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Il rovescio della libertà

È circa dalla metà degli anni 70 che la gestione dell’economia si è imposta come criterio di governo di tutti i processi sociali di un qualche rilievo. Con quali conseguenze? Un’anticipazione del libro di Massimo De Carolis

 

Cominciamo a raccogliere le fila dell’analisi, sforzandoci di tracciare un quadro unitario e coerente, per avviarci con ordine verso le conclusioni.

L’ipotesi che ci ha guidato, fin dalle prime battute, era che il progetto neoliberale fosse in effetti molto più ambizioso di quanto in genere non si sia portati a riconoscere. Che il suo vero bersaglio, alle origini, non fossero semplicemente l’economia o la politica concepite come «sfere» circoscritte, ma la civiltà nel suo insieme, vale a dire la totalità delle possibili forme di interazione cooperativa tra gli esseri umani all’interno di una determinata società civile.

Per ragioni logiche evidenti, un progetto di tali dimensioni non poteva fare a meno di una base speculativa di ampiezza antropologica, adeguata a fondare una concezione generale della natura umana e una determinata idea di cosa significhi vivere e agire in qualsiasi società umana. D’altro canto, qualunque teoria generale della civiltà (e non solo quella di stampo neoliberale) è portata a tradursi in un criterio evolutivo e, quindi, in un progetto pratico relativo alla strategia migliore e più coerente per promuovere il progresso della civiltà.

Nel quadro neoliberale, come si è visto, il progresso viene a coincidere con il graduale ampliamento della cooperazione libera, di cui la catallassi di mercato dovrebbe rappresentare il prototipo. Il programma pratico che ne consegue ha perciò come obiettivo l’estensione di questo prototipo alla vita sociale nel suo insieme, in base all’assunto antropologico che, per gli esseri umani, vivere debba significare sempre e comunque – in forma esplicita o mascherata – cooperare socialmente o nella forma «libera» dello scambio catallattico o in quella «coercitiva» del dominio di stampo feudale.

Verso la metà degli anni Settanta, di fronte alle crescenti disfunzionalità dello stato sociale di matrice keynesiana e all’avanzata di una controcultura dai toni minacciosamente rivoluzionari, i maggiori apparati di governo finirono per trovare un punto di convergenza proprio nel programma tracciato, qualche decennio prima, dal neoliberalismo. Ne decretarono così un trionfo tardivo ma eclatante, sia pure in una collezione di varianti decisamente edulcorate, appiattite e tagliate su misura per le esigenze dei depositari del potere in aree geopolitiche profondamente diverse: dal Cile di Pinochet alla Cina di Deng, passando per la neonata Unione Europea, fermo restando l’indiscusso ruolo guida degli Stati Uniti e, in qualche misura, della Gran Bretagna.

Quello che ne risultò fu un curioso intreccio tra le strategie politiche più contingenti e il piano più profondo della storia universale. È presumibile che gli apparati di governo, nella maggior parte dei casi, non avessero altro obiettivo che il consolidamento delle proprie posizioni di potere ed è certo perciò che la promessa neoliberale di una società più libera e creativa si sia ridotta, spesso e volentieri, a un banale espediente propagandistico. È altrettanto evidente però che, in molti casi, i soggetti politici più organizzati avessero la chiara consapevolezza di quanto il consolidamento del potere richiedesse effettivamente, come condizione del tutto imprescindibile, l’elaborazione di una nuova «politica della vita», capace di realizzare in tempi brevi un vero e proprio rivoluzionamento delle convenzioni, delle aspettative collettive e dell’intera rete di relazioni cooperative che definiscono il tessuto di una civiltà.

È questo sicuramente il caso dei paesi che affrontavano una brusca transizione dal modello socialista a un’economia di mercato ipermoderna, ma un discorso analogo vale, a maggior ragione, per le aree direttamente investite dal progetto occidentale di un «nuovo ordine globale» e dalle pratiche di nation building che di regola lo hanno accompagnato. E vale sicuramente, in misura meno drammatica ma non meno profonda, anche per l’Europa, impegnata in un tortuoso e profondo processo di ridefinizione della propria identità politica.

Con ogni probabilità, in simili casi, l’adozione delle ricette neoliberali fu dettata dalla sincera convinzione che il «mondo della vita» andasse riprogrammato dalle fondamenta, e con assoluta urgenza, per evitare un tracollo dell’ordine civile di cui era difficile anche solo immaginare le possibili ripercussioni. Ed era chiaro fin dal primo momento, a chiunque fosse in grado di riflettere, che una trasformazione così profonda dell’ordine civile avrebbe inevitabilmente comportato anche un rivoluzionamento degli stessi rapporti di potere, della struttura interna e degli equilibri tra i soggetti egemoni, con l’implicita esasperazione delle rivalità e dei conflitti. Presumibilmente, insomma, il rischio della guerra tra bande fu messo in conto fin da principio, benché tutto lasci supporre che, almeno in qualche caso, l’effettiva intensità di questa guerra abbia colto alla sprovvista gli stessi apprendisti stregoni che ne avevano acceso la miccia56. Naturalmente, gli effetti collaterali della «neoliberalizzazione» furono molto meno drammatici nelle aree più prospere e più stabili dell’Occidente. Resta però, al netto delle specificità locali, il dato generale che la gestione dell’economia – e, in particolar modo, la necessità di offrire risposte tecnicamente efficaci alle continue emergenze – si sia imposta quasi dovunque come criterio di governo e di riorganizzazione di tutti i processi sociali di un qualche rilievo, diventando così, all’atto pratico, la testa d’ariete di un esperimento antropologico su scala planetaria, virtualmente orientato alla trasformazione dell’intera rete di relazioni cooperative che definisce il tessuto della società globale.

Come ho già avuto modo di osservare, l’esperimento in questione ha presentato, quasi fin da principio, un bilancio vagamente paradossale. Per quanto infatti il governo dell’economia dovesse esserne il terreno di elezione, il dato di fatto è che, in ambito macroeconomico, crisi e disfunzioni si sono in realtà succedute a un ritmo sempre più serrato, esibendo in modo impietoso il divario fra la semplicità astratta delle ricette teoriche e la complessità dei processi reali. Viceversa, sul piano antropologico più generale, l’approssimazione di ogni sfera comunicativa allo scambio mercantile si è imposta con sorprendente efficacia, quasi senza incontrare resistenze di rilievo. A distanza di pochi decenni, l’idea che ogni genere di relazione sociale sia leggibile, in fondo, come un tipo particolare di scambio commerciale è entrata a far parte, di fatto, del senso comune e contribuisce ormai in modo sempre più marcato alla formazione delle aspettative collettive. Sia pure – è bene ricordarlo – in modo opaco e gravido di tensioni, non di rado con effetti allarmanti tanto sul piano psichico che su quello sociale.

 

Il testo pubblicato costituisce un estratto del libro di Massimo de Carolis, “Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà”, Edizioni Quodlibet.

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