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Il governo di fronte all’emergenza coronavirus

Il decreto “cura Italia” del governo contiene misure condivisibili. Manca però la consapevolezza che per affrontare una crisi sanitaria, economica e sociale destinata a protrarsi a lungo – in Italia, in Europa e nel mondo – è necessario un cambio di passo, con interventi e strumenti ben più radicali.

Si può fare un primissimo bilancio dell’azione del governo Conte da quando, alcune settimane fa, è scoppiata l’emergenza coronavirus, non solo quella sanitaria, anche quella economica e sociale.

I provvedimenti si sono susseguiti in un crescendo di rigore e ampiezza. Dai primi che riguardavano il contenimento dell’emergenza in alcuni comuni del nord Italia, poi in Lombardia e in altre regioni settentrionali, la limitazione degli spostamenti in tutta Italia, la chiusura delle scuole, fino alla decisione del 21 marzo scorso di bloccare in tutto il paese molte delle attività produttive, ma non tutte, suscitando le dure critiche dei sindacati.

Anche sul fronte economico e sociale abbiamo assistito ad una dinamica analoga. Dopo una prima fase di decisioni e misure estemporanee si è arrivati a scelte più coraggiose e radicali. Si è passati, inizialmente, dall’annuncio di un decreto da 3,6 miliardi di euro, poi passati a 7,5, poi arrivati a 12 e infine a 25. C’è stata confusione, ma il DEF (da varare entro il 30 aprile) può essere l’occasione per definire una strategia più complessiva.

Va ricordato che l’emergenza coronavirus è arrivata in un contesto di difficoltà economiche già esistenti nel nostro paese. Il IV trimestre del 2019 si era concluso con un calo del Pil dello 0,3% e Prometeia alcune settimane fa prevedeva un calo analogo nel I trimestre del 2020. Lo stesso governo stimava – prima della crisi da coronavirus – un aumento del Pil per il 2020 dello 0,2%, mentre l’OCSE ci dava a zero. Il debito pubblico già un mese fa era dato in ulteriore crescita – oltre il 135% – e la disoccupazione rimaneva inchiodata a poco sotto il 10%.

L’emergenza coronavirus, secondo gli analisti, può decretare un calo del Pil del 6% nel primo trimestre dell’anno e complessivamente (sperando in una ripresa nella seconda parte del 2020) può calare del 5% su base annua. Confindustria ci dice che, prima del blocco del 21 marzo, il 20% delle imprese italiane aveva rallentato le sue attività e Unioncamere del Veneto che il 25% delle imprese venete si erano fermate.

Secondo Sbilanciamoci! la disoccupazione può crescere nei prossimi mesi di 250-300mila unità. Il centro studi CERVED ha disegnato uno scenario di base (due mesi di emergenza) e un altro pessimista (sei mesi) sulle conseguenze sul nostro apparato produttivo: il turismo avrebbe un calo tra il 35% (scenario di base) e il 70% (scenario pessimistico), i trasporti aerei tra il 25% e il 55%, la logistica tra il 13% e il 30%, il settore delle costruzioni tra l’8% e il 23%, il settore dei componenti di autoveicoli tra il 20% e il 45%.

Il decreto “Cura Italia” varato dal governo il 17 marzo ha avuto una portata e un impatto rilevanti rispetto alle misure precedenti, e non solo per i 25 miliardi stanziati – come aveva richiesto Sbilanciamoci! nella prima settimana di emergenza, quando ancora l’esecutivo era fermo a un intervento previsto di 3,6 miliardi.

Il decreto prevede 3,1 miliardi per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale e la protezione civile; 5 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali; altri 5 miliardi per il lavoro (congedi, integrazioni, eccetera); 6,7 miliardi per le famiglie e le imprese e altri 4 miliardi per misure varie. Con questo provvedimento è cresciuto l’indebitamento e il rapporto deficit-Pil è stato stimato al 3,3% nel 2020.

Il “Cura Italia” contiene positivamente misure indifferibili e necessarie: i finanziamenti al sistema sanitario (nello specifico un’integrazione al fondo nazionale di 1,4 miliardi), la cassa integrazione per 9 settimane per tutte le imprese (anche quelle con un dipendente) e i lavoratori, la sospensione dei licenziamenti, i congedi parentali e i voucher per l’utilizzo di baby sitter (per figli fino a 12 anni), il rinvio delle scadenze fiscali, il blocco degli sfratti fino al 30 giugno, un credito di imposta per gli affitti degli esercizi commerciali, un’integrazione una tantum di 600 euro per i lavoratori autonomi e le collaborazioni coordinate e continuative, e altro ancora.

Si tratta di misure importanti, ma temporanee e parziali, alcune anche oggetto di critiche specifiche. Non c’è nessuna forma di protezione e di aiuto per il lavoro domestico e l’assistenza a domicilio (2 milioni di lavoratori e lavoratrici, spesso persone straniere) e l’integrazione per gli autonomi e i collaboratori è indifferenziata: non tiene conto del reddito e nemmeno se quel lavoratore o lavoratrice sta continuando a lavorare o se rischia di perdere il lavoro (o l’ha già perso). Le assunzioni in sanità previste dal decreto sono ancora modeste, mentre servirebbe un intervento ben più massiccio per rafforzare il personale del Servizio sanitario nazionale.

Il governo ha annunciato che dopo marzo ci sarà un “decreto aprile”, probabilmente utilizzando i fondi europei: l’ipotesi, con il permesso già accordato da Bruxelles, è di utilizzare 11 miliardi di euro di fondi strutturali che l’Italia non ha ancora destinato a progetti e interventi. Alcune misure saranno necessariamente prorogate: è prevedibile che le 9 settimane di cassa integrazione diventeranno decisamente di più e che la misura una tantum per autonomi e collaboratori sia strutturata e prolungata per alcuni mesi.

