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Le sfide della sinistra nella crisi europea

A 60 anni di distanza e dopo un premio Nobel per la Pace, l’Ue mostra tutti i segni della vecchiaia. Anche il Libro Bianco di Juncker nella sostanza è una lista incolore di alternative, priva di coraggio e visione

Storicamente ostile ai nazionalismi, la sinistra europea sembra di nuovo essere incapace di fronteggiarli: oggi come nel 1914. Un secolo fa, il partito tedesco più forte –i socialdemocratici- votarono senza esitazione i crediti di guerra, fornendo alla cricca militarista al potere i mezzi per precipitare il mondo nelle due catastrofi successive delle guerre mondiali, ovviamente legate fra loro.

Fu come risposta a questa immane tragedia che Altiero Spinelli e i suoi compagni scrissero –nel momento più buio della storia europea- il manifesto di Ventotene, immaginando un continente pacificato, che mettesse al bando i conflitti fra gli stati, e in particolare tra Francia e Germania. Contro ogni previsione, quel progetto ebbe successo e in questi giorni si è festeggiata la firma del Trattato di Roma, l’atto con cui ciò che nel 1941 era impensabile divenne realtà appena 16 anni dopo, nel 1957.

Purtroppo, a 60 anni di distanza e dopo un premio Nobel per la Pace, l’Unione Europea mostra tutti i segni della vecchiaia, come se lo sforzo immane di mettere insieme 28 paesi avesse precocemente esaurito le sue energie vitali, lasciandola oggi incapace di decidere su questioni decisive come l’immigrazione, la politica fiscale, l’austerità. Tre settimane fa, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha presentato al parlamento un Libro bianco sul futuro della UE, il contributo della Commissione in vista delle celebrazioni 25 marzo, quando ci dovrebbe essere una solenne Dichiarazione sul futuro dell’Unione.

Il documento delinea vari scenari possibili, tra cui una maggiore integrazione tra gli stati che si sentono pronti a farlo ma nella sostanza è una lista incolore di alternative, priva di coraggio e visione. Né potrebbe essere diversamente: le tensioni fra gli stati (in particolare il blocco di paesi dell’Est), la disaffezione popolare e le minacce dal mondo esterno (dal terrorismo mediorientale alla presidenza Trump) rendono infatti impossibile un intervento all’altezza della situazione. Si continuerà, dunque, business as usual, anche perché lo scopo di trasformare la UE in una macchina da guerra del neoliberismo, spossessando gli stati dei poteri democratici che avevano fino alla fine degli anni Settanta, è stato raggiunto da tempo.

I trattati di Maastricht, Nizza e Lisbona sono la camicia di forza imposta ai popoli dal neoliberismo europeo e non occorre neppure guardare alle sorti della Grecia: è sufficiente assistere al penoso spettacolo dei ministri italiani che cercano di contrattare con Bruxelles la cosiddetta “flessibilità” per rendersi conto di quanto siano impotenti le istituzioni nazionali. Questo progetto di modernizzazione forzata attraverso la creazione di ciò che Guido Carli pudicamente chiamava il “vincolo esterno” non aveva nulla di casuale: esso “impone un mutamento profondo nella costituzione materiale del Paese, l’abbattimento dell’economia mista, l’alienazione del patrimonio mobiliare pubblico”, come scriveva lo stesso Carli nel suo libro Cinquant’anni di vita italiana.

E l’ex governatore della Banca d’Italia insisteva proprio su questo punto: Maastricht era “un cambiamento di natura costituzionale”. Un cambiamento, visto che trasformava i governi democraticamente eletti in amministratori di condominio, che forse avrebbe dovuto essere maggiormente discusso e ponderato. Magari votato in un referendum come quelli che si tennero in Danimarca (che inizialmente votò No) e in Francia, dove solo una sfrenata propaganda dell’establishment riuscì a strappare un misero 50,8% di Si.

