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Reddito minimo garantito, la proposta di legge popolare

La consegna alla Camera della proposta di legge d’iniziativa popolare sul Reddito minimo garantito apre una fase nuova nel rinnovamento delle politiche sociali e di tutela del reddito in Italia. Sbilanciamoci.info apre una discussione

Il 15 aprile 2013 è stata una giornata speciale nella lunga storia di rivendicazioni che hanno attraversato il nostro paese sul tema del reddito garantito. Nel corso degli anni si sono tenute assemblee, manifestazioni, cortei; gruppi di precari hanno preso la parola e si sono organizzati per narrare la loro condizione sociale; montagne di studi e pubblicazioni si sono accumulate per evidenziare le carenze del nostro sistema di protezione sociale. L’Italia, in breve, aspetta da almeno vent’anni risposte e forme di regolamentazione nuove, adatte a fornire tutela al cittadino nell’epoca della crisi e della così detta “produzione flessibile”.

Il 15 aprile si è aggiunto un ulteriore tassello: una folta delegazione in rappresentanza di oltre 170 tra associazioni, comitati e partiti si è recata a Piazza Montecitorio e ha consegnato alla Presidenza della Camera le oltre 50.000 firme a sostegno del disegno di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Reddito minimo garantito (www.redditogarantito.it/#!/home).

La proposta è modellata su quanto previsto nella legge n. 4/2009 della Regione Lazio che, seppure solo in via sperimentale, ha introdotto una misura di reddito garantito dalle caratteristiche fortemente innovative, che molti osservatori hanno salutato come possibile momento di svolta per le politiche sociali del nostro paese.

Sulla scia di quanto previsto in tale legge regionale, e in accordo con le migliori prassi in vigore nei paesi europei, la proposta di legge prevede che l’erogazione (consistente in 600 euro mensili, oltre a integrazioni in beni e servizi a carico delle Regioni) abbia carattere individuale (e non familiare, come molte prestazioni assistenziali del nostro welfare) e sia destinata non soltanto ai soggetti irrevocabilmente esclusi dal mercato del lavoro, bensì anche ai soggetti in cerca di prima occupazione o ai lavoratori precariamente occupati o a basso reddito.

La gestione della misura è demandata sul piano amministrativo ai centri per l’impiego, seguendo in ciò la “buona prassi” avviata dalla Regione Lazio. I centri per l’impiego hanno la dimensione territoriale ottimale e gli strumenti operativi adeguati per situare l’erogazione del beneficio in una più vasta strategia d’intervento e, eventualmente, per favorire l’attivazione del beneficiario con proposte adeguate di tipo lavorativo o formativo. La misura non è rivolta in via esclusiva a soggetti esclusi dal mondo del lavoro. La procedura amministrativa è strutturata secondo criteri di speditezza, semplificazione, buon andamento; è stabilito che la domanda possa essere presentata anche on line e si prevede la rapida capacità del sistema di registrare mutazioni della situazione di fatto del beneficiario che possano comportare di volta in volta un diverso atteggiarsi del diritto al reddito garantito.

La previsione di obblighi più o meno stringenti di attivazione da parte del beneficiario è un punto particolarmente sensibile in qualsiasi legislazione in tema di reddito minimo. Una subordinazione troppo netta del beneficiario alle indicazioni e ai desiderata dell’ente erogatore della misura rischia di porsi in frontale contrasto con gli obiettivi perseguiti dalla legge. Va scongiurata la formazione di un mercato del lavoro destinato a soggetti di serie B, indirizzati verso impieghi di scarsa qualità, dietro minaccia più o meno esplicita di essere privati di ogni residuo sostegno. Le esperienze in Italia dei lavoratori socialmente utili negli anni Novanta, così come quelle del così detto workfare in alcuni paesi europei hanno dato pessima prova di sé e sono decisamente da non replicare. La proposta di legge fissa dunque un punto di equilibrio tra contrapposte esigenze, stabilendo che non opera la decadenza dal beneficio nell’ipotesi di non congruità della proposta di impiego eventualmente offerta, ove la stessa non tenga conto del salario precedentemente percepito dal soggetto interessato, della professionalità acquisita, della formazione ricevuta e del riconoscimento delle competenze formali e informali in suo possesso certificate dal Centro per l’impiego territorialmente competente attraverso l’erogazione di un bilancio di competenze. La logica del provvedimento è in definitiva quella di imporre un obbligo di qualità delle proposte di attivazione formulate dai centri per l’impiego.

Completano il disegno di legge tre deleghe da affidare al Governo in tema di salario minimo orario, di riordino della spesa assistenziale e di riforma degli ammortizzatori sociali. Ci si propone così di raggiungere una certa coerenza tra i livelli di reddito nei vari momenti della vita lavorativa della persona, con una modulazione razionale delle forme di protezione nei casi di disoccupazione di breve o di lunga durata.

Questa in sintesi è la proposta che i cittadini e la società civile organizzata hanno lanciato al Parlamento, si apre ora una fase nuova, che richiederà forme di mobilitazione e di intervento convenienti allo scopo finale della trasformazione della proposta in legge dello Stato. La parola passa adesso agli eletti: c’è da auspicare che il Parlamento sappia rivendicare una propria centralità anche nei confronti dell’agenda di Governo (che si preannuncia piuttosto tiepida su questa tema). Occorre attivarsi affinché questa misura sia adottata con urgenza, sia al più presto avviata la discussione del disegno di legge di iniziativa popolare e si giunga finalmente anche in Italia all’introduzione di una misura di reddito minimo garantito.

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La Relazione sulla sostenibilità, costo e finanziamento di un reddito di base incondizionato in Italia, curata da Andrea Fumagalli, è disponibile quiwww.bin-italia.org/pdf/Breve%20relazione%20costo%20e%20finanziamento%20RBI-%20dic%202011%20(3).pdf
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