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Sharing economy, Uber alles

La “sharing economy” ha aperto la strada a una economia basata non sull’innovazione di prodotto ma dei processi organizzativi, mediante la loro disarticolazione e soprattutto l’ulteriore individualizzazione ed esternalizzazione del lavoro

La vecchia economia contro la nuova? I taxisti come i vecchi luddisti che volevano fermare il progresso, ieri rappresentato dai telai meccanici e oggi da Uber e dalla sharing economy? Domande di queste settimane. Ma procediamo con ordine, ricordando subito che la realtà del lavoro è oggi fatta da due mondi apparentemente contrapposti, ma invece coerenti e congrui tra loro: la precarizzazione incessante da un lato (Uber, Foodora, voucher, contratti atipici vecchi e nuovi, JobsAct), dall’altro un’impresa che vuole farsi comunità di lavoro, che inventa gli smart-jobs e persino il manager della felicità per rendere felici i lavoratori. In mezzo: la quarta rivoluzione industriale, i robot e, forse, una nuova disoccupazione tecnologica.

Dunque, la sharing economy. Sfuggente a ogni definizione eppure concreta e pesante nei suoi effetti sociali e sul sistema dei diritti. Soprattutto, difficilmente regolamentabile. Però, la sharing economy, o economia collaborativa o della condivisione, promette cose meravigliose e molti ci credono davvero. Genera transazioni per oltre 30 miliardi di euro, basandosi su una pratica molto sociale e molto umana, appunto, la condivisione. Di più: secondo uno studio recente di PwC, entro il 2025 le transazioni legate alla sharing economy in Europa saliranno a quasi 600 miliardi di euro. In cinque principali settori: finanza collaborativa; scambio di abitazioni e alloggi; trasporti tra privati; servizi domestici a richiesta; e servizi professionali, sempre a richiesta.

In Europa vi sarebbero oggi circa 300 piattaforme attive, ma una piattaforma in sé non è la condivisione, piuttosto è il mezzo di produzione e di connessione che permette la condivisione tra molti per il profitto di pochi, analogamente a quanto accade con il Big Data, ovvero con i dati e i profili che lasciamo in rete navigando e condividendo. Inoltre, questa sharing economy potrebbe essere considerata come un’evoluzione della rifkiniana economia (o era) dell’accesso (e della società a costo marginale zero), dove non sarebbe più la proprietà privata ad essere diritto naturale dell’uomo economico (secondo i giusnaturalisti e soprattutto i capitalisti), bensì l’accesso all’utilizzo di beni e servizi, senza più doverli acquisire in proprietà ma pagandone appunto solo l’accesso, per il tempo necessario. Ma la proprietà privata, nella sharing economy non muore, semmai si trasferisce nella piattaforma digitale (è appunto il capitalismo delle piattaforme), facendo profitti (la piattaforma) ma allo stesso tempo indossando la maschera ammaliante e seducente (questo è il capitalismo delle emozioni o il tecno-capitalismo come religione) della condivisione. Ma che in realtà, e piuttosto, è una delle molte forme per la socializzazione del capitalismo via rete (lo abbiamo chiamato ordoliberalismo 2.0).

Una strada che l’Europa persegue con convinzione, vedendo appunto nella sharing economy una forma di virtuosa diffusione dell’ordoliberale principio di concorrenza. E infatti, l’Agenda europea per la sharing economy, del 2016 vuole favorire appunto l’abolizione delle barriere all’entrata nel mercato garantendo la tutela (in realtà, la promozione) della concorrenza. Coniugandola con la protezione dei lavoratori e dei consumatori, ma dimenticando che è impossibile avere insieme concorrenza e diritti.

Di più: se il vecchio capitalismo si basava sul possesso/proprietà dei mezzi di produzione (uomini compresi – e si rilegga ciò che scriveva Simone Weil del suo lavoro di operaia-schiava nelle fabbriche dei primi anni ’40 del ‘900), oggi anche il nuovo capitalismo si basa sulla proprietà dei mezzi di produzione/connessione (le piattaforme tecnologiche, appunto), ma (anche) per gli uomini si paga l’accesso alle loro prestazioni, anche se questa prestazione spesso si chiama nobilmente collaborazione con l’impresa. Generando uomini che vendono se stessi come mero accesso a loro stessi; lavoratori on demand ma anche usa e getta.