Le costituzioni devono durare, quindi sono difficili da modificare, per ottime ragioni: nel caso dei trattati europei quella italiana è stata puramente e semplicemente messa da parte con ratifiche parlamentari del tutto inadeguate –politicamente e giuridicamente- all’entità della posta in gioco. Se ciò è avvenuto è in primo luogo responsabilità della sinistra: sono stati i suoi presidenti del consiglio, in particolare Prodi e Ciampi, a condurre dei partiti disorientati e privi di leadership dopo la morte di Berlinguer (1984) verso l’accettazione incondizionata di un’Europa che non aveva nulla a che fare –ma proprio nulla- con gli ideali di Altiero Spinelli.

Oggi, di fronte al rigetto popolare di politiche crudeli e miopi, la sinistra balbetta, oscillando a giorni alterni tra le sbruffonate di Renzi sul “battere i pugni sul tavolo” a Bruxelles e la richiesta di improbabili trasformazioni in senso democratico dell’Unione. Una subalternità che si estende perfino ai suoi esponenti più lucidi, come Yanis Varoufakis, che recentemente diceva: “Visto che l’euro è stato creato dovremmo cercare di sistemarlo anziché uscirne. E ho sempre sostenuto che, di fronte a interessi particolari nella Ue e nell’eurozona che insistevano che l’euro non avrebbe dovuto essere aggiustato, da cui maggiore austerità, prestiti impossibili da ripagare, depressione e difficoltà cui sono stati costretti i nostri paesi, allora i nostri governi avevano il dovere di disobbedire e di resistere con forza alla spinta verso tutto questo”. Naturalmente non è chiaro cosa significhi “disobbedire”, visto che il governo Tsipras ha fatto esattamente l’opposto, costretto a imporre lacrime e sangue al suo popolo per obbedire ai diktat della Troika e in particolare della Banca Centrale Europea.

E’ evidente che un’Europa governata da Marine Le Pen o Geert Wilders sarebbe xenofoba e protezionista, alleata di personaggi che sono fascisti appena riverniciati come l’ungherese Viktor Orban o il polacco Jaroslaw Kaczyński. Ma non saranno le Grosse Koalitionen a salvare i partiti dell’establishment di fronte alla confusa, maldestra e pericolosa ribellione nazionalista in corso. Il voto olandese non è affatto il segno di un limite, di una soglia che le destre nazionaliste non sarebbero in grado di valicare come molti pensano: la sofferenza sociale e il disprezzo per la classe politica in Francia sono andati ben oltre e le presidenziali che si terranno tra qualche settimana sono aperte a qualsiasi risultato.

Certo, la sinistra non può schierarsi con questi personaggi, né con Salvini, ma allora ha l’obbligo di dire cosa vuol fare delle catene che strangolano i popoli europei. Fingere che non esistano, o invocare l’applicazione di cerotti sulle piaghe, non è credibile. Movimenti e partiti che dichiarano di essere contro l’austerità e il neoliberismo resteranno semplicemente irrilevanti se non offrono reali alternative e tra queste alternative non può essere esclusa l’uscita dall’Unione.

L’Italia non è la Grecia, ha un’economia paragonabile a quella inglese, potrebbe sopravvivere anche in un mondo senza la UE: certo, non sarebbe un pranzo di gala. Sembra però che nessuno si renda conto dell’enorme potere contrattuale che avrebbe un governo deciso a invocare l’articolo 50 per negoziare l’uscita del nostro paese. A differenza di una Gran Bretagna sempre con i piedi dentro e la testa fuori dall’Europa, l’Italia è un paese fondatore, la seconda potenza industriale del continente, il paese storicamente più “europeista”: se ce ne andiamo noi dell’ambizioso progetto europeo non resterebbero che macerie. Questo lo sanno tutti, e in particolare i tedeschi, che –almeno per ora- non vogliono ritrovarsi soli nel mezzo di un continente invidioso della loro prosperità e timoroso della loro forza. Magari perfino Schauble e la Bundesbank deciderebbero di cambiare strada di fronte a una seria minaccia del genere.

In ogni caso gli inglesi stanno mostrando, magari per pessimi motivi, che c’è vita anche dopo l’Unione se si vuole tornare a decidere democraticamente dei propri destini. Non mi sembra un esempio così catastrofico.

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