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Dibattito sull’Europa

Esiste un problema di tecnocrazia a Bruxelles? Oppure porre la questione in questi termini significa spostare la discussione da una battaglia sulla politica totalmente sbagliata e ideologicamente autistica della Commissione europea per farla diventare una questione di carattere “burocratico”? Le opinioni di Monica Frassoni e Giulio Azzolini Monica Frassoni Capita molto raramente che io sia […]

Esiste un problema di tecnocrazia a Bruxelles? Oppure porre la questione in questi termini significa spostare la discussione da una battaglia sulla politica totalmente sbagliata e ideologicamente autistica della Commissione europea per farla diventare una questione di carattere “burocratico”? Le opinioni di Monica Frassoni e Giulio Azzolini

Monica Frassoni

Capita molto raramente che io sia in disaccordo profondo con un articolo pubblicato da Sbilanciamoci, ma questa volta è proprio così, per “Superclass, l’eurocrazia di Juncker” di Giulio Azzolini.

Io penso che la realtà non abbia molto a che vedere con la burocrazia. Anzi, continuare a ripetere che c’è un problema di tecnocrazia, e per di più europea, sposta la discussione da una battaglia sulla politica totalmente sbagliata e ideologicamente autistica della maggioranza dei paesi e della Commissione europea che ha dominato in questi anni, per farla diventare una questione di carattere “burocratico”: lungi da porre la discussione sul vero punto, il cambio delle maggioranze politiche e quindi di priorità dell’azione UE, si porta acqua al mulino di chi ritiene che non ci sia spazio per una politica europea diversa, che sia possibile la democrazia solo a livello nazionale, e quindi si delegittima la Commissione e l’UE non per quello che fanno ma per quello che sono, appunto, istituzioni sovranazionali.

Sono anche in disaccordo con la parte dell’articolo che parla del senso di corpo dei funzionari, mettendo insieme cose che non hanno nulla a che vedere le une con le altre. Che c’entrano i funzionari comunitari con quelli degli Stati membri? Nulla. Hanno funzioni e lealtà totalmente diverse. Il numero di 55.000 include pere e banane, persone che vengono spedite dai loro ministeri per poco tempo e su dossiers specifici, diplomatici, e funzionari della Commissione oltre a tutta una serie di agenzie nate esattamente per fare finta che non ci sia bisogno di una forte e autonoma funzione pubblica europea, slegata da logiche nazionali e quindi si assumono precari per occuparsi di questioni che sarebbero di competenza della Commissione, ma vengono svolte, appunto, da lavoratori precari. Un costo assurdo e molto maggiore che semplicemente prendere atto che per fare tutto quello che la Commissione deve fare ci vogliono i funzionari necessari. Altro che esplosione di eurocrati. Comparata a qualsiasi amministrazione pubblica,e considerando che un terzo va in staff destinato alle traduzioni, Commissione, Consiglio e PE hanno pochi addetti, soprattutto rispetto alle amministrazioni nazionali. Proprio la costante devalorizzazione professionale di molte di queste persone, spesso arrivate a Bruxelles per il nobile ideale di fare l’Europa e non solo di guadagnare molti soldi (anche su questo si può discutere quando si vedono gli incredibili stipendi degli alti funzionari pubblici nazionali), oltre a una sciagurata riforma delle regole di ingaggio iniziata dal Commissario Kinnock (come mettere Dracula a capo dell’AVIS) e proseguita con la SG Catherine Day (irlandese molto britannica), contribuiscono in modo decisivo alla rinazionalizzazione dell’amministrazione eu e alla sistematica marginalizzazione di chi è autonomo, europeo e non ha padrini in questo o quel partito o nazione. Non a caso, oggi l’Italia, che non cura per nulla i suoi migliori elementi, sta molto dietro gli altri paesi come peso nelle istituzioni europee. Non è solo una questione di interesse nazionale, che spesso coincide con quello del governo e non della popolazione. E anche una questione di approccio e di priorità. Con tutte le critiche che sono state per esempio fatte a Federica Mogherini, non c’è alcun dubbio che il suo background fortemente pro-europeo fa sì che già dopo poche settimane sia riuscita a dare un’immagine di rispetto per il Parlamento e per le istituzioni comuni a livello europeo ( e quindi di indipendenza dagli interessi dei governi nazionali) senza confronto con Catherine Ashton. E questo è positivo. Perchè il punto non è quanto si conta come italiani o polacchi: gli effetti disastrosi delle divisioni e della mancanza di solidarietà sono sotto gli occhi di tutti, altro che buonismo.

Per cambiare strada non bisogna tanto cambiare la burocrazia. Bisogna dare una testa politica all’Europa diversa, bisogna vincere le elezioni e battere la falsa idea di un ritorno alle piccole patrie sovrane e chiuse; bisogna smettere di trattare chi sta a Bruxelles come una non-persona senz’anima e senza opinione. Fino a quando non ci decideremo a trattare le scelte europee come scelte che possono cambiare a seconda delle maggioranze al potere, e fatte da uomini e donne in carne e ossa, continueremo a sparare sul bersaglio sbagliato e portare acqua al mulino di Salvini e Le Pen o al che di una parte della sinistra saldamente ancorata a idee e valori del 900.

Giulio Azzolini

Ringrazio Monica Frassoni del suo intervento, perché mi consente sia di chiarire meglio tre punti sia di discuterne rapidamente due sollevati da lei.

