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Ucraina: fermare la corsa alle armi e accogliere

La Commissione e vari stati, tra cui l’Italia, si accingono a inviare armi a Kiev per continuare una guerra che ha già fatto quasi 400 morti, 1.500 feriti e mezzo milione di profughi. Ma i cittadini vogliono fermare l’escalation e il riarmo: lo dimostrano le manifestazioni ovunque, anche in Russia.

Negli ultimi giorni migliaia di persone sono scese in piazza in Italia, in Francia, in Germania e, rischiando l’arresto anche in Russia, chiedendo di fermare la macchina infernale della guerra in Ucraina. Le manifestazioni, in molti casi organizzate dal basso, hanno chiesto una cosa molto semplice: cessare immediatamente il fuoco.

Secondo quanto reso noto oggi dalle autorità di Kiev, ha già provocato in questi primi giorni di conflitto la morte di almeno 352 civili e 1.684 feriti. La guerra, da qualunque parte arrivi, qualunque sia il paese che la provoca e indipendentemente dagli interessi in gioco, è destinata a provocare sofferenza, dolore, morte e distruzione sulle popolazioni che la subiscono. Le armi non possono in nessun modo favorire la risoluzione dei conflitti. Essere costretti a ricordarlo è paradossale. 

Eppure, non bisogna smettere di farlo perché uno dei risultati del dibattito pubblico di questi giorni è proprio la rilegittimazione della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. La folle e ingiustificabile scelta di aggressione del presidente russo Vladimir Putin, ma anche l’evocazione di “una terza guerra mondiale” da parte del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in un’intervista, l’invio di mezzi militari all’Ucraina da parte di alcuni paesi europei, compresa l’Italia che si accinge a farlo, e la clamorosa dichiarazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – “Per la prima volta in assoluto, l’Unione europea finanzierà l’acquisto e la consegna di armi e altre attrezzature a un paese sotto attacco” –  sarebbero stati inconcepibili sino a una settimana fa, oggi sono realtà. Una realtà inaccettabile. Se l’accettassimo, lasceremmo che i corpi delle donne, degli uomini e dei bambini che questa guerra la vivono sulla loro pelle restassero sullo sfondo o fossero usati strumentalmente dalla cinica propaganda di guerra. 

L’Europa accoglie i cittadini ucraini. 

Ieri si sono riuniti i ministri dell’Interno europei. Torneranno a riunirsi il 3 marzo. E’ stata annunciata la scelta di attivare la Direttiva 55/2001 (mai attivata prima, neppure nelle crisi umanitarie più gravi). La Direttiva prevede un meccanismo di protezione immediata e temporanea nel caso di “arrivi massicci” di sfollati nell’Unione Europea a seguito di situazioni di emergenza causate da guerre, violenze o violazioni dei diritti umani nei paesi di provenienza. La protezione temporanea prevista in base alla direttiva consente il rilascio di un titolo di soggiorno valido dodici mesi, prorogabile, su decisione qualificata del Consiglio, di un altro anno.

I titolari di protezione temporanea possono esercitare attività di lavoro subordinato o autonomo; accedere all’istruzione per adulti, alla formazione professionale e a esperienze di lavoro; ottenere un alloggio adeguato; ottenere assistenza sociale, sostegno economico e cure mediche. I minori hanno diritto all’istruzione al pari dei cittadini del paese ospitante.

L’attivazione della Direttiva 55/2001 consentirebbe in effetti di offrire una risposta immediata alla domanda di accoglienza degli sfollati ucraini che si stanno dirigendo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato dei Rifugiati, i profughi ucraini sarebbero già almeno 500mila, in gran parte concentrati nei paesi confinanti (Polonia, Romania, Moldavia, Slovacchia e Ungheria). Sarà importante garantire protezione anche ai cittadini stranieri di paesi terzi presenti in Ucraina e consentire che le persone sfollate possano raggiungere i Paesi in cui vivono i loro familiari. 

No a rifugiati di serie A e di serie B

In Italia risiedono già stabilmente 236 mila cittadini ucraini (Dati Istat al 31 dicembre 2020). Il Consiglio dei ministri italiano riunitosi ieri ha approvato un decreto-legge che consente al ministero della Difesa di inviare al governo ucraino “mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari”. Anche l’Italia si appresta dunque ad armare il conflitto, invece di sostenere in ogni modo e in ogni forma la diplomazia.

Secondo quanto riportato nel comunicato stampa, si prevede di aumentare la ricettività della rete di accoglienza e “si dispone che i cittadini ucraini vengano ospitati nei CAS anche indipendentemente dal fatto che abbiano presentato domanda di protezione internazionale”. Positiva la scelta di ampliare il sistema di accoglienza, negativa l’opzione (ennesima) per l’utilizzo dei Centri di Accoglienza Straordinaria che non sono strutture idonee ad offrire un’accoglienza dignitosa delle famiglie composte prevalentemente da donne, bambini e anziani (dato che gli uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni non possono lasciare il paese). Per garantire l’accoglienza dei cittadini ucraini è inoltre dichiarato lo stato di emergenza fino al 31 dicembre 2022.

Un apposito Fondo da 500 mila euro è destinato infine a finanziare misure di sostegno per studenti, ricercatori e docenti ucraini affinché possano svolgere le proprie attività presso università ed enti italiani. 

E’ impossibile prevedere oggi le dimensioni reali della domanda di accoglienza che interesserà l’Italia e gli altri paesi membri dell’Unione Europea. 

Ma resta cruciale rifiutare che l’accoglienza sia barattata con l’invio di armi e che un diritto fondamentale come quello a cercare rifugio e protezione sia trattato in modo diverso a seconda del paese di provenienza (e degli interessi in gioco). Accogliere i cittadini ucraini è giusto. Così come è indispensabile cessare i soprusi, le violazioni dei diritti umani e i respingimenti dei profughi afgani, siriani, kurdi e sudanesi denunciati più volte in questi mesi lungo la Rotta Balcanica, al confine tra la Polonia e la Bielorussia e nei lontani e poco visibili tratti del Mar Mediterraneo orientale e centrale, nei confronti dei migranti che continuano a fuggire dalla Libia. Cessare il fuoco e l’escalation del conflitto e accogliere senza discriminazioni: non sono utopie ma le scelte più razionali che oggi possiamo ancora fare.

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