perdita di voti in chiave elettorale e di una certa miopia rispetto alle richieste che arrivano dal basso, si corre in questo modo il rischio (che in parte si sta già materializzando) di concedere un tema a un’area politica che poco dovrebbe avere a che spartire con esso, per le evidenti contraddizioni che abbiamo in parte accennato in precedenza e su cui torneremo nel corso del libro.

È chiaro, infatti, che la difesa delle forme di vita più deboli sia un’istanza progressista, mentre la sua trasformazione in un fenomeno caritatevole ed (esclusivamente) emozionale e pietistico appartenga a tutt’altra Weltanschauung, generalmente ascrivibile alla borghesia conservatrice, in chiave nazionale riferita anche a un retroterra culturale di impostazione berlusconiana.

A conferma di quanto detto, nelle prossime pagine forniamo un breve riassunto di due termini chiave che torneranno spesso nel corso di questo libro e di cui dunque una generale presentazione risulterà utile anche per i meno esperti: antispecismo e veganismo.

Antispecismo

Potrà infatti non essere noto a tutti i lettori e le lettrici ed è dunque bene ribadire da dove nasca l’antispecismo, e perché se ne ribadisca in questa sede la natura progressista, “di sinistra” e in ultima istanza assolutamente politica, al contrario di quanto proposto da molta della vulgata animalista contemporanea che vorrebbe trasformarlo in un tema per lo meno trasversale o in una sorta di versione aggiornata di frattura “à la Rokkan”, come se si potesse dividere la popolazione in animal friendly e non-animal friendly così come lo si fa, per esempio, con laici e cattolici.

Seguendo una convenzione piuttosto diffusa, possiamo dire che l’antispecismo “nasce” nel 1975 con il libro Animal liberation di Peter Singer: se tale termine è stato reso popolare e articolato in maniera compiuta dal filosofo australiano, bisogna tuttavia riconoscerne la paternità a Richard Ryder (1970). Da quel momento, con il correlato termine “specismo” (Dunayer 2004) si indica la discriminazione nei confronti degli animali non-umani, che, secondo i sostenitori di tale prospettiva, sarebbe sostenuta da un pregiudizio di natura morale (antispecismo di prima generazione) oppure da un impianto ideologico paragonabile a quello che ha sostenuto sessismo e razzismo (antispecismo di seconda generazione).

L’antispecismo si presenta quale una corrente filosofica vera e propria, originariamente sviluppatasi nell’alveo della filosofia morale (e in particolar modo dell’utilitarismo benthamiano prima, e del giusnaturalismo successivamente), volta a ridiscutere da cima a fondo le forme di sfruttamento nei confronti di tutti gli animali, e pertanto anche le condizioni di vita delle società contemporanee e in modo particolare di quelle a capitalismo avanzato.

L’antispecismo, dunque, si pone in contrasto sia rispetto alle forme della proto-zoofilia filantropica di discendenza aristocratico-borghese che hanno caratterizzato i secoli passati, sia rispetto a quelle più organizzate ed elaborate del protezionismo novecentesco: non si accontenta di battaglie nei confronti di istanze specifiche, ma propone un radicale cambiamento dell’ordine esistente, delle strutture sociali e dei rapporti di forza, in vista del superamento dell’antropocentrismo e della discriminazione nei confronti di tutti gli esseri animali.

Veganismo

Ritorneremo sul concetto di antispecismo nei prossimi capitoli, sia in quelli teorici sia in quelli dedicati all’analisi empirica. In questo contesto introduttivo, tuttavia, riteniamo opportuno occuparci brevemente anche di un altro argomento fondamentale e al centro dei dibattiti (mediatici e non solo) degli ultimi mesi: il veganismo (o veganesimo). Con questo termine ci riferiamo a una corrente filosofica che si esplicita pragmaticamente nella conduzione di uno stile di vita. Tale stile di vita rifiuta qualsivoglia utilizzo (per alimentazione, abbigliamento, spettacolo o quant’altro) di qualsiasi animale; il veganismo, pertanto, non deve essere confuso o assimilato semplicisticamente alla conduzione di una dieta. Tale aspetto è certamente centrale nella conduzione di vita vegana, ma non deve essere inteso come la cifra essenziale della corrente filosofica.

Nel corso dei secoli in Occidente si sono registrati numerosi e illustri esempi individuali di dieta vegetariana, per quanto giustificati in vario modo: ormai classici sono i riferimenti a personaggi quali Pitagora, Leonardo, Linneo, Erasmo da Rotterdam, Voltaire, Schopenhauer, Tolstoj, per citarne soltanto alcuni.

