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Donald Trump, le ragioni della vittoria

I dati economici degli Usa spiegano l’ondata di sfiducia e di rabbia che percorre gli Stati Uniti da qualche anno, secondo linee non molto dissimili peraltro a quelle che riscontriamo nei paesi europei

Non sembra particolarmente difficile individuare le possibili ragioni della vittoria di Trump. Queste note cercano di limitarsi a ricordare alcuni degli aspetti economici di questo risultato, di per se apparentemente sorprendente, come rintracciabili dalla lettura di alcuni articoli di stampa e di alcune pubblicazioni recenti. Peraltro tutti ricordano la frase di Bill Clinton di molti anni fa, “it’s the economy, stupid”, l’economia sarebbe cioè in generale l’elemento determinante per spiegare i risultati delle elezioni presidenziali Usa.

Ora, a guardare superficialmente i principali dati economici recenti, sembrerebbe che le cose andassero sostanzialmente bene con il governo del democratico Obama. La disoccupazione è calata, secondo i dati ufficiali, appena al 4,9% nell’ottobre 2016, mentre il pil sta crescendo al ritmo del 2,0% all’anno, cifra che forse non è entusiasmante, ma che è comunque superiore a quella media dei paesi dell’Unione Europea, per non dire del Giappone. Hillary Clinton non ha mancato di sottolineare, sulla base di tali dati, come gli Stati Uniti fossero ormai avviati su di un sicuro percorso di risanamento dopo la crisi.

Ma se si scava un po’ nella realtà si trovano delle cifre meno confortanti.

Intanto la crescita del 2% del pil appare inferiore al 3% annuo, ed anche un po’ di più, che si registrava nel paese prima della crisi.

Per quanto poi riguarda l’occupazione, sono cresciuti soprattutto i lavori a bassa qualificazione, che danno paghe ridotte.

Più in generale e’ stato da tempo sottolineato da più parti come gli Stati Uniti in particolare, ma non solo loro, siano caratterizzati ormai da molti anni dalla progressiva messa in crisi delle classi medie e conseguentemente del polarizzarsi dell’occupazione ai due estremi della catena, tra una ridotta fascia alta, quella dei “creativi” e dei padroni, i veri vincitori della rivoluzione numerica in atto e invece i livelli più bassi, quelli degli addetti ai servizi, nelle attività cioè nelle quali il numerico non può arrivare. Le cifre disponibili per il paese mostrano in effetti (Gebeloff, Carter, 2015) che i possessori di un reddito medio, definito dagli autori come quello oscillante tra 35.000 e 100.000 dollari all’anno, costituivano nel 1967 il 53% del totale, mentre nel 2013 tale percentuale si era ridotta al 43%

Nel secondo trimestre del 2016 il pil pro-capite era negli Stati Uniti superiore soltanto del 4% alla punta massima ottenuta prima della crisi, nove anni dopo di essa (Wolf, 2016). Tale aumento, come già accennato, si concentra poi nelle classi di reddito superiori. Così, per una larga parte dei salariati statunitensi la crescita dei redditi resta anemica.

Nel frattempo le diseguaglianze sono aumentate fortemente nel paese. Tra il 1980 ed oggi la quota ottenuta dal primo 1% della popolazione è salito dal 10% al 18% del totale. Tali diseguaglianze sono le più forti tra i paesi ricchi (Wolf, 2016).

Correlato a tale fenomeno è stato il declino nel tempo della quota del lavoro sul pil, che è passata dal 64,6% nel 2001 al 60,4% nel 2014 (Wolf, 2016).

Tutte cifre che sono peraltro ampiamente note.

Un importante soggetto di inquietudine è costituito dal fatto che la parte di americani che hanno un impiego o lo cercano oggi è al livello più basso degli ultimi quaranta anni. Così nel 1953 solo il 3% dei maschi adulti (considerando nella definizione quelli compresi tra i 25 e i 54 anni di età) si era ritirato dal mercato del lavoro e non era compreso nella popolazione attiva. Nel 2015 eravamo ormai arrivati al 12% (Furman, 2016). Bisogna poi ricordare i circa 6 milioni di americani che lavorano solo a tempo parziale, ma che vorrebbero invece occupare un posto a tempo pieno (Lauer, 2016). Per non parlare dei molti milioni di essi che non sono compresi nella conta perché soggetti a qualche forma di provvedimento restrittivo della loro libertà, fenomeno peculiare in tali dimensioni solo a tale paese.

Se tenessimo conto anche di queste realtà il tasso di disoccupazione effettivo risulterebbe molto più elevato e forse superiore al 10%.

Questi dati contribuiscono, messi insieme, a spiegare l’ondata di sfiducia e di rabbia che percorre gli Stati Uniti da qualche anno, secondo linee non molto dissimili peraltro a quelle che riscontriamo nei paesi europei. Gli elettori adesso hanno dato a Trump il compito di risolvere tutti questi problemi, oltre a tanti altri in altri campi. Presumibilmente, il neo-presidente, almeno a nostro parere, non ne risolverà nessuno. A chi si rivolgerà allora il popolo americano la prossima volta?

Testi citati nell’articolo

-Gebeloff R., Carter S., The shrinking of american middle class, www.nytimes.com, 26 gennaio 2015

-Furman J., The United States and Europe : short-run divergence and long-run challenges, Bruegel, Belgio, 11 maggio 2016

-Lauer S., Le bilan contrastè de l’emploi sous Barack Obama, Le Monde, 6-7 novembre 2016

-Wolf M., New president has an economic in-tray full of problems, www.ft.com, 9 novembre 2016

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