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Ponti e affari. Da Istanbul a noi

Dal “terzo” ponte di Istanbul alla vicenda nostrana del Ponte sullo Stretto. Cambiare idea sui ponti di regime sembra politica costante tra gli ex sindaci

Come si ricorderà, i principali scontri avvenuti in Turchia nel tentativo non riuscito di colpo di stato contro il potere del presidente Recep Tayyp Erdogan sono avvenuti a Istanbul, lungo i ponti del Bosforo, il primo, detto primo ponte e il secondo ponte Faith Sultan Mehmet. Gli oppositori del regime che indicheremo come Antagonisti pensavano al controllo dei ponti come mossa decisiva per la resa dei conti e miravano anche al controllo della televisione e dunque alle 22 del 15 luglio 2016 hanno tentato di impadronirsi di quelli e di questa, con tanto di segnalazione attraverso un proclama delle autorità militari loro collegate. Lo scontro per il controllo dei ponti si è però rovesciato nel contrario e gli Antagonisti, con i loro carri armati, sono rimasti imbottigliati nel traffico di Istanbul, sul Bosforo di un venerdì sera, d’estate. In modo analogo la presa in forze dell’emittente televisiva si è capovolta nell’opposto controllo dell’informazione attraverso il messaggio sms (“scendete in piazza!”) che Erdogan ha inviato alle 23,30 servendosi del suo telefonino, via Face Time a CnnTurk (mentre Twitter, Facebook o gli altri mezzi di comunicazione giovanilista sono mal visti tanto dal Governo che dagli Antagonisti). Non è mancato un certo fraintendimento tra i militari, con la marina che si è tirata da parte o non ha capito bene la parola d’ordine e di conseguenza, come si è visto, il piano tanto ben studiato a tavolino non ha raggiunto il successo. Negli anni futuri una miriade di storici e politologi analizzeranno di nuovo la Tecnica del colpo di stato e del Contraccolpo di stato per spiegare cause, errori e conseguenze di tali fatti e misfatti (o fatti mancati).

Ma non è di questo che vogliamo parlare se non per quanto riguarda i quasi decisivi ponti sul Bosforo. Chissà se gli Antagonisti volevano impadronirsi del traffico essenziale di Istanbul oppure sottolineare il distacco – o il collegamento – tra Asia ed Europa? Sapremo mai l’opinione che muoveva gli Antagonisti o addirittura sarà svelato il loro recondito obiettivo? Conta di più che a distanza di pochi giorni, il 2 agosto, è stato lanciato il progetto di un secondo tunnel a tre livelli (due stradali e in mezzo, come una fetta di salame in un sandwich, la ferrovia) che attraverserà il braccio di mare cittadino tra i due continenti e sarà collocato tra i due ponti in funzione.

Ponti sul Bosforo che nel proseguo di agosto, da due che erano, quaranta giorni dopo il parapiglia del 15 luglio, sono diventati tre. Il prossimo colpo di stato va dunque pensato meglio, dislocando più accortamente le forze disponibili, su non meno di due tunnel, di cui uno in costruzione, e tre ponti. Il nostro argomento, non politico, non strategico, muove appunto dal terzo ponte. Val la pena di fermare subito la nostra attenzione di profani – profani alla geopolitica internazionale, profani all’ingegneria dei ponti e a quella dei buchi sotto l’acqua – prima che un nuovo interesse distolga l’interesse generale. Questa volta si tratterebbe del Bosforo2, un canale artificiale, per ora senza nome, corredato di almeno sei ponti, tra stradali e ferroviari, navigabile dalle grandi navi, da scavare nei prossimi cinque anni poco a ovest di Bosforo1, quello antico e caro agli dei, pertanto in Europa. Già si nota che Istanbul, con il Bosforo qui e un canale parallelo lì, disporrà di un’isola, una specie di Manhattan turca. Il potere rassicura fin d’ora, in anticipo, gli ambientalisti preoccupatissimi: senza grattacieli. Massima altezza delle case costruende: sei piani, così promette l’autorità comunale. Molti ricorderanno che Erdogan è stato sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998. Del Bosforo2 si sa ancora poco. Sarà largo, secondo le ultime indiscrezioni, forse trecento, forse 500 metri e abbastanza profondo da consentire il passaggio di grandi navi. Sarà lungo non meno di cinquanta chilometri, non rettilineo ma serpeggiante, per aggirare gli ostacoli naturali; il numero delle chiuse, inevitabili, non è ancora conosciuto. Descritto così, con tanti preziosi dettagli il secondo Bosforo, torniamo però al nostro argomento favorito, il terzo ponte.