Altre nuove misure saranno prese. Le difficoltà drammatiche si susseguiranno: la continuazione dell’emergenza sanitaria per molte settimane e lo scoppio della recessione globale sono lì a testimoniarlo. C’è la speranza che il “decreto aprile” possa giungere in un momento di calo dei contagi e di affievolimento dell’emergenza sanitaria: in questo caso il governo dovrà mettere in campo più corpose misure per fare ripartire l’economia e varare misure espansive che abbiano al centro – si spera – non ennesimi incentivi fiscali indifferenziati alle imprese, ma forti investimenti pubblici. Probabilmente servirà nei prossimi mesi molto di più dei 25 miliardi già stanziati fino a oggi. Sbilanciamoci! stima che ne occorrano almeno altri 50-70 per fronteggiare la crisi, garantire redditi e salvare le imprese.

Servirebbe l’Europa, molta Europa, ma le istituzioni del vecchio continente non sembrano in grado di rispondere adeguatamente: questo è l’ultimo treno per le istituzioni europee per salvarsi dalla loro definitiva involuzione. Un’Europa che stanzia 25 miliardi di euro (quanto l’Italia) per l’emergenza coronavirus e che fa dire alla Presidente della BCE che la Banca Centrale non si occupa di spread non è credibile.

L’Europa dovrebbe mettere sul tavolo non 25 miliardi, ma 1.000 miliardi l’anno; il bilancio europeo dovrebbe passare dall’1% al 5% del Pil dei singoli paesi per gli interventi necessari. La BCE dovrebbe mettere liquidità non solo per salvare le banche, ma per dare linfa alla BEI (Banca Europea degli Investimenti) e al sostegno dell’economia europea. Proposte che sembrano (sembravano) impossibili, ma non c’è altra strada e questa bisogna provare a percorrere. È una battaglia da fare.

In una situazione d’emergenza come quella che stiamo vivendo serve, anche in Italia, una politica economica d’emergenza: il mercato ora si faccia da parte e il governo intervenga pesantemente con politiche pubbliche adeguate.

L’agenda è nota: serve un piano straordinario di investimenti pubblici per tutelare e allargare la sfera dei beni pubblici. Servono forti investimenti pubblici nella sanità pubblica (in questi anni falcidiata e sotto di 2 punti di Pil rispetto al finanziamento del servizio pubblico in Francia e in Germania): almeno 10 miliardi di euro per assumere 20mila tra medici e infermieri e 10mila operatori socio-sanitari, per potenziare i reparti di terapia intensiva, per investire nella prevenzione, per la cura delle malattie croniche e per il superamento delle diseguaglianze sanitarie che affliggono il nostro paese.

Bisogna investire nel welfare e nella protezione sociale: nell’edilizia pubblica residenziale, nelle politiche di genere, nella riforma e nell’allargamento del reddito di cittadinanza, nella tutela delle persone non autosufficienti. Bisogna investire nei saperi e nell’istruzione: i finanziamenti per scuola, università e ricerca devono raggiungere – anche in questo caso – i livelli di paesi di Francia e Germania.

Dopo la crisi servirà una vera politica industriale, che in questi anni non c’è stata. Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe trasformarsi in una Banca Pubblica di Investimenti e servirebbe, come ha proposto la CGIL, un’Agenzia nazionale pubblica per lo Sviluppo Industriale e il Lavoro, con poteri straordinari, fondi adeguati, procedure semplificate per dare un impulso alla politica industriale, alla difesa dell’economia e dell’occupazione.

Il Green New Deal – presente nella Legge di Bilancio per il 2020 con poche misure e molto modeste – deve diventare un volano per la ripresa della nostra economia nel post-emergenza: la decarbonizzazione della produzione e dell’economia è un obiettivo imperativo. Si possono attivare nuove produzioni e dare vita a nuovi consumi per un nuovo modello di sviluppo. Bisognerà avviare migliaia di piccoli cantieri per la realizzazione delle tante piccole opere che sono urgenti: la ristrutturazione degli ospedali e dei presidi sanitari dismessi, la messa in sicurezza (anche dal punto di vista sanitario) delle scuole che non rispettano le norme antisismiche e antincendio, la riqualificazione delle periferie, la cura del territorio attraverso la lotta al dissesto idrogeologico, la cura delle coste, la messa in sicurezza dei corsi d’acqua.

Per fare tutto ciò il governo Conte deve trovare soldi. L’Europa ha aperto uno spiraglio, ma non basta: siamo in attesa di iniziative come l’emissione di eurobond che aiutino paesi come l’Italia a fronteggiare questo momento e a scongiurare la speculazione dei mercati finanziari.

Ci sono le risorse da trovare anche in Italia, non solo facendo necessariamente debito pubblico, ma colpendo le grandi ricchezze dei privilegiati, la speculazione finanziaria, i grandi patrimoni. Ci aspettiamo dal governo misure anche in tale direzione. Con un prelievo aggiuntivo dell’1% sui patrimoni sopra un milione di euro potremmo trovare almeno 10 miliardi di euro l’anno e con una tassazione aggiuntiva del 5% (dal 43 al 48%) dei redditi sopra i 75mila euro potremmo avere 3 miliardi. Altri soldi, tanti, si possono trovare tagliando radicalmente le spese militari almeno del 25%: si tratta di 6-7 miliardi di euro.

Ci aspettiamo dal prossimo decreto e dal DEF che dovrà essere trasmesso in Parlamento entro un mese un piano radicale per fronteggiare un’emergenza che può produrre altri sconquassi sociali ed economici. Tutto ciò si può evitare, ma serve un salto di qualità della politica.