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Trasformare in verdi i colletti blu

La politica e l’industria degli Stati Uniti si preparano a una svolta ambientale. Sarò pronta la società americana a raccogliere la sfida?

Pubblichiamo uno stralcio dal Quarto capitolo del libro “Come cambia l’America”, di Mattia Diletti, Martino Mazzonis e Mattia Toaldo (edizioni dell’asino, 2009, 12 euro)

“La Bibbia ci aveva azzeccato molto tempo fa: c’è un tempo per spendere e uno per risparmiare; un tempo per aumentare il deficit e uno per contenerlo. Sebbene uno di noi venga spesso citato come un partigiano della disciplina fiscale, entrambi pensiamo che ci siano giorni per perseguirla e altri per la larghezza fiscale. In questi tempi di crisi finanziaria, il nostro punto di vista è che l’economia, nel breve termine, abbia bisogno di uno stimolo fiscale capace di generare una domanda consistente”.

Gli autori di questa citazione sono due e occupano, secondo l’opinione corrente, due posizioni diverse nello schieramento del pensiero economico. Jared Bernstein è uno degli economisti di punta dell’Economy Policy Institute ed è noto per le sue posizioni liberal, Bob Rubin è l’uomo del bilancio in pareggio, il segretario al Tesoro di Bill Clinton che ha reso la fiscal responsability una realtà (il Grand Old Party ne fa una parola d’ordine, ma ha sempre lasciato voragini nel bilancio federale). Il fatto che abbiano scelto di scrivere assieme un editoriale del “New York Times” è segno che sta cambiando il vento. Nell’articolo è Rubin che dà ragione a Bernstein, proprio lui che fu di fatto l’artefice delle dimissioni da segretario del lavoro dell’amministrazione Clinton del liberal Robert Reich. Nei primi anni ’90 vinse l’idea del pareggio di bilancio, l’economia correva, le vacche erano grasse e l’età di Reagan destinata a durare ancora quindici anni.

L’articolo dei due economisti prosegue spiegando che bisognerà stare attenti ai conti, sapendo che serve comunque un programma a lungo termine di investimenti pubblici in aree come “l’istruzione, la sanità, l’energia, la formazione dei lavoratori e molto altro”. Spendere, ma con criterio e un occhio al bilancio. Non, come si è fatto finora anche in Italia, pareggiare il bilancio e spendere solo se avanzano soldi. È un paradosso, ma gli Stati Uniti sono più europei dell’Unione Europea. Il discorso di Rubin e Bernstein non è ideologico, tiene conto di entrambe le esperienze degli ultimi cinquant’anni: rigore fiscale e deficit spending si limitano a vicenda, specie se i soldi si spendono per un progetto. Nei tempi brevi, però, sembrano dire i due economisti, va anche bene “scava la buca, riempi la buca”.

“La visione di Reagan – quella secondo cui il welfare state era troppo compiacente ed eccessivamente burocratico, con i democratici ossessionati più dalla divisione della torta che non dalla sua crescita – conteneva una buona parte di verità”, ha scritto Obama in The Audacity of Hope. Il futuro presidente si lascia ampi margini di manovra, e spesso critica lo scontro a Washington in quanto troppo ideologico, tanto da “impedirci di trovare strade nuove e diverse ai problemi”. Quando Franklin Delano Roosevelt stravinse le elezioni nel 1932, lo fece promettendo un New Deal. Cosa fosse destinato a diventare tale patto non era chiaro. Lo divenne negli anni, a forza di tentativi e sperimentazione. Il tempo dirà se Obama avrà altrettanta fortuna e inventiva. Le sue prime scelte e annunci indicano una strada stretta, il tentativo di investire nel futuro senza sprecare soldi. Come collaboratori ha scelto persone molto esperte e capaci, con un curriculum tendenzialmente clintoniano o pragmatico. In teoria, queste persone saranno chiamate ad applicare le idee del presidente. Sempre in teoria, molte di esse hanno già abbandonato, come Rubin, l’idea che il pareggio di bilancio sia la strada per salvare l’economia americana.

