Top menu

Per una storia della partecipazione sociale

Quali sono gli elementi sociali e personali che concorrono a determinare la partecipazione delle persone? Un estratto dal libro a cura di Nereo Zamaro “Volontari in Sicilia. Un atlante ragionato”

Lo studio degli antecedenti sociali della partecipazione sociale, nelle sue varie forme, vanta ormai una lunga tradizione di analisi, rafforzatasi nel corso dell’ultimo quarto di secolo grazie alla crescente disponibilità di dati che consentono di rappresentare, anche in chiave comparata, quadri nazionali o addirittura internazionali del fenomeno in esame. Inoltre, sono disponibili studi condotti secondo una pluralità di approcci, sia disciplinari sia metodologici. Tra questi, più rilevanti ai nostri fini, quelli sociologici.

Consideriamo il contributo di uno studioso riconosciuto, che si è occupato a lungo di questo tema, David H. Smith. Una prima rassegna utile è quella pubblicata, nel lontano 1975, con il titolo “Voluntary Action and Voluntary Groups”. Dopo aver immediatamente sottolineato le incertezze sulla definizione di voluntary action, ne propone una sua:

«L’azione volontaria è l’azione di individui, collettività, o di aggregati in quanto caratterizzati primariamente dalla ricerca di benefici psichici (ad esempio, senso di appartenenza, di stima, realizzazione di sé) e dall’essere svolta su basi discrezionali [non essendo determinata primariamente da fattori biosociali (o da pulsioni psicologiche nelle loro forme socializzate), fattori coercitivi (ovvero obblighi imposti attraverso la minaccia della forza), o da remunerazione diretta (tramite erogazione diretta di denaro o di altri benefici di natura economica)]» (Smith, 1975, p. 247).

È una definizione ampia, flessibile e che può essere accolta anche a distanza di anni. Gli elementi costitutivi della definizione di “azione volontaria” sono tre:

  1. gli attori: l’azione volontaria può essere realizzata da individui, collettività o comunità locali;
  2. le finalità: è caratterizzata da attività che rafforzano il senso di appartenenza, di stima e di realizzazione di sé;
  3. la natura: attività che non sono svolte per necessità, o per imposizione, in base ad obblighi di affiliazione dipendenti dalla famiglia di nascita, o per un compenso in denaro.

Nella definizione non si parla né di organizzazioni “formali”, né di “servizi” da erogare. La gamma degli attori che la propongono è ampia. Le finalità si sviluppano su più livelli (potendosi includere tra le forme di azione volontaria le espressioni di culto o i movimenti sociali di protesta). La componente volontaria, autonoma e disinteressata, innerva la natura delle attività svolte. Perciò essa si presta a un uso multidisciplinare, lasciando alla misurazione empirica lo spazio necessario per cogliere in quale proporzione questo o quel fattore caratterizzi una specifica forma di attivismo, quali siano le tendenze centrali e quali gli elementi di eterogeneità riscontrati nelle configurazioni effettive del fenomeno in esame. In questo senso la definizione proposta consente altresì di includere tra le forme di partecipazione analizzate anche la partecipazione religiosa, le attività sindacali, i movimenti collettivi e di protesta, la partecipazione ad attività culturali, ricreative, sportive, e così via.

In questa sede saranno trattati dati relativi alla propensione degli individui a partecipare, includendo varie forme di partecipazione (civica, culturale, sindacale, religiosa), sia all’interno di organizzazioni sia tramite apporti personali svincolati da organizzazioni.

Nel medesimo articolo, si contesta la qualificazione data da A. de Tocqueville all’America come “nazione di associati”, mettendo in evidenza che, lungi dall’essere un universale, l’attivismo volontario coinvolge una sezione parziale e stimata, allora, attorno al 40% della popolazione, seppure il 62% dichiarasse di essere iscritto a una o più associazioni (anno di riferimento: 1972). Peraltro, confermava D.H. Smith, i livelli di partecipazione registrati nelle ricerche sul campo risultavano essere molto variabili tra Paesi diversi (passando dal 2% rilevato allora in Messico al 79% riscontrato in Svezia (ivi, p. 250)).