E quindi – ancora e soprattutto – occorrerebbe capire l’evoluzione (o l’involuzione) tra sharing economy e gig economy (l’economia dei lavoretti), un tempo separate e divise anche mass-mediaticamente (e virtuosa la prima, meno la seconda), mentre oggi il confine tra le due sembra dissolversi dando vita a una forma-informe di economia comunque capitalista e molto flessibile, basata non sull’innovazione di prodotto e di processo (a questo pensa la Silicon Valley, Olimpo dei nuovi dèi della iper-modernità), ma dei processi organizzativi, mediante la loro disarticolazione ulteriore e soprattutto l’ulteriore individualizzazione ed esternalizzazione del lavoro.

Il problema è che questo capitalismo di sharing economy, di modello Uber e di uberizzazione di massa del lavoro sembra rottamare abilmente il vecchio capitalismo (ma senza eliminarlo), presentandosi come assolutamente nuovo, virtuoso, sociale. In realtà, stiamo assistendo ad un profondo mutamento nelle forme di organizzazione del lavoro capitalistico, dove però non cambia la sostanza (suddividere/parcellizzare e poi ricomporre/integrare le parti suddivise in qualcosa di maggiore della semplice somma aritmetica), ma solo la modalità di questa suddivisione-integrazione, ieri necessariamente chiusa tra le mura di una fabbrica, oggi dispersa (grazie al mezzo di connessione che si chiama rete) tra gli individui in quello che definiamo il fordismo individualizzato, dove ciascuno è messo al lavoro in forma indipendente, ma proprio per questo meglio integrabile nel sistema. Pensare che dalla sharing economy possano comunque uscire anche esperimenti di auto-organizzazione e di mutualismo, di imprenditorialità davvero collaborativa nonché reti di protezione sociale dal basso, magari generando valore economico e in cui social e cooperazione siano fattori produttivi è bello e positivo, ma il rischio (alto) è quello di restare dentro a una forma appunto ordoliberale di capitalismo.

Quello che comincia a stancare sono le retoriche che accompagnano questa sharing economy. Presentandola come cosa solo nuovissima e diversa dal capitalismo; oppure come capitalismo dal volto umano o sociale. Trattando i tassisti (che pure hanno molte colpe) come i vecchi luddisti (a tanto è arrivato Luigi Zingales, ne Il Sole 24 Ore del 26 febbraio) che appunto si opponevano alla inarrestabilità del nuovo che avanza sempre e comunque e che, essendo (o apparendo come) nuovo è nuovo sempre e comunque, anche quando è vecchio, vecchissimo e l’innovazione tecnologica non è utile tanto alla società quando al profitto dei capitalisti, come Uber e dintorni. Già, perché la modernità liquida di Bauman esiste in realtà da quando esiste il capitalismo e l’industria. E già Goethe faceva dire a Edoardo (ne Le affinità elettive): E’ una bella seccatura che ai nostri tempi non si possa più imparare niente che duri per tutta la vita (…); noi ora dobbiamo ricominciare da capo a imparare, ogni cinque anni, se non si vuol restare completamente fuori moda. Scrive a sua volta Remo Bodei (in quel libro bellissimo che è Scomposizioni): caratteristica dell’epoca moderna è quella di consumare in fretta il tempo, di bruciare vertiginosamente le esperienze, accumulandole alla rinfusa, senza elaborarle a sufficienza e senza riportarle a un orizzonte di senso. Il problema allora è quello di ridarci, come società, un orizzonte di senso, evitando che sia nuovamente il tecno-capitalismo a imporcelo.

Luddisti – ma nel senso di luddisti della società e della democrazia – sono allora e piuttosto i retori e gli ideologi (anche) della sharing economy. E che, come Auguste Comte nella prima metà dell’800, pensano davvero che industria (oggi la rete e i social applicati al capitalismo) e società siano la stessa cosa e che solo chi è produttivo (oggi capitalisticamente connesso) possa fare parte della società. Dividendo in modo manicheo il mondo – come Saint-Simon – tra industriali e oziosi.

La condivisione – quella autentica – è invece tutta un’altra cosa. Ed è, soprattutto, fuori dal capitalismo.

 

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