Prima che un piano a medio termine, una delle possibili vie d’ uscita dalla crisi è dunque l’investimento pubblico in infrastrutture: ovvero qualcosa di utile per il futuro e anche per il presente, visto che significa lavoro pubblico e soldi pubblici alle imprese. Molte città americane cadono a pezzi. Le due metropoli per eccellenza, New York e Los Angeles, hanno l’una un sistema di trasporti efficiente quanto decrepito, l’altra una rete totalmente assente. In America i treni sono una rarità che connette tra loro poche città, in modo lento e inefficace. Pochi aeroporti sono collegati alle città da una metropolitana, e le strade, percorse all’inverosimile, spesso sono in pessime condizioni. Atlanta, che si vanta di avere una metropolitana efficiente, ha solo due linee piuttosto brevi, nonostante le Olimpiadi del 1996, e di Detroit e del suo sistema autostradale cittadino abbiamo già detto.

E poi, nei tempi lunghi: scuola, sanità, energia. Potenzialmente un programma che cambia la faccia dell’America, le relazioni tra cittadini e istituzioni pubbliche, ora basate su un modello egoistico che ha portato al mostro sociale ed economico che è clamorosamente crollato alla fine del 2008. Provate a concedere un’assicurazione sanitaria a tutti e poi a toglierla, o a dare finalmente scuole decenti alle inner-cities e ai quartieri dove vivono ispanici e afroamericani e poi a smettere di finanziarle. Persino nel nostro paese, dove il sistema di tutele è stato fatto a pezzi, la sanità viene toccata solo marginalmente, e mai in maniera diretta.

La crisi economica del 2008, dunque, potrebbe spingere gli Stati Uniti verso un modello più inclusivo. La promessa di Obama, che pure tiene sempre basse le aspettative concrete ed evita di usare riferimenti al passato – al New Deal, ad esempio – sembra essere questa. Portarla a compimento è un altro paio di maniche. Ci sono poteri economici e politici che gli renderanno la vita difficile. La gestione dei 700 miliardi da parte di Henry Paulson, che ha accettato i limiti imposti dai democratici e poi ha tentato di aggirarli per favorire le banche, è un segnale. Certo, i poteri forti del trentennio appena trascorso, specie i petrolieri e Wall Street, per un paio d’anni dovranno tenere.

Nei mesi che hanno preceduto il voto del 2008, negli Stati Uniti bastava accendere il televisore per imbattersi nella faccia di un anziano signore con un terribile accento da cow-boy. T. Boone Pickens è il fondatore e presidente della BP Capital Management e della Mesa Petroleum: il tipico magnate – un self-made man – dell’industria petrolifera texana. Pur avendo una certa età, T. Boone ha ancora fiuto per gli affari e da mesi bombarda la TV via cavo con il suo piano, il pickensplan. L’idea è semplice e la propaganda efficace: “Basta con la dipendenza dal Medio Oriente, il petrolio è troppo caro, finanziamo regimi corrotti e compriamo un prodotto senza futuro. È l’ora di costruire gigantesche centrali eoliche e solari, ci sono zone del nostro grande e bel paese che sono tra le migliori del mondo per produrre questo tipo di energia – e sono anche quelle più arretrate e in difficoltà economica”.

Pickens sta costruendo nel suo Stato la più grande centrale eolica del mondo e vuole incentivi e sgravi fiscali. Ma è furbo e politicizza la sua domanda spiegando che eolico e solare sostituiranno il gas naturale, di cui il sottosuolo americano è ancora ricco, così questo potrà essere usato per far camminare le auto.

Durante la campagna 2008, a tutti i comizi negli Stati minerari, c’era gente a cui la lobby del carbone pulito (il clean coal, qualsiasi cosa sia) aveva regalato cappellini e magliette con qualche slogan. Viaggiando in auto per il paese si scopre che le “coalizioni” che premono per le varie forme di energia alternativa sono molte e agguerrite. Sulle autostrade i cartelloni pubblicitari si sprecano: quello dell’energia è uno dei temi di cui si discute e l’indipendenza energetica è ai primi posti tra i motivi con cui gli americani spiegano il loro voto (addio terrorismo e aborto). Alla convention democratica di Denver il governatore del Montana Brian Schweitzer, rieletto a valanga nel novembre 2008, ha ballato per dieci minuti sul palco spiegando in maniera semplice e divertente i vantaggi dell’eolico per uno Stato come il suo. Jennifer Granholm, governatrice del Michigan, lo Stato di Detroit, ha fatto campagna elettorale per Obama esagerando le virtù dell’auto elettrica davanti agli operai terrorizzati dalla chiusura delle “big three”.