Ma quali sono le radici dell’azione volontaria? Sulla base della messe di studi, soprattutto americani, fino ad allora prodotti D.H. Smith puntualizza i seguenti aspetti:

  1. i maschi (sposati) si iscrivono ad associazioni più frequentemente delle donne, ma la differenza cala, in favore delle donne (sposate), fino a svanire quando si passa a considerare l’effettivo coinvolgimento in attività concrete di volontariato;
  2. le persone nella fascia d’età tra i 35 e i 55 anni partecipano di più che quelle più giovani o quelle più anziane, ma, in quest’ultimo caso, non quando si tratta di attività di natura espressiva;
  3. le persone più istruite, con un lavoro e un reddito più elevato partecipano di più;
  4. gli effetti delle radici etnico-religiose o razziali sono state poco studiate, ma i dati sulle minoranze nere, contrariamente alle aspettative, mettono in luce che, se controllati per lo status socio-economico, partecipano più dei bianchi;
  5. vari fattori situazionali influenzano la partecipazione sociale, che risulta essere più alta tra le persone insediate nelle aree urbane.

L’autore sottolinea che gran parte degli studi sul tema sono data driven, in alcuni casi presentano associazioni significative, ma non le ancorano a una teoria che riesca a spiegare perché capiti tutto ciò che i dati mettono in luce. Aggiunge, poi, che le teorie a disposizione sono molteplici, ma che la loro verifica empirica è ai primi passi.

In un articolo successivo, pubblicato vent’anni dopo, nel 1994, D.H. Smith aggiorna la sua analisi delle Determinants of Voluntary Association Participation and Volunteering e propone un modello euristico simile a quello precedente. La rassegna, anche in questo caso, cerca di cogliere nella produzione scientifica precedente i contributi che puntano a spiegare la partecipazione a iniziative, progetti e organizzazioni come volontari, partendo però da uno schema di riferimento.

Secondo questo schema le determinanti dell’azione volontaria sono riconducibili, scrive D.H. Smith, a 5 fattori: il contesto territoriale in cui un individuo è inserito, o il settore in cui opera l’organizzazione di volontariato; il background sociale, lo status della persona, i ruoli occupati, il genere e l’istruzione della persona; alcuni tratti della personalità, come conformismo, auto-controllo, assertività, socievolezza, e così via; la percezione gratificante o un atteggiamento positivo nei confronti del lavoro volontario o del servizio offerto dall’organizzazione di volontariato; la situazione in cui un individuo vive, le persone con cui interagisce comunemente, che lui apprezza e che possono avergli proposto di prendere parte a una iniziativa, una campagna, un’attività svolta su base volontaria.

Non tutti questi fattori hanno ricevuto un’attenzione approfondita in sede empirica, ma si sono dimostrati efficaci predittori dell’attivismo volontario. In questa sede, ad esempio, non faremo riferimento ai fattori legati alla personalità e alla percezione o atteggiamento, perché non compresi nella base di dati a nostra disposizione.

Sotto il profilo teorico l’autore ribadisce che il modello degli status sociali dominanti (socially approved or dominant statuses) ha ricevuto conferme in molteplici contesti. Egli sottolinea, in particolare, che:

«Il modello mette in luce che le persone partecipano di più nel ruolo di volontario quando sono caratterizzate da una posizione sociale approvata o dominante, come quando sono qualificati da un livello di istruzione superiore, un reddito più elevato, un’età media, l’essere coniugati, una maggiore permanenza nella comunità, e più figli al di sotto dei 18 anni in casa» (Smith, 1994, p. 254).

Le conferme sono robuste soprattutto per tre indicatori: istruzione, reddito e prestigio dell’occupazione. Mentre altri producono risultati instabili, ad esempio il genere e l’intensità dell’impegno lavorativo (part-time vs. full time).

