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I pacifisti italiani e l’Ucraina

I pacifisti, in Italia e altrove, hanno reagito subito all’invasione russa dell’Ucraina: milioni di persone nel mondo hanno partecipato a manifestazioni e proteste. Oltre la richiesta di fermare la guerra c’è l’idea che la sicurezza non si protegge con le armi, va costruito un ordine internazionale di pace.

L’aggressione della Russia in Ucraina non era inaspettata. Sono passati otto anni dagli accordi di Minsk del 2014 – poco più di una tregua, un blando cessate il fuoco – che hanno posto fine al precedente conflitto che ha visto la separazione dall’Ucraina della Crimea – annessa direttamente alla Russia – e delle regioni di Donetsk e Luhansk, resesi autonome da Kiev. E sono trascorsi almeno sei mesi dalle prime avvisaglie delle intenzioni di Mosca di normalizzare l’Ucraina. In tutto questo periodo la politica e la diplomazia internazionale sono state immobili: nessuna determinazione da parte dell’occidente e della Russia a ricercare una soluzione definitiva alla crisi, nessuna politica di prevenzione dei conflitti, nessuno spazio alle Nazioni Unite e all’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che ha un suo Centro per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti – per accompagnare le tensioni internazionali verso soluzioni pacifiche fondate sul compromesso e la mediazione.

L’assenza di politiche di prevenzione non vale solo per l’Ucraina, ma – come hanno denunciato i pacifisti – per (quasi) tutti i conflitti nel mondo. Prevale la logica del potere degli Stati, l’uso delle armi, la Realpolitik; manca una visione politica su come garantire la sicurezza comune, la determinazione a costruirla, gli strumenti adeguati all’obiettivo: quello di non far scoppiare le guerre.

L’invasione russa in Ucraina sembra ignorare la lezione più importante dell’assetto geopolitico del dopo guerra fredda: con la guerra non si vince. L’interventismo militare si è dimostrato ovunque fallimentare, non ha portato a una maggior sicurezza, a risultati politici significativi e stabili. E’ questo, da sempre, un argomento fondamentale dei pacifisti, tragicamente confermato in questi trent’anni. Non c’è pace e stabilità in Medio Oriente dopo le guerre d’Israele, dopo due guerre contro l’Iraq, dopo la distruzione della Siria. Non si sono assicurati all’Afghanistan democrazia e diritti umani dopo vent’anni di occupazione da parte degli Stati Uniti e degli alleati della Nato. Più vicino a noi, nei Balcani, non si è costruita la pace dopo l’intervento della Nato in Kosovo. La Bosnia è sempre a rischio di secessione. 

Queste lezioni valgono anche per l’Ucraina. Pensare di fermare la guerra “vincendola”, inviando altre armi, significa soltanto prolungare la guerra, trasformare l’Ucraina in una sorta di Afghanistan ed esporre la popolazione ad altre sofferenze. L’occidente si lava ipocritamente la coscienza con l’invio delle armi, mentre continua a finanziare Putin acquistandogli il gas.

Dalla guerra in Ucraina si può uscire solo con una soluzione politica. E’ necessario un negoziato non solo tra russi e ucraini, ma che coinvolga anche Unione europea e Nazioni Unite. Alcuni punti sono stati messi in evidenza dalla bozza riservata di un possibile accordo, divulgata dal Financial Times il 15 marzo 2022. Si prevede il ritiro delle truppe russe, il riconoscimento della sovranità e dell’indipendenza di una Ucraina neutrale, che non ospiti basi militari e sistemi d’arma stranieri, che riconosca lo status speciale delle regioni di Donetsk e Luhanks e affidi ad un referendum sotto la sorveglianza dell’Osce la sorte della Crimea. Servirebbe poi un contingente Onu di peacekeeping che dovrebbe posizionarsi nelle aree calde di frontiera. Agli occidentali che vedono questo come un rischio per l’integrità dell’Ucraina ricordiamo cosa hanno fatto con il Kosovo, sostenendo e legittimando la sua separazione de facto dalla Serbia. Quello che è importante è che ogni soluzione sia condivisa, nel rispetto della volontà popolare, nel rispetto della democrazia, dei diritti umani e delle minoranze. E’ in questa direzione che vanno indirizzati gli sforzi della politica e della diplomazia, è su questa strada che l’Europa e l’Italia possono contribuire a fermare la guerra.

Le ragioni della pace e dei pacifisti si sono sentite anche nel mezzo del rombo della guerra in Ucraina. Innanzitutto a Mosca, San Pietroburgo e in decine di città russe, dove centinaia di migliaia di persone hanno manifestato contro l’invasione, con 15 mila arresti. E centinaia di migliaia di dimostranti si sono visti a Berlino, Parigi, Londra e in moltissime città di tutto il mondo per chiedere di fermare la guerra. 

A Roma si è manifestato due giorni dopo l’inizio della guerra, il 26 febbraio a Piazza Santi Apostoli. Il 5 marzo 2022 decine di migliaia di pacifisti hanno riempito Piazza San Giovanni a Roma su proposta della Cgil e della Rete per la pace e il disarmo, di cui fanno parte decine di associazioni tra cui Arci, Associazione per la pace, Legambiente, Amnesty International e molte altre organizzazioni. Milano, Firenze, decine di altre città hanno visto manifestazioni importanti, susseguitesi tutte le settimane. In parallelo si sono attivate reti di solidarietà e accoglienza degli ucraini che fuggivano dalla guerra. La Tavola per la pace ha proposto una marcia straordinaria da Perugia ad Assisi per la pace e la fraternità. 

