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Gli “stregoni dei numeri” di Bruxelles

La Commissione ci chiede un’ulteriore manovra da 3,4 miliardi, ma la metodologia che usa per i suoi conti, oltre che ideologicamente orientata, è screditata da un suo stesso gruppo di studio e dalla Bce

E così gli “stregoni dei numeri” di Bruxelles ci chiedono altri tre miliardi e mezzo di manovra correttiva, lo 0,2% del Pil. Altrimenti – dicono – devieremmo dalle regole europee. In politica e diplomazia è sempre sbagliato dare rispostacce, ma certo che questa volta lo sforzo per trattenersi è grande, e le prime cose che vengono in mente sono alcune frasi molto usate nel dialetto romanesco quando si vuole esprimere all’interlocutore un giudizio netto su quello che ha detto.

Si potrebbe però dire, senza eccedere ma anche senza tanti giri di parole, che la richiesta della Commissione è semplicemente irricevibile. E che lo sarà qualsiasi richiesta del genere fin quando questi calcoli saranno basati su una metodologia non solo inattendibile, ma anche largamente discrezionale e perciò manipolabile a piacere. Una metodologia che l’Italia ha da tempo contestato e su cui si è aperta – da almeno due anni – una discussione in sede tecnica, ma che intanto continua ad essere usata come se nulla fosse.

Come molti sapranno, la verifica del rispetto o meno delle complicatissime regole europee sul deficit e sulla riduzione del debito non prendono in considerazione solo i numeri scritti nel bilancio, ma li “correggono” per tener conto della situazione del ciclo economico. In astratto il principio è corretto, nel senso che a chi è in una situazione congiunturale negativa (cioè con il Pil che non cresce o cala) si lascia un certo margine di sforamento (la famosa “flessibilità”). I dolori cominciano quando si va a vedere con quale sistema si fanno questi conti.

Il dato di base è il calcolo del “Pil potenziale”, ossia quale sarebbe il Pil del paese in questione se venissero usate

pienamente tutte le risorse produttive. La differenza tra questo Pil potenziale e il Pil effettivo è l'”output gap”: più alto è questo dato e maggiore è il margine di flessibilità che si può ottenere. Dov’è l’impiccio? E’ nel Pil potenziale, che è calcolato in base a una serie di parametri che hanno un largo margine di arbitrarietà. Come ad esempio la “disoccupazione strutturale”, definita come quella quantità di disoccupati necessaria ad evitare che si creino tensioni sui salari (Nawru, “non accelerating wage rate of unemployment”). Ora, già che si adotti questo principio appare piuttosto spregevole: si dà per scontato – anzi, per necessario – che debba esserci una certa quantità di disoccupati, in modo da mantenere debole la capacità contrattuale dei lavoratori; ma per di più la definizione di questo tasso arriva a al ridicolo, perché di fatto è una sorta di media mobile dei tassi di disoccupazione degli anni precedenti. Quindi, peggio vanno le cose e più sale il Nawru, con esiti che sarebbero esilaranti se non fossero invece tragici: per la Spagna, ad un certo momento, il Nawru sarebbe stato al 25%; in Italia è all’incirca pari al tasso di disoccupazione effettivo. Il Cer aveva calcolato che sarebbe bastato tarare diversamente questo parametro per ottenere non solo un azzeramento del deficit, ma addirittura un attivo di bilancio fin dal 2013.

Quello del Nawru è solo un esempio, ma fa capire quanto pesi l’ideologia che sta dietro l’apparente neutralità scientifica delle formule matematico-statistiche. Quindi, ricapitoliamo: usando formule ideologicamente orientate e una metodologia assolutamente inattendibile gli “stregoni” della Commissione pretendono di stabilire che i nostri conti si discostano per uno 0,2% di Pil (zero-vigola-due-per-cento) dai loro conti. La nostra contestazione della metodologia, che un gruppo di studio della stessa Commissione ha criticato, cosa ricordata anche da Mario Draghi in un discorso ufficiale, non ha avuto finora alcun seguito. E sì che la nostra richiesta si potrebbe definire minimale: adottare la metodologia usata allo stesso scopo dall’Ocse. In realtà la contestazione dovrebbe essere più radicale, visto che tutti concordano sul fatto che il calcolo del Pil potenziale non può essere verificato in nessun modo: si perpetuerebbe comunque l’assurdità che si possano chiedere tagli reali alla spesa (o aumenti di tasse) sulla base di un parametro la cui correttezza è per definizione ignota. Su questo, però, anche molti economisti progressisti non concordano: qualcosa per tener conto del ciclo – dicono – ci vuole. Sta di fatto che in ogni caso si potrebbe studiare qualcosa di meno fantasioso.

Detto tutto il peggio possibile della Commissione e dei suoi metodi – e dato per acquisito che alcuni paesi sono “più uguali” degli altri, e anche alcuni problemi come ad esempio quelli collegati all’immigrazione – non bisogna però dimenticare quanti e quali errori abbiano fatto i nostri governi, specie quello di Renzi. In passato ne abbiamo parlato diffusamente, ma se ne può trovare una “summa” in un recente intervento firmato da personaggi autorevoli: Salvatore Biasco, Pierluigi Ciocca, Ruggero Paladini e Vincenzo Visco. Se ne consiglia la lettura, e si spera che l’attuale presidente Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ne traggano qualche ispirazione per la prossima attività del governo.

(pubblicato su Repubblica.it il 20 gen 2017)

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