Tuttavia, D.H. Smith propone un diverso modello che chiama general activity pattern. Un modello che emerge, tra l’altro, dalle verifiche empiriche svolte sulla multidimensionalità della partecipazione sociale e che nella sua discussione così introduce:

«Le variabili di partecipazione sociale riguardano il modo in cui un individuo partecipa nelle attività che si svolgono nel tempo libero (discretionary time activities), attività come l’amicizia, la politica, le associazioni, la chiesa, il vicinato, la ricreazione all’aperto, e i mass media. Tanto più uno studia queste variabili, tanto più le variabili sulla partecipazione sociale sembrano creare problemi per lo studio della partecipazione. Dovremmo considerarle come indipendenti o come dipendenti? Preferisco considerarle come parte di una variabile dipendente complessa che possiamo denominare modello generale di attività. Tale modello può essere visto nel modo migliore quando combiniamo molteplici specie di partecipazione socialmente approvata in un indice sintetico e si analizzano le sue determinanti» (Smith, 1994, p. 253).

Le analisi proposte di seguito si muovono in questa direzione. L’attivismo volontario quindi è considerato come una forma specifica dell’agire che non capita a caso, occasionalmente o in isolamento, ma che esprime una propensione generale, strutturata e tipica di alcuni gruppi sociali, a esprimersi attraverso forme di partecipazione attiva socialmente riconosciute, secondo le varie modalità in cui essa si può manifestare. Per cui, l’ipotesi da verificare è se la partecipazione volontaria sia connessa anche con altre forme di partecipazione e se, dunque, uno specifico gruppo di persone partecipi congiuntamente a più forme o manifestazioni di partecipazione attiva. (…)

Per analizzare le determinanti della partecipazione il modello considera 3 tipi di fattori, che possono interagire tra di loro e che influenzano la propensione a partecipare, anche secondo diverse modalità. I diversi tipi di fattori sono identificati attingendo alla teoria degli status dominanti (Lemon, Palisi, Jacobson, 1972) e alle indicazioni contenute nei contributi di D.H. Smith, citati in precedenza e legati al territorio e a eventuali situazioni o contingenze favorevoli (1994, p. 253 ss.).

In particolare, tra i fattori situazionali, l’analisi proporrà l’inclusione di un indicatore nuovo, riferito all’uso di strumenti informatici e social. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, il ricorso all’uso di piattaforme e applicativi social ha consentito, seppur con caratteristiche ed effetti sociali da studiare ulteriormente, di formare, mantenere ed espandere la cerchia dei contatti, delle interazioni e delle comunicazioni interpersonali, integrandole con scambi mediati dalle tecnologie informatiche e veicolati per il tramite di Internet. L’ipotesi da verificare riguardava l’effettiva influenza (se sì o no, ed eventualmente in quale misura) di questo nuovo fattore situazionale sulla propensione a partecipare.

In secondo luogo, considerando l’ipotesi sul general activity pattern, si cercherà di verificare se e in che misura la propensione a partecipare attivamente e volontariamente in qualche forma di attività civica si esprima, congiuntamente e quasi a consolidamento di un’attitudine personale generale, simultaneamente secondo diverse modalità. Nel qual caso si potrebbe dimostrare che, al di là delle evenienze e casi particolari, le determinanti dell’attivismo rappresentano sinteticamente una propensione generale, significativamente disponibile all’interno di specifici gruppi della popolazione, all’attivismo civico volontario.

Il testo pubblicato costituisce un estratto dal libro di Nereo Zamaro (a cura di), Volontari in Sicilia. Un atlante ragionato, Giappichelli, Torino, 2017, pp.52-56

 

Lemon M., Palisi B.J., Jacobson P.E. jr., Dominant Statuses and Involvement in Formal Voluntary Associations, in Journal of Voluntary Action Research, 1, 23, 1972, pp. 30-42.

Smith D.H., Voluntary Action and Voluntary Groups, in Annual Review of Sociology, 1, 1975, pp. 247-270.

Smith D.H., Determinants of Voluntary Association Participation and Volunteering: A Literature Review, in Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly, 23, 1994, pp. 243-263.

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInPin on PinterestEmail this to someonePrint this page