L’associazione Papa Giovanni XXIII ha provato ad organizzare una missione umanitaria per la pace in Ucraina, con la partecipazione di deputati pacifisti, iniziativa bloccata dal Ministero degli Esteri per motivi di sicurezza. Dall’esperienza della nave Mediterranea, che raccoglie i profughi in mare, è venuta la proposta di organizzare una sorta di carovana pacifista a Kiev, come nel 1992 “la marcia dei 500” con don Tonino Bello e monsignor Bettazzi a Sarajevo. La campagna Sbilanciamoci! ha evocato la necessità di riconvocare un’iniziativa come la Helsinki Citizens Assembly, che riuniva le associazioni per la pace e i diritti umani dell’Est e dell’Ovest. 

Nelle iniziative dei pacifisti italiani, nei loro documenti, si è condannata l’aggressione russa, si è ribadita la contrarietà all’espansione della Nato all’est, si è chiesto un ruolo di pace delle Nazioni Unite, si è fatto appello alla nonviolenza e si è condannato l’invio delle armi nelle zone di guerra. Alcuni opinionisti hanno utilizzato l’argomento dell’invio delle armi per criticare le presunte incoerenze dei pacifisti. Hanno evocato in modo strumentale la guerra di Spagna e la lotta di liberazione in Vietnam per sostenere che bisogna sempre mandare le armi a quelli per cui parteggiamo. Ancora una volta la logica delle armi fa dimenticare le ragioni della politica. 

Durante la guerra del Vietnam – ricordava Aldo Natoli, allora dirigente del Pci – negli incontri con i dirigenti di Hanoi le richieste erano: “non mandateci armi, ma intensificate le manifestazioni per la pace, questo ci serve di più”. E quando ci fu la guerra di Spagna, il Servizio civile internazionale organizzò nel nord del paese campi profughi e aiutò la popolazione civile, ma non mandò armi. E, ancora, i pacifisti non hanno mai chiesto di mandare armi ai vietcong o ai palestinesi: hanno messo in campo tutti gli strumenti della pressione politica per ottenere giustizia e fine delle guerre. Lo stesso è avvenuto di fronte alle guerre dei Balcani, con carovane di pace e pratiche di solidarietà.

Nell’Europa del dopo guerra fredda i pacifisti, anche con esperienze come la Helsinki Citizen Assembly, hanno chiesto il superamento della Nato accanto alla fine del Patto di Varsavia, per costruire una nuova casa comune europea inclusiva, all’insegna della sicurezza comune, della cooperazione, del disarmo nucleare e convenzionale, richieste tutte rimaste inascoltate. I pacifisti avevano messo in guardia contro i rischi di nuove guerre – inaugurate dai conflitti nell’ex-Jugoslavia – segnate dal nazionalismo, da rivalità etniche e religiose, da derive autoritarie, dall’impoverimento economico e dall’assenza di prospettive politiche.  

Che fare, adesso? E’ fallito il disegno della Nato di diventare, dopo il 1989, l’asse dominante dell’ordine mondiale. Russia e Cina non ci stanno e l’espansione della Nato in Europa può significare solo guerre. Con questo approccio stiamo rischiando un nuovo scontro tra blocchi, con la strategia Usa che spinge Russia e Cina ad avvicinarsi, in una improbabile e instabile alleanza. Sul fronte del Pacifico l’idea di fare una sorta di Nato asiatica, il cosiddetto Quad – Quadrilatery Security Dialogue, con Usa, Giappone, India e Australia – per accerchiare Russia e Cina è un altro grave errore di Washington, una provocazione verso la Cina. La geopolitica delle alleanze militari non dà più sicurezza, ma più instabilità al pianeta, è ora di imparare questa lezione.

Per l’Europa bisogna allora tornare all’idea degli anni ’80 di Olof Palme e Willy Brandt di un sistema di sicurezza comune, con una fascia di paesi neutrali tra Nato e Russia – ci sono già Finlandia, Svezia e Austria -, con l’eliminazione delle armi nucleari dall’Atlantico agli Urali – per tornare a un obiettivo pacifista degli anni ‛80 – e delle basi militari straniere, con un rigido controllo degli armamenti per evitare una nuova corsa al riarmo basata sulle tecnologie digitali e il contenimento delle spese militari e del commercio di armi. Tutto il contrario di un’Unione europea che diventa potenza militare, come si sta decidendo ora a Bruxelles.

Andrebbe preparata e convocata una nuova conferenza di Helsinki – dopo quella del 1975 – che vari un sistema di sicurezza comune basato sul ruolo dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, mentre a livello globale la riforma delle Nazioni Unite diventa improrogabile per mettere in campo politiche e strumenti di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace. Serve insomma un nuovo assetto delle relazioni internazionali fondato non sull’idea di una progressiva omologazione delle altre aree del mondo ai principi e sistemi dell’occidente, ma sull’emergere di un ordine policentrico, con il declino del potere americano, una maggior autonomia dell’Europa, l’emergere del ruolo globale della Cina e dell’importanza dell’Asia, l’integrazione di altre aree del mondo. E’ necessario riconoscere la profonda diversità, irriducibile, dei sistemi politici esistenti. Quelli che non ci piacciono – dove manca la democrazia, la libertà, l’uguaglianza – dovranno evolversi sulle base delle proprie dinamiche interne, agevolate da un clima internazionale di pace e sicurezza reciproca e di cooperazione economica e sociale. Né il socialismo, né la democrazia si difendono sulla punta di una baionetta. Ed è la via più tortuosa e difficile quella più realistica e praticabile: la costruzione di un ordine internazionale policentrico e plurale, fondato sulla pace e la sicurezza comune, in cui il cammino della democrazia e dei diritti umani possa riprendere.

21 marzo 2022

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