Abbiamo scelto due esempi a caso tra i tanti possibili, per rendere l’idea di quanto la politica, e l’industria, americane si stiano preparando a una rivoluzione ambientale. Diversi Stati hanno da guadagnarci in termini occupazionali e di crescita. Guarda caso, alcuni di questi sono passati ai democratici o ci sono andati vicino – il Montana, un tempo un bastione repubblicano, l’Iowa per il biodiesel, il Colorado per vento e sole. Non significa che una mattina si sono svegliati tutti più buoni, ma che hanno interesse a farlo. E questo è un bene. Quattro anni e più della campagna sul clima di Al Gore, inoltre, hanno reso cosciente una parte non piccola della società dei rischi ambientali che il presidente in carica dal 2001 al 2009 ha fatto di tutto per negare.

A una settimana dal voto, durante una lunga intervista alla PBS (la televisione pubblica), la presidente democratica della Camera Nancy Pelosi ha spiegato che l’economia, l’energia, la politica estera, la bilancia dei pagamenti, oltre che la salute e il futuro, sono tutti collegati dalla questione ambientale. Diventando più indipendenti dal punto di vista energetico gli americani potrebbero infatti avere un rapporto meno stretto con il Medio Oriente, temere di meno la Russia e non dover competere per le risorse con la Cina. Risparmiando una parte dei 700 miliardi di dollari spesi per comprare all’estero un quarto della produzione mondiale di petrolio, il deficit commerciale statunitense migliorerebbe in maniera consistente e ci sarebbero fondi da distribuire o investimenti da fare. Chiedendo ai centri ricerca di sviluppare tecnologie che migliorino l’efficienza energetica delle macchine di ogni tipo, nonché la capacità di produzione di eolico e fotovoltaico, gli Usa avrebbero un vantaggio competitivo e un nuovo terreno in cui primeggiare, come quello della new economy negli anni ’90. Tra il 1991 e il 2003 gli investimenti privati in ricerca e sviluppo si sono dimezzati. Ecco un terreno sul quale tornare a investire, come quando la paura dell’Unione Sovietica e la competizione tecnologico-militare con i russi mandò l’uomo sulla luna e fece inventare il computer.

Se è vero che la rinascita economica degli Stati Uniti non è avvenuta con il New Deal ma con la fine della guerra in Europa, ecco un terreno altrettanto vergine e determinante, una guerra non armata da combattere, una crociata positiva nella quale impegnarsi. In più, come ha ripetuto Barack Obama fino allo sfinimento, il lavoro creato dalle centrali di energia pulita, le istallazioni, la manutenzione di tutti gli impianti grandi e piccoli, non potrà essere esportato. Se poi l’idea di una rivoluzione ecologica dell’economia entrasse a far parte del senso comune americano – come sembra possibile – la gamma di prodotti, servizi, innovazioni necessarie a modificare le merci e a reinventare la loro produzione sarebbe infinita.

Promuovere un’economia ambientalista rappresenta un enorme vantaggio politico per i democratici: trasformare in verdi i colletti blu in cerca di lavoro degli Stati deindusitralizzati e in difficoltà, riconquistati nelle elezioni del novembre 2008, significherebbe ristabilire un’egemonia sulla classe lavoratrice che durante i trent’anni della rivoluzione Reaganiana ha votato repubblicano contro i propri interessi – e gratificare quel voto giovane e di opinione che tanto è servito a costruire la campagna partecipata di Barack Obama. Naturalmente l’America e la sua politica affrontano il problema solo a metà. Dai comizi che la governatrice Granholm ha tenuto in tutto il suo disastratissimo Stato, raccontando dell’auto che si attacca alla corrente di casa, mancava un’idea centrale: e cioè che gli americani dovranno abituarsi a usare di meno l’auto, a consumare meno e in maniera diversa. Un discorso che vale per tutti gli altri cittadini del pianeta, ma che per loro sarà particolarmente difficile da accettare. Non basta usare plastiche riciclabili per le centinaia di milioni di giganteschi bicchieroni di caffè dai quali i cittadini americani sembrano non separarsi mai. Bisognerà avere la propria tazza, usare quelle lavabili o bere meno caffè mentre si guida o si è in metropolitana. Dall’auto del pendolare al coperchio della tazza, gli americani dovranno cambiare molte cose per sopravvivere al modello intorno al quale si sono organizzati per decenni. La vittoria di Obama è solo un primo passo. Non è affatto detto che i suoi elettori siano pronti, come del resto gli italiani e molti altri, a fare quelli successivi.

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