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La società, lo Stato e il capitalismo del futuro

Intervista all’economista Salvatore Biasco su come ripensare al ruolo dello Stato come protagonista dell’organizzazione sia della società che della produzione all’epoca della pandemia. Dal sito Una città.

Vorremmo parlare del Recovery Plan e di questa cifra stratosferica su cui tutti stanno almanaccando. Come interpreti ciò che sta succedendo? Tu cosa pensi che sarebbe giusto fare?
Mah, interpretare quel che succede con categorie politiche è un azzardo, anche perché dai tempi di Bertinotti abbiamo imparato che, ad di là di ciò che è scritto nei trattati di politologia, esiste anche l’elemento follia (e avventurismo) nella politica.
Possiamo invece dire qualcosa su ciò che oggi sarebbe desiderabile accadesse riguardo al Recovery Plan (noi continuiamo a chiamarlo così, ma in realtà si chiama Piano per la Nuova Generazione, Next Generation Plan). Sarebbe bene tener presente la sua destinazione. Quel che è certo è che siamo in un momento in cui bisogna prendere una strada o l’altra, dare una direzione al futuro del paese. Innanzi tutto, bisogna chiedersi che società vogliamo costruire. Voglio dire che non si tratta solo di decidere su quale industria puntiamo, o come spendiamo i soldi per l’ambiente o la salute, ma anche quale tipo di società, con quali connotati, con quali protagonisti sociali vogliamo mettere in moto. In particolare per la sinistra questo è il momento di autodefinirsi. Allora, a mio avviso, la prospettiva non può non essere quella di un nuovo compromesso sociale, che preveda un disciplinamento del capitalismo, un modello di sviluppo dinamico e basato sull’ecologia, un’azione normativa tesa a ricomporre la frammentazione e proteggere i lavoratori, infrastrutture sociali a tutto campo, valorizzazione del ruolo dei corpi sociali nelle politiche pubbliche, fortissimo investimento nell’istruzione dei giovani e nella formazione permanente, affidamento esteso sulle comunità e sulle forme associate di partecipazione alla cosa pubblica.
Al centro di tutto, uno Stato ritornato protagonista nella vita economica e nell’organizzazione della società, dopo decenni in cui questo ruolo è stato affidato (perfino disordinatamente) al mercato. L’emergenza Coronavirus ha originato quella che può essere considerata una novità nel panorama delle società occidentali: una rilegittimazione dei poteri pubblici e del loro esercizio esteso. Non più l’intervento di ultima istanza, come era avvenuto nella precedente crisi del 2007- 2008, ma una guida posta al centro di ogni determinazione sociale e produttiva, un deus ex machina. L’uso di quei poteri in questo 2020 è stato continuo, e anche radicale, ma soprattutto abbiamo assistito a un affidamento che i cittadini hanno fatto sullo Stato, in primo luogo i ceti più deboli e più colpiti. Abbiamo sancito all’inizio di questa pandemia che era nei suoi poteri (anche se non è avvenuto) requisire fabbriche per produrre mascherine, mettere la golden rule in imprese private, stabilire il prezzo delle mascherine, imporre il blocco dei licenziamenti. Sono tutti poteri che noi non avremmo nemmeno immaginato che potessero essere usati. Forse lo sono stati in altre epoche, ma non in questa. In luglio, poi, ricordo un articolo di Arcuri in cui diceva, cito a memoria, che all’inizio della pandemia noi (Italia) non eravamo in grado di produrre mascherine, né il tessuto, né il solvente, né gli elastici, per cui tutto doveva essere importato. Poi, continuava, abbiamo commissionato ad alcune imprese la progettazione tecnica di macchine idonee, chiesto ad altre di produrle e le abbiamo allocate con incentivi a 130 produttori, molti dei quali riconvertiti con investimenti. Lo stesso per i solventi. Per i ventilatori, diceva, abbiamo scoperto che c’era una sola impresa che li produceva e li esportava. è stata indotta a quadruplicare gli impianti, costruendole attorno tutta la filiera delle piccole imprese per produrre gli speciali input intermedi. “Alla fine -concludeva- noi abbiamo prodotto milioni di mascherine senza importarne più una e ampliato le terapie intensive senza importare un solo ventilatore”. Forse non sarà tutto così trionfalistico, perché poi scopriamo che qualcosa non è andato con i produttori di mascherine, ma ciononostante questo tipo di organizzazione ci dice che si può governare l’apparato produttivo in modo razionale, entrando dentro il merito delle questioni e dentro il merito degli obiettivi che ti poni. Ecco, io penso dovremmo partire da qui, da questi poteri statali e ripensare al ruolo dello Stato come protagonista dell’organizzazione sia della società che della produzione.
Si riscopre una logica diversa ma va de plano che non tutto è semplice. Non mi riferisco tanto alle opposizioni che può trovare (nessuno dei pregiudizi cui ci ha abituato la cultura neo-liberista è scomparso) quanto al fatto che in Italia l’attuazione di scelte pubbliche impegnative  può contare solo parzialmente sulla pubblica amministrazione come braccio operativo. Questa viene da decenni in cui è stata lasciata a sé stessa, depauperata delle professionalità, sguarnita negli uffici e nei ministeri, umiliata dallo spoil system, trattata a suon di tornelli e giri di vite disciplinari.
La politica in questi anni ha parlato prevalentemente di riforme istituzionali, di riforme elettorali (salvo, per il resto, applicare ciò che era in circolazione nel mainstream culturale): non si è interessata, diciamo, alla macchina pubblica (oltre che alle condizioni strutturali del Paese). E nella pandemia è venuto fuori quanto la macchina amministrativa fosse debole. Quindi occorre che la forza dello Stato sia ricostruita proprio a partire dall’amministrazione. Ciò implica che occorre avere la capacità di riorientarla per missioni secondo filiere di comando, darle responsabilità e poteri discrezionali, rompere l’uniformità organizzativa, ri-articolarla per funzioni, immettere una massa critica di giovani professionisti secondo le necessità dei vari settori operativi.
In secondo luogo, uno Stato che voglia essere effettivamente il protagonista della vita sociale e della vita economica, non può pensare solo a trasmettere una volontà superiore, politica, ma deve viaggiare sulla forza di soggetti sociali collettivi, resi protagonisti e chiamati alla partecipazione e costruzione dal basso della società. Vanno valorizzate e messe in comunicazione tutte le esperienze di società civile attiva, e andrebbero ricostruiti i poteri sociali dei corpi intermedi dei sindacati, dei partiti.  Certo, questo non è compito dello Stato ma è indubbio che la svalorizzazione dei corpi intermedi, la loro marginalizzazione, è stata più aiutata che contrastata dall’azione politica dei governi che si sono succeduti. Sono due premesse di carattere generale da prendere come bussola nell’azione di governo.
Quali sono i punti principali su cui poi lo Stato può e deve intervenire?
Ci sono problemi contingenti, quello di far ripartire l’economia innanzitutto, non giriamoci attorno. Diamo priorità ai cantieri, alla messa in sicurezza e miglioramento abitativo delle scuole, al potenziamento di tutte le infrastrutture sociali, all’accelerazione dei lavori di congiungimento alle grandi direttrici viarie e ferroviarie europee (estese al Sud) e altro simile.

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