Al contrario, organizzazioni in favore del benessere e dei diritti degli animali non-umani fanno la loro comparsa soltanto a partire dall’Ottocento in Gran Bretagna, con l’istituzione della Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA), e la promulgazione nel 1822 della prima legge inerente i diritti degli animali, il Cruel Treatment of Cattle Act, meglio conosciuto come Martin’s Act, dal nome del parlamentare britannico, Richard Martin, che ebbe un peso fondamentale nel processo di approvazione di tale provvedimento (Bargheer, 2006). Per completare questa breve precisazione rispetto al veganismo, va detto infine che il termine vegan è stato coniato da Donald Watson nel 1944 (Leneman, 1999): Watson, membro della storica Vegetarian Society britannica, sviluppò il dibattito all’interno dell’organizzazione in riferimento alla necessità di abbandonare il vegetarianesimo per abbracciare un più coerente stile di vita che tenesse in considerazione anche lo sfruttamento di quegli animali produttori di uova, latte, formaggi e altri prodotti di derivazione animale. La linea di Watson non passò, e pertanto egli creò la parallela Vegan Society.

Fatte queste doverose premesse, è noto come il veganismo stia assumendo in anni recenti un ruolo centrale nei discorsi inerenti gli animali non-umani. Se da una parte tale cambiamento testimonia un interesse profondo per la questione animale tanto da mettere in questione uno degli elementi portanti della costruzione identitaria e del portato culturale (l’alimentazione), d’altra parte è innegabile che spesso tale svolta sia motivata da ragioni discutibili o quantomeno non in linea con le motivazioni profonde del veganismo per come le abbiamo poc’anzi delineate.

Non ci riferiamo tanto (e soltanto) a coloro che hanno abbracciato e abbracciano un tale stile di vita per ragioni sostanzialmente modaiole, quanto soprattutto a chi fa del veganismo una questione identitaria, totalizzante e combaciante con l’antispecismo, il più delle volte trasformando (volontariamente o meno) tale scelta etica in un semplice regime di consumo alternativo. Considerando in termini politici il veganismo come una forma di contro-egemonia (Bertuzzi & Reggio, di prossima pubblicazione, a), bisogna dunque precisare come il fenomeno in certi casi si presenti con caratteristiche che nulla hanno a che vedere con prospettive critiche, ma anzi si declini come una semplice alternativa di mercato. Anche nella nostra ricerca questi aspetti contraddittori sono spesso emersi: l’analisi di tali posizioni verrà ripresa nei prossimi capitoli riguardo ai diversi registri utilizzati da coloro che si occupano a livello organizzato di animali non-umani […]

Questione animale e ambiguità moderna

Al di là del veganismo, negli ultimi anni la questione animale sembra emergere come elemento di notevole interesse per l’opinione pubblica, italiana e non solo (si vedano almeno Eurobarometer 2007 e 2010, ed Eurispes 2014, 2015 e 2016).

A testimonianza di ciò si possono considerare nuovamente i dati Eurispes 2016, dai quali risulta che l’80,7% degli italiani sarebbe contrario alla vivisezione, il 68,5% contrario alla caccia e il 71,4% contrario all’utilizzo degli animali nei circhi. Certamente, su tali dati d’opinione si possono avanzare dubbi metodologici, ben evidenziati anche dalla notevole altalenanza nelle risposte fornite dagli italiani su singole issues

Tutti questi dati, tuttavia, non devono oscurare il ruolo tuttora sussidiario che gli animali occupano nelle società contemporanee e il carattere specista di queste ultime: in questa sede si usa il termine “specista” in chiave descrittiva e senza caricarlo di giudizi valoriali. Infatti, al netto dei vari dati in precedenza discussi, va rilevata la natura estremamente ambigua del rapporto fra modernità e questione animale (Francione, 2000; Nibert, 2002; Hobson-West, 2007). Da quanto detto finora sembrerebbe emergere, sia a livello nazionale che internazionale, un notevole interesse per la vita e il benessere degli animali non-umani, da leggersi nell’ottica del processo di modernizzazione.

Tale processo è efficacemente sintetizzato da Peter Singer (1981) con l’espressione expanding circle, secondo cui la modernità sarebbe caratterizzata dal crescente aumento di individui portatori di interessi e successivamente di diritti, in un percorso che avrebbe portato differenti soggetti (dalle donne ai disabili, dai bambini agli ex colonizzati) all’ottenimento di riconoscimenti identitari e giuridici, nell’ottica di un abbattimento delle discriminazioni. Pur con tutti i distinguo del caso e precisando che tale processo è in fieri, sembra evidente l’espansione di tale cerchio anche verso (alcuni) animali non-umani.

Allo stesso tempo, tuttavia, la modernità, intesa soprattutto quale espressione del capitalismo economico, ha fatto esponenzialmente aumentare il numero di animali uccisi per fini alimentari, cosmetici, scientifici e sartoriali (Featherstone, 1990). I dati del Meat Atlas, promulgato da Friends of the Earth (2015), sono in tal senso esplicativi: nel mondo verrebbero macellati ogni anno 58 miliardi di polli, 2,8 miliardi di anatre, quasi 1,4 miliardi di suini, 654 milioni di tacchini, 517 milioni di pecore, 430 milioni di capre, 296 milioni di bovini […].