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La vittoria di Obama è una cura per tutti

E’ un patchwork? Ci potete scommettere. Poteva essere migliore? Certo. Ciononostante la riforma Obama è un’enorme vittoria politica, e non solo per lui

Il testo di riforma della sanità statunitense approvato alla camera dei rappresentanti nella notte tra domenica e lunedì contiene alcune cose buone, alcune cose neutre e ha dei buchi che in Europa sarebbero impensabili. Partiamo da lontano: lo scontro più furibondo, quello durato un anno, che ha visto Nancy Pelosi litigare (nell’ombra) con i cosiddetti Blue Dogs, l’ala del suo partito che ha le posizioni più moderate in tema di poltiica economica, è stato quello sulla public option. Nessuno, mai, aveva proposto nel dibattito attorno alla riforma sanitaria, l’introduzione di un Medicare for all, di un sistema sanitario europeo, unico e pubblico. Se da noi è un tabù (o quasi) parlare di pena di morte, l’idea di un sistema sanitario nazionale è tabù negli Stati uniti. In molti puntavano però a creare un’agenzia pubblica che facesse concorrenza alle private e le costringesse ad abbassare le polizze. Il pubblico come strumento per rendere tale il mercato, insomma. Niente da fare. Con la scusa che l’aggravio per le casse federali sarebbe stato eccessivo, i Blue dogs hanno fatto muro. Via la public option, allora. E rabbia a sinistra, tra i liberal che alla camera sono molti. Non parliamo del senato, dove la paura di perdere il posto è seconda solo a quella del parlamento di Roma.L’esempio della public option è il più importante, ma se ne potrebbero fare altri su temi sanitari che riguardano via via le industrie farmaceutiche, gli ospedali privati, i medici, gli assicurati contenti, gli anziani, le assicurazioni. Come in Italia e nel mondo sviluppato, la sanità è uno dei mercati nei quali girano più risorse e la domanda tende a crescere in maniera costante con l’invecchiamento della popolazione e la scoperta di nuove cure. Gli interessi sono molti, economici e umani. Quando il partito di maggioranza è spaventato, tende ad evitare questioni tanto spinose, complicate, difficili da vendere al grande pubblico. Obama ha invece deciso di tirare dritto e di passare alla storia come l’uomo che avrebbe garantito (o quasi) il diritto alla sanità agli americani. E ha dovuto mediare, cucire, minacciare i suoi e fingere di trattare con un partito repubblicano che non ne aveva alcuna intenzione, fare retorica populista, concedere alla farmaceutiche per poter litigare con le assicurazioni. Il risultato finale è un testo complicato. Nella riforma approvata ci sono sgravi fiscali, tasse progressive e sulle assicurazioni, l’impossibilità di negare la polizza o il suo rinnovo a persone malate, aiuti alle famiglie mediamente povere – oggi solo bambini, anziani e poverissimi hanno delle garanzie pubbliche, Obama ha allargato molto la platea dei giovanissimi appena divenuto presidente. Con la riforma il 95% degli americani avrà un’assicurazione, il che significa che gli Usa guarderanno al problema in maniera diversa, tutti ne saranno toccati e per tutti sarà un tema da tenere sotto osservazione. Si tratta di una cosa di enorme importanza: per un governo togliere un diritto è molto più difficile che concederlo. Tra i dati negativi c’è la lentezza con la quale la riforma andrà a regime: una parte di opinione pubblica si aspetta di avere un’assicurazione domattina o di non potersi vedere negato il diritto alla cura, se malato, già da oggi. Non è così, per ora il divieto è per i minori, per gli adulti bisogna aspettare il 2013. Nello scontro epocale di questi mesi, comunque, a perdere, anche in misura dei soldi che ha speso in spot anti riforma e fondi elettorali agli eletti, è la lobby delle assicurazioni. E questo è bene.La storia non si fa solo con la qualità delle leggi. I presidenti finiti con le ossa rotte sulla sanità sono diversi e Obama da lunedì può fregiarsi di un risultato atteso da tutti per decenni. Se in molti sono delusi dalla riforma perché di sinistra e molti altri si oppongono perché di destra, negli Stati Uniti non c’era quasi nessuno disposto a mantenere le cose come stavano. I costi delle assicurazioni sono saliti molto negli ultimi anni, i senza copertura sanitaria anche. E nessuno ritiene che il sistema com’era fosse efficace. Un anno di propaganda della destra più becera e le divisioni, timidezze e indecisioni del partito democratico, hanno però reso il discorso pubblico impervio per coloro che la riforma la volevano. E’ ancora così, la nuova legge non piace alla maggioranza degli americani: il 43% pensa sia troppo liberal, il 13% troppo poco. I dati si possono leggere anche diversamente: al 44% piace e al 13% non piace perché ne voleva una migliore. Queste due ultime percentuali si possono sommare, le prime due no. Starà ad Obama e ai suoi vendere bene la riforma per riuscire a convincere i liberal e una piccola parte del 44%. Nel farlo, ha cominciato con un comizio in Iowa, dovrà contrastare l’ondata di retorica populista di destra che il tea party – la forma moderna presa dalla destra conservatrice Usa – si prepara a far montare. Durante il dibattito parlamentare, i militanti erano fuori dal Congresso per insultare i deputati. Oggi spediscono una mail ai simpatizzanti che ha come subject la frase “Now we fight”, adesso si combatte (sottotitolo, contro il socialismo). L’appello è a rimandare a casa i 219 che hanno votato la riforma, a cominciare da quei moderati, come il deputato del Michigan Stupak, che avevano posto il tema del divieto di utilizzo di fondi federali per la pratica dell’aborto e poi hanno votato a favore della Obamacare.Perché, dunque, la riforma è una grande vittoria? Il dato storico lo abbiamo ricordato e dal punto di vista della narrazione politica, si tratta di un fatto enorme. Poi ci sono quei 32 milioni di nuovi assicurati, potenziali elettori. Non uno scherzo. E infine c’è la certificazione del Congressional budget office – organismo indipendente che valuta i costi dei programmi federali – che la riforma contribuirà a ridurre il deficit. E’ una carta importante perché non aggrava una situazione molto difficile, perché accontenta una parte consistente di pubblico impaurita dal deficit e perché non distrae fondi alla necessità del momento. Che è quella di trovare strade per rilanciare economia ed occupazione. Infine, la riforma è una boccata di ossigeno a tutti noi, abituati da 30 anni a questa parte, a doverci opporre a riforme delle pensioni, del mercato del lavoro, dell’immigrazione. Se quella di ieri non è la migliore riforma possibile, inverte però una tendenza che dura dalla vittoria di Margaret Thatcher nelle elezioni britanniche del 1979. E’ passato tanto tempo.http://www.america2012.it/