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Esportazioni, il dogma del modello tedesco

Il modello tedesco continua a definire l’ortodossia della politica europea, una ricetta che viene dichiarata buona per tutti. Anche se è palesemente assurdo che tutti gli stati diventino esportatori netti

Secondo i dati Eurostat pubblicati nei giorni scorsi, l’area euro è ufficialmente in recessione, ma nessun cambiamento è in vista nelle politiche europee. È evidente che il calo della domanda è una delle cause maggiori della crisi attuale, ma la risposta dei governi e della Banca centrale europea continua a essere l’austerità, il taglio della spesa pubblica e la spinta all’aumento delle esportazioni. È il modello tedesco che continua a definire l’“ortodossia” della politica europea, una ricetta che viene dichiarata buona per tutti. È palesemente assurdo che tutti gli stati diventino esportatori netti, ma non viene indicata altra via possibile per la ripresa della domanda. Si impone il taglio del debito pubblico anche a Spagna e Portogallo, dove l’aumento del debito è una conseguenza della crisi, non una causa.

Sono i dogmi del neoliberismo declinati sulla base della storia e delle contingenze della Germania, con una combinazione di cecità ideologica – che non tiene ben conto dei costi e dei vantaggi effettivi che lUnione monetaria ha per la Germania – e di delicato equilibrio tra le forze che sostengono la cancelliera Angela Merkel. Una parte dell’elettorato conservatore è apertamente ostile all’idea di finanziare i paesi “dissipatori” e la Bundesbank, la Csu (i democristiani bavaresi) e il partito liberale al governo con la Merkel sono i paladini di questa posizione intransigente. A favore degli accordi europei decisi al vertice Ue del giugno scorso – Fondo salva-stati e scudo anti-spread, la cui realizzazione è stata bloccata dalle resistenze tedesche – ha preso posizione in modo più esplicito negli ultimi giorni la cancelliera, delineando un “asse” con la Bce di Mario Draghi, fondato sull’affermazione della condizionalità, cioè vincoli politici stringenti per i paesi che potranno beneficiare degli interventi di sostegno. Lo stesso Draghi insiste da tempo che è la politica che deve intervenire e che l’azione della Bce non può sostituirvisi. Ma la politica sembra immobile, anche in Germania, dove a fare da arbitro è ora chiamata la Corte costituzionale, che a sua volta ha preso tempo prima di decidere se il Fondo salva-stati è conforme alla costituzione del paese o no. Dietro questo incerto balletto c’è una difficile scelta strategica tra le resistenze di fronte a un cambiamento nell’approccio all’integrazione europea da un lato e, dall’altro, l’emergere della consapevolezza che una rottura dell’euro non convenga a nessuno, neanche in Germania, e che i costi dell’uscita dalla moneta unica dei paesi mediterranei, o di una parte di essi, sarebbero incontrollabili. La prima strada, tuttavia, richiederebbe che i paesi creditori, come la Germania, spingano sulla crescita della domanda interna in modo da aiutare le esportazioni dei paesi in difficoltà, che l’Europa finanzi un grande piano di investimenti comuni concentrando una parte fondamentale delle risorse nei paesi deboli, e che siano abbandonati gli arbitrari obiettivi del “Fiscal compact”, lasciando che la riduzione del deficit e del debito pubblico segua la dinamica di un’economia che tornata finalmente a crescere.

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