Inizio dai chiarimenti.

1) L’intenzione del mio articolo intitolato L’eurocrazia di Juncker guarda alla “superclass” non era «ripetere che c’è un problema di tecnocrazia, e per di più europea», né tantomeno «trattare chi sta a Bruxelles come una non-persona senz’anima e senza opinione»; l’obiettivo era più modestamente un altro, ossia riflettere sulle ragioni per le quali larga parte dell’opinione pubblica europea può considerare (e, di fatto, considera) la Ue debole coi forti e forte coi deboli.

2) L’articolo, in effetti, respingeva la tesi secondo cui la cattiva reputazione della Ue dipenderebbe semplicemente da una «politica totalmente sbagliata e ideologicamente autistica della maggioranza dei paesi e della Commissione europea che ha dominato in questi anni». Non ritengo, infatti, che il «vero punto» – ammesso e non concesso che ne esista uno in grado di determinare gli altri – consista nel «cambio delle maggioranze politiche» e nelle «priorità dell’azione Ue» che scaturirebbero dal successo di una specifica maggioranza. Penso piuttosto che i nodi da sciogliere siano molteplici e intrecciati. Ne indicavo quattro, che riassumo qui: il primo è legato alla prevalenza di una cultura cosiddetta “neoliberista”, che si è manifestata non solo – com’è ovvio – nelle politiche (che definivo, sempre ovviamente, «fallimentari» in risposta alla crisi) ma anche nelle strategie istituzionali, prime fra tutte quelle adottate a Maastricht; il secondo è legato al sistema decisionale stabilito a Lisbona, che ha rafforzato troppo il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo (e dunque dello Stato e del governo più forti, la Germania e la sua cancelliera Merkel); il terzo è legato al peculiare statuto della Bce, che difetta di prerogative tipiche di qualunque banca centrale nazionale; il quarto punto è legato alla burocrazia europea.

3) Frassoni ha naturalmente ragione a distinguere per «funzioni e lealtà» i «funzionari comunitari» e «quelli degli Stati membri». Io avevo citato tuttavia i rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Unione europea, perché il loro Comitato (Coreper) è essenziale alla preparazione dei lavori del Consiglio della Ue, come stabilito dall’art. 240 del Tfue. Ragion per cui sembra difficile non poter conteggiare anche coloro che lavorano presso le rappresentanze permanenti in un discorso su chi, direttamente o meno, contribuisce alla struttura amministrativa della Ue. Ma il ragionamento andava ben oltre i numeri, riportati peraltro non come valore assoluto ma a testimonianza dello squilibrio tra un aumento del personale burocratico e uno scadente progresso politico. Due erano le semplici considerazioni, che qualunque inchiesta giornalistica e qualunque analisi sociologica può confermare. La prima faceva riferimento al «senso di corpo», rispetto a cui segnalavo due cause indiscutibili (concorsi e porte girevoli) e due indicatori: ottimi salari e la nascita di una élite sovranazionale autonoma. Questo punto, in particolare, mi sembra quello ambito da Frassoni, che rivendica come un elemento positivo la presenza di un apparato burocratico «autonomo, europeo», che non abbia «padrini in questo o quel partito o nazione». La seconda considerazione, che definivo «più importante», mirava a ricordare un’ovvietà spesso trascurata, ossia che la burocrazia è essenziale alla pratica di governo, poiché non serve soltanto a implementare le decisioni politiche ma anche a fornire ai legislatori i numeri adatti a prendere una decisione e non un’altra. In sintesi, sostenevo che il consolidamento dell’apparato burocratico (che non ho chiesto di «cambiare»), in assenza di istituzioni coerenti e di forze politiche coese e decise, finirà fatalmente per compromettere l’immagine della Ue.

Discuto ora rapidamente due nuovi argomenti avanzati da Frassoni.

1) Condivido l’auspicio di «dare una testa politica all’Europa diversa» e di «battere la falsa idea di un ritorno alle piccole patrie sovrane e chiuse» (sebbene purtroppo non si tratti di un’idea «falsa», anche perché, se fosse tale, non avrebbe senso «batterla»). Ma, fino a quando non si ragionerà realisticamente di riforme istituzionali, parlare di «vincere le elezioni» e di «maggioranze al potere» rischia di risultare retorico. Tutti sanno che con il successo dei partiti “euroscettici” alle ultime europee e con le divisioni storicamente determinate, e non già «false», tra gli interessi dei vari Paesi, Ppe e Pse si spartiscono le cariche in un patto di larga coalizione. E tanti saluti alla democrazia dell’alternanza.

2) Concordo anche sull’idea che la democrazia sia possibile non «solo a livello nazionale» e che sia sbagliato delegittimare la Commissione e la Ue «non per quello che fanno ma per quello che sono, appunto, istituzioni sovranazionali». Ma su questo punto, ovvero sull’ideale di democrazia sovranazionale, penso soprattutto che sarebbe opportuno riaprire una discussione seria. A mio giudizio, infatti, è più augurabile e realistico immaginare un modello di democrazia transnazionale – su tutti, si possono citare i lavori sulla «demoi-crazia» di Kalypso Nicolaïdis – che sia incardinato in un sistema istituzionale composito e multilivello, capace di contemperare le esigenze sovranazionali e le istanze nazionali.

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