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Cosa fare con il troppo debito pubblico

Il puzzle dei debiti pubblici dei paesi europei e le politiche, divergenti, nell’Unione per alleviarne il peso. Senza che siano state diradate le nubi sulle pressioni dei paesi cosiddetti “frugali” in funzione del patto di stabilità.

Una questione rimasta relativamente in sordina nel dibattito relativo al recovery plan nazionale, dibattito così ampio e così affannato, riguarda l’andamento del debito pubblico e come gestirlo. Del resto l’opinione pubblica è abbastanza distratta da questioni al momento più pressanti, dal covid all’immigrazione. Eppure, come scrive Adam Tooze su Social Europe del 17 maggio del 2021, si tratta della questione più vicina al cuore del potere nella UE. 

Il suo rapporto con il pil ha raggiunto nel 2020 da noi la cifra del 156%, livello sino a ieri inusitato, mentre il deficit di bilancio è stato nell’anno pari al 9,5% del pil e l’incidenza degli interessi sui debiti si è collocata sul 3,5% sempre del pil. 

Anche il debito degli altri paesi a noi più vicini è fortemente aumentato, ma senza neanche avvicinarsi ai nostri livelli. Così quello francese è arrivato al 115,3%, mentre quello tedesco è salito soltanto al 71,2%, anche se per i tedeschi è stato come essere colpiti da una catastrofe. A livello complessivo dei paesi dell’eurozona il debito pubblico è passato dall’86% del pil nel 2019 al 100% nel 2020. 

Secondo le stime del piano nazionale, tale rapporto dovrebbe aumentare in Italia sino al 160% nel 2021, parallelamente anche ad un indice deficit/pil record dell’11,8%, peraltro nell’ipotesi di una crescita dello stesso pil del 4,5%, obiettivo tutto da conquistare. Poi, grazie ai supposti effetti positivi dello stesso piano e soprattutto alla conseguente crescita dell’economia, il primo indice dovrebbe ottimisticamente scendere sino a tornare più o meno al livello pre-covid nel 2032, raggiungendo in tale anno il livello del 134,6%. 

Ma si può esprimere qualche dubbio sulla possibilità che l’Italia riesca ad abbattere e in tale misura il livello del debito, dubbio condiviso da diversi attori dei mercati finanziari. Tra l’altro, molte volte i governi del nostro paese hanno presentato piani per la sua riduzione, ma essi sono stati poi regolarmente smentiti dai fatti. Si può forse prevedere, anche se la previsione è del tutto soggettiva, che anche questa volta esso continuerà a crescere, peraltro con un ritmo più blando di quanto sta facendo nel biennio 2020-2021. Comunque lo scetticismo di molti esperti si estende alla possibilità che anche altri paesi europei, quali la Francia e la Spagna, riescano a tornare ai livelli di debito pre-covid. In Germania, poi, che ha un’altra situazione, si discute se tale ritorno sia opportuno per il paese. 

In ogni caso, il Tesoro dovrebbe emettere quest’anno da noi titoli per 600 miliardi di euro, un bel record; ma la BCE, che detiene più di un quarto dei titoli italiani, dovrebbe assorbirne 200 e le banche italiane forse molti di più, per cui il problema delle coperture, almeno a breve termine, appare sostanzialmente risolto.  

Su di un altro piano, la grande crescita dell’indebitamento dei vari paesi nel 2020 e nel 2021 è forse l’aspetto più eclatante del fatto che il covid, come ha ad esempio scritto Annamaria Simonazzi nel numero di maggio de L’Indice, ha impietosamente esposto le gravi conseguenze economiche e sociali del modello di sviluppo che ha sino ad oggi guidato l’UE. L’ economista si chiede se possiamo ora sperare che lo stesso covid porrà fine alla follia dell’austerità e se si possa ritornare a politiche più keynesiane. Se ne può per molti aspetti dubitare. 

Intanto il vecchio patto europeo di crescita e stabilità, che prevede tra l’altro un tetto massimo al rapporto indebitamento/pil del 60% e del 3% al rapporto deficit di bilancio/pil (per sovramercato noi abbiamo improvvidamente inserito nella nostra Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio), è per il momento sospeso, probabilmente sino alla fine del 2022; ad oggi soltanto 14 dei 27 Stati membri dell’Unione rispettano in particolare il criterio del 60%, mentre sette Stati superano il livello del 110%.  

Ma comunque a Bruxelles è attivo un instancabile e provvidenziale gruppo di riflessione su come e quando mettere in piedi delle nuove regole. Da quello che trapela sembra che i francesi abbiano chiesto che gli investimenti non siano conteggiati in futuro nei calcoli dell’indebitamento, una giusta mossa. Nulla sappiamo della posizione italiana; Draghi ha detto soltanto qualcosa di molto generico sulla questione.  

Intanto, i falchi ed i cosiddetti paesi frugali del Nord, con alla loro testa Jens Weidmann, il belligerante capo della Bundesbank (che spera, ma non sia mai, di diventare un giorno governatore della BCE), chiedono con accenti anche drammatici un ritorno alla “normalità” e alle regole, auspicando tra l’altro la riduzione degli interventi di sostegno della BCE ed altre misure e spingendo per l’avvio di piani di rientro, che ovviamente avrebbero effetti molto negativi sulla crescita delle economie soprattutto del Sud Europa. 

Aleggia anche da tempo negli uffici di Bruxelles e di Francoforte la per noi insopportabile proposta di penalizzare duramente le banche che detengono titoli pubblici del proprio paese; le proposte relative sono comunque diverse.

In ogni caso, anche la BCE appare preoccupata dai problemi che il covid si lascerà dietro di se, ciò che potrà portare, secondo l’istituzione di Francoforte, ad una situazione di instabilità finanziaria e parallelamente ad una debole ripresa dell’economia per diversi paesi. 

Comunque, è vero che con il ritorno alla crescita la tendenza all’acquisto di titoli da parte delle banche centrali si affievolirà progressivamente. La Bank of America prevede che gli acquisti da parte di tali istituzioni passeranno in Occidente dai 9.000 miliardi di dollari del 2020 ai 3-4.000 miliardi del 2021 ed ai 400 del 2022. Per noi sarebbe una sciagura; speriamo che la stima sia molto pessimistica.          

Alla fine, una possibile strada per l’uscita dai guai del nostro paese sono affidate al varo di almeno alcune delle misure sotto elencate: da una parte al fatto che il recovery plan diventi strutturale, magari con la previsione che la quota di fondo perduto sul totale cresca significativamente rispetto alla situazione odierna; alla cancellazione sperabilmente totale dei titoli pubblici dei vari paesi posseduti dalla BCE, mossa alla quale si oppongono ovviamente Weidmann e i suoi amici; ad una formulazione molto favorevole per noi del nuovo patto di stabilità in discussione; alla dotazione di una capacità diretta di spesa della UE nella fornitura di alcuni servizi pubblici, quali la sanità, la coesione territoriale, ecc.; al mantenimento nel tempo di un livello molto basso dei tassi di interesse, legato anche al permanere di un basso livello di inflazione (cosa che non appare certa); infine, alla continua benevolenza dei mercati finanziari. Sembra difficile, nel frattempo, sperare comunque in un più generale e profondo rinnovamento delle politiche sociali e di coesione dell’Unione, anche se qualcuno lo fa. 

Attendiamo comunque a piè fermo le prossime notizie, sperando solo in propitia sidera, in una favorevole, cioè, anche se molto difficile, congiunzione degli astri.

L’articolo in una versione più breve è stato pubblicato da il manifesto

 

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