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Euromemo, l’Europa divisa

La 22esima conferenza del gruppo EuroMemorandum su “Politiche alternative in Europa”, svoltasi presso la Facoltà di Economia di Coimbra dal 15 al 17 settembre

Sullo scenario di una doppia frattura fra stati centrali e periferici da un lato e fra istituzioni e cittadini dall’altro, si è aperta con un titolo fortemente allusivo la 22esima conferenza del gruppo EuroMemorandum su “Politiche alternative in Europa” presso la Facoltà di Economia di Coimbra. Nella due giorni portoghese, accademici e attivisti del mondo sindacale e studentesco hanno discusso sul futuro dell’Europa – se di un futuro si può ancora parlare – lasciando emergere posizioni ed analisi differenti.

La crisi dell’Unione Europea si è consumata e si continua a consumare lungo tre maggiori assi – è emerso nella plenaria di apertura di Euromemo. Il primo ha a che fare con il sistema di governo dell’economia teso a stabilizzare politiche di austerity e di competitività volte ad incrementare il livello di produttività dei singoli stati membri per lo più attraverso una riduzione dei costi di produzione – principale contenuto del “Six-Pack”-. Rientrano in quest’asse l’implementazione di misure di stabilizzazione dell’eurozona con l’intervento attivo della Banca Centrale Europea attraverso transazioni monetarie dirette – Outright Monetary Transactions. Il secondo principale elemento di crisi riguarda la crisi dei confini europei in tema di migrazioni, e di conseguenza, dei cosiddetti Schengen e Dublin regimes, laddove i paesi che concedono il diritto d’asilo sono ormai quelli di primo ingresso dei rifugiati. Il terzo elemento riguarda l’avanzamento di movimenti nazionalisti-populisti di estrema destra sulla base di discorsi anti-istituzionalisti ed anti-elitisti. «Le conseguenze socio-economiche in termini di politiche sociali e del lavoro del Patto di Stabilità e in generale delle misure di austerity sui paesi della periferia europea – Grecia, Spagna, Italia e Portogallo – hanno facilitato l’insorgere di un sentimento di scetticismo che tuttavia fa presa anche fra i ceti popolari dei paesi del surplus commerciale sotto forma del “stiamo pagando per voi”» ha affermato Hans-Jurgen Bieling dell’Università di Tubingen. Sulla base di questo scenario, «il concetto di “impero” o “impero post-moderno” utilizzato da alcuni politologi fra i quali in prima linea Gary Marks (2012) risulta essere adeguato – aggiunge – dimostrando al tempo stesso il suo essere cosmopolita ed estremamente fragile». Bieling afferma che «è necessario comunicare il paradosso di un sistema ormai compromesso reso tale da coloro che hanno votato a favore delle misure di austerità e stabilizzazione. Maggiori risorse sono richieste in alcuni ambiti – migrazioni, politiche industriali, ecc. – e verso alcuni paesi». Bieling spinge sull’idea di un governo comune dell’economia i cui rappresentanti dovrebbero provenire dalle parti sociali e politiche dei vari paesi e su un modello migratorio più “solidaristico” a guida di un governo maggiormente democratico.

Con un approccio quasi opposto d’impostazione marxista, l’analisi di Cédric Durand dell’Università Paris XIII chiude invece la due giorni definendo il progetto europeo “come totalmente fallimentare nei suoi stessi termini in quanto incapace di favorire la crescita, la cosiddetta convergenza, i diritti umani e la democrazia generando piuttosto nei paesi della periferia uno dei più terribili traumi socioeconomici della storia moderna”. Durand senza mezzi termini afferma che è stata l’idea stessa dell’integrazione europea agli inizi degli anni Ottanta a rispondere alle esigenze del capitale in termini di ristrutturazione dello status quo su un piano più favorevole agli interessi finanziari internazionali, una correzione degli assetti geografici di potere al fine di sbarazzarsi di compromessi di classe ereditati da un passato fordista. Durand riprendendo l’analisi di Robert Boyer inquadra inoltre le fasi dell’integrazione europea nell’ambito del processo di accumulazione tale per cui mentre in epoca fordista le politiche monetarie nazionali servivano ad alleviare le tensioni distributive anche attraverso l’uso discrezionale del tasso di cambio, nella fase successiva degli anni ’60 e ’70 la rivoluzione neoliberista spinge verso la creazione di un mercato unico. Sulla base di questa interpretazione del processo di integrazione europeo in termini di “spostamento delle forme strutturali del dominio dal lavoro salariato alla concorrenza – ambito produttivo –, al denaro e alla finanza – accumulazione finanziaria”, Durand definisce il progetto europeo non solo fallimentare rispetto alla sua dichiarata ma non reale intenzione di convergenza fra le regioni europee, ma addirittura avverso agli interessi di classe in quanto l’integrazione fra diverse esperienze nazionali ha portato ad una desincronizzazione delle lotte di classe nei diversi paesi. Sulla base di tale analisi, Durand propone quella che definisce una “disintegrazione selettiva” in chiave internazionalista tale da non lasciar spazio all’insorgere delle destre nazionaliste fra le classi subalterne.

In definitiva quella che per una parte dei partecipanti di Euromemo si è delineata come una reale “minaccia di disintegrazione” dell’Unione Europea, appare invece come l’unica strada percorribile – secondo altri – al fine di riconsolidare forze di sinistra e interessi delle classi subalterne attualmente frammentati e sotto il giogo di un fasullo quanto pretestuoso cartello di “Europa sociale”.

Le conclusioni ufficiali della 22esima Conferenza di Euromemo verranno riassunte nel rapporto EUROMEMO 2017 – scaricabile dalla pagina web di Euromemo www.euromemo.eu – ed affiancate da una serie di discussion papers sui recenti sviluppi quali le conseguenze del Brexit, o le prospettive politiche della periferia d’Europa.

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