Il terzo ponte, dedicato anch’esso a un famoso sultano, Selim- (Yavuz Sultan Selim, il feroce Selim) del sedicesimo secolo, ha due caratteristiche inusitate. Consente la circolazione contemporanea di autoveicoli e treni, con due linee ferroviarie centrali e quindi è un ponte molto largo, largo 60 metri, “come un piccolo campo di calcio”, un po’ come il sempiterno Ponte dello Stretto di Messina, vero e proprio Loch Ness della politica italiana che ogni tanto riappare, come il sempiterno terrore del lago scozzese. Sulla carta il Loch Ness in versione calabro sicula, che potremmo chiamare sbrigativamente Ness, soprattutto se dovesse rientrare nella nostra discussione quotidiana è un po’ più largo; un dieci per cento in più. Anch’esso era previsto infatti per autoveicoli e treni. Visto che il tempo passa ed è stata inventata l’alta velocità, ora si parla anche di quest’ultima, aumentando ancora di più il disordine nei trasporti all’imbocco del ponte tanto dalla parte di Scilla che di Cariddi. La lunghezza è però assai maggiore, 3,2 chilometri contro 2,2 scarsi del ponte turco. Il terzo ponte d’Istanbul è collocato parecchio a nord del secondo ponte, in prossimità del Mar Nero. Esso è dunque fuori città, un po’ come il nostro grande raccordo anulare romano: estraneo al centro abitato, ma essenziale oggi per il movimento degli automezzi e domani, chissà, per città satelliti e attività di ogni genere, ancorché imprevedibili; comunque di certo non olimpiche. In Asia e in Europa, di qua e di là del Bosforo, vi sono vecchie o meno vecchie linee ferroviarie che il ponte dovrebbe collegare ed è prevista anche una superstrada, che sulla carta appare come un ferro di cavallo che scorre a est e ovest di Istanbul e ha la cuspide tra la città e il Mar Nero. La seconda caratteristica del terzo ponte, quella che più ci appassiona, sempre che non sia già stata cancellata alle prime difficoltà, dovrebbe essere una doppia passerella pedonale. Pensate che bello se gli Antagonisti potessero arrivare e prendersi il ponte a piedi!

Se il ponte fosse stato in funzione allora e fosse stato pedonale, Giasone e compagni, i primi dei marinai della storia, avrebbero potuto servirsene per andare e tornare dal Pelio alla Colchide, dall’Europa all’Asia all’Europa, senza dover andare per mare, cioè senza essere costretti a inventare le navi, senza “spingere nel mar gli abeti”, come scrisse Vincenzo Monti per onorare il pallone gonfiato del signor de Mongolfier, capofila degli astronauti. Se la passerella regge, andremo anche noi in Asia a piedi. Si aspetta e si spera.

Come è ben noto il terzo ponte è opera parziale di una società italiana, Astaldi che ha soppiantato un’altra società italiana, Impregilo, coautrice del secondo ponte (1988) e storicamente interessata, dopo essere stata incorporata da Salini, al Loch Ness dello Stretto di Messina. Astaldi ha un terzo delle azioni, mentre il socio di maggioranza, la società turca Ictas ha il resto. Un importante fornitore del ponte è un’altra società italiana, l’Acciaieria Fonderia Cividale, cui si devono le parti metalliche. Il Primo ponte (1974) è di fabbricazione giapponese ed è italiano solo per la ferraglia, intendendosi per ferraglia la struttura in acciaio di origine emiliana. Salini Impregilo e Astaldi si sono prima e dopo date gran battaglie e hanno stipulato accordi di ogni genere, come spesso avviene tra multinazionali del settore (e di tutti gli altri settori, quanto a questo).

Nel caso dell’erezione di grandi opere, è inevitabile la compresenza di una o più imprese locali che sono poi quelle che hanno conti aperti con potere e ministeri. Le accuse principali al potere di Erdogan, tanto a Gezi Park nelle manifestazioni di Piazza Taksim del 2013 che al sommovimento sui ponti del 15 luglio, era relativo alla corruzione che avviluppava le scelte del suo governo e riguardava soprattutto l’atteggiamento disinvolto e tollerante nei confronti dei gruppi di lavori edilizi, pubblici oltre che privati. Lo scontento più pronunciato della popolazione è avvenuto con la decisione di trasformare il Gezi Park in un’area dedicata ai negozi e ai grandi magazzini, estromettendo la popolazione di uno spazio molto amato. I giovani e gli studenti, hanno cominciato a riunirsi nell’adiacente piazza Taksim divenuta ben presto il ritrovo dell’opposizione.

Da sindaco, Erdogan era molto contrario alla costruzione del terzo ponte. Nel 1995 diceva addirittura che il terzo ponte era “l’assassinio della città”. Aveva qualche ragione perché per fare il ponte si sono poi dovuti tagliare migliaia di alberi (il conto attuale è di 380 mila) e messa a rischio l’area umida dalla quale Istanbul ricavava l’acqua potabile necessaria alla popolazione in rapido sviluppo. A distanza di anni, divenuto presidente della Turchia, Erdogan ne ha appoggiato la costruzione, l’ha inserito nel programma di governo, ha concesso finanziamenti e facilitazioni e infine l’ha inaugurato in pompa magna, invitando alla cerimonia tutta una serie di autocrati internazionali. Cambiare idea sui ponti di regime sembra politica costante tra gli ex sindaci.

In edizione ridotta, ma non troppo diversa, vi è infatti la storia di Matteo Renzi che dopo aver dedicato un pezzo di una Leopolda a combattere la costruzione del Ponte sullo Stretto, ha cambiato radicalmente atteggiamento e recatosi alla festa per il centodecimo anniversario di Salini-Impregilo, ha incitato la società a costruire senza indugi il Ponte, assicurando che avrebbe dato lavoro a centomila persone. Quale poi sia l’interesse di Salini per i centomila di Renzi, non è dato sapere.

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