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Nuovi movimenti sociali in Israele

Joseph Zeira, Professore di Economia alla Hebrew University di Gerusalemme e Visiting Professor alla Luiss, è anche membro del gruppo Aix, fondato nel 2002 dal Prof. Gilbert Benhayoun, dell’Università di Marsiglia e composto da economisti palestinesi e israeliani. Il gruppo Aix affronta il tema del conflitto e delle possibilità di pace e ha esordito con […]

Joseph Zeira, Professore di Economia alla Hebrew University di Gerusalemme e Visiting Professor alla Luiss, è anche membro del gruppo Aix, fondato nel 2002 dal Prof. Gilbert Benhayoun, dell’Università di Marsiglia e composto da economisti palestinesi e israeliani. Il gruppo Aix affronta il tema del conflitto e delle possibilità di pace e ha esordito con una proposta alternativa al protocollo di Parigi – l’accordo economico che venne stipulato all’interno degli accordi di Oslo nel ’94. Zeira ha lavorato per il team che ha supportato le proteste sociali del 2011, guidandone l’analisi economica. Abbiamo incontrato il professor Zeira nel suo studio nella Hebrew University di Gerusalemme per approfondire i legami tra proteste sociali, politiche neoliberali, occupazione e contesto economico in Israele.

In Europa abbiamo letto che le ultime elezioni sono state assorbite dai problemi sociali più che dal conflitto. Si può dire che ciò sia avvenuto a causa dei movimenti del 2011 che recentemente hanno avuto una lieve ripresa?
So cosa avete letto ma le cose stanno diversamente. In un paese che affronta quotidianamente il tema del conflitto è difficile far emergere le alternative sociali ma forse le proteste hanno fatto sedimentare qualcosa. Di fondo l’opposizione ha provato a far vertere l’ultima tornata elettorale su questo argomento ma Netanyahu ha vinto proprio perché ha raccolto la tensione e l’odio rimasto intrappolato nella società in seguito alla guerra di questa estate.

Netanyahu è riuscito a silenziare gli effetti del movimento sul dibattito pubblico molto efficacemente. Da un lato ha creato un “comitato”, che ha elaborato un rapporto molto superficiale spaccando il movimento, dall’altro ha spostato l’attenzione sulla sicurezza e sull’identità ebraica. Tra i più poveri è più facile far leva sul sentimento nazionalista: hanno bisogno di sentirsi parte di una comunità aspirando alla piena cittadinanza e vivendo ai margini del sistema.

Spiego il depotenziamento della protesta con tre ragioni. La prima è che tutti giovani che parteciparono al movimento sociale erano estremamente intelligenti, ma molto giovani e inesperti. Quindi le possibilità di successo, nel confronto con politici navigati, erano basse.
La seconda riguarda il conflitto: l’intento di superare le divisioni è venuto rapidamente meno quando si è arrivati a questioni legate al conflitto. Nel momento in cui si sollevano problemi, e si è immersi nell’insoddisfazione sociale, c’è sempre, prima o poi, un qualche sviluppo nel conflitto e, a quel punto, davanti ai problemi che emergono, tutti si ritirano sulle proprie posizioni. I giovani dei movimenti non sono stati abbastanza coraggiosi da mettere in relazione i problemi sociali con il conflitto. Infatti il movimento si spaccò sulla partecipazione degli Arabi palestinesi – che pure, in misura minore, erano presenti – alle manifestazioni. La terza ragione è che la protesta animata da due gruppi sociali diversi: da un lato i laureati figli del ceto medio privi di prospettive, come quelli accampati nel Rotschild Boulevard, dall’altro gli emarginati, gli ebrei di recente immigrazione, gli africani, le madri prive di marito, come quelli a Shkhunat HaTikva (quartiere a sud di Tel Aviv n.d.r). Questi due blocchi non hanno saputo comunicare tra loro. Si guardavano con diffidenza. E i 7 leader del movimento venivano tutti dal primo gruppo.
All’inizio dell’autunno 2011, il numero di poliziotti in rapporto ai manifestanti iniziò ad aumentare moltissimo. La brutalità della polizia – che si è manifestata ovunque, dai quartieri più poveri al centro della città – ha causato la fine del movimento. Una brutalità sicuramente guidata da motivi politici. Il partito laburista poi ha cercato in qualche modo di creare un rapporto con il movimento. Ad esempio due dei leader della protesta sono in parlamento con i Laburisti: Stav Shaffir, portavoce del movimento, e Itzik Shmuli, leader dell’Unione Nazionale degli Studenti Israeliani. Certamente è molto difficile cambiare il partito laburista: negli ultimi 20-30 anni, la base non è più rappresentata dai lavoratori ma dall’intellighenzia, dalle persone istruite, impiegati e classe medio-alta, che ha meno a cuore le questioni sociali.

Israele ha uno dei più alti tassi di povertà assoluta e infantile tra i paesi Ocse, forti spese per gli armamenti e un welfare che ha subito pesanti tagli negli ultimi vent’anni. Ci spieghi il contesto dal quale è emerso il movimento sociale del 2011.
E’ vero, negli ultimi decenni, c’è stata una forte riduzione della spesa pubblica. In alcune ricerche ho analizzato il rapporto tra spesa e entrate nel bilancio pubblico tra il 1960 e il 2013: negli anni settanta la spesa era molto alta (circa l’80% del Pil). Iniziò ad aumentare con la guerra del ’67, quando i costi militari schizzarono alle stelle, arrivando addirittura al 20% circa del Pil. La spesa pubblica continuò a salire con la guerra del Kippur nel ’73 ma fu grazie alla pace con l’Egitto – nel ’79 – che vennero ridotti i costi militari e si riuscì ad abbattere il deficit di bilancio. Senza l’Egitto – che era l’unico paese arabo a poter guidare un attacco contro Israele – il conflitto tornò, come prima del ’48, a riguardare solo i Palestinesi. Dagli anni ’90 ad oggi la spesa pubblica è scesa dal 55% del Pil all’attuale 40% circa. La pace con i paesi arabi infatti provocò una forte diminuzione della spesa pubblica ma nonostante ciò i vari governi israeliani hanno perseguito politiche neoliberali di radicale riduzione dei servizi sociali: non si è mai trattato di necessità economiche – il nostro deficit si era stabilizzato a livelli molto bassi – bensì di scelte ideologiche. Ad esempio fu varata una legge per cui la spesa pubblica poteva crescere esclusivamente per una percentuale inferiore al tasso di crescita dell’economia. Oggi il livello della spesa pubblica israeliana è tra i più bassi dei paesi Ocse. I servizi sono diminuiti sia quantitativamente sia qualitativamente. Il problema è che dal ’73 ad oggi abbiamo mantenuto un tasso di crescita stabile all’1,8%, come gli Stati Uniti. Il che significa che abbiamo dimezzato la spesa pubblica, mentre la performance economica è rimasta ferma. L’esempio di Israele confuta senza dubbio le teorie che vorrebbero legare riduzione del peso economico dello Stato e crescita. Anche l’imposizione fiscale è stata abbassata: l’ammontare totale delle entrate oggi è pari al 30% del Pil (sempre in fondo alla lista dei paesi Ocse). Dagli anni ’90 le aliquote d’imposizione, in particolare per le imposte dirette sono diminuite dal 36% a meno del 30%. Ho calcolato che, dal 2006 ad oggi, il gettito della principale imposta sui redditi è diminuito del 3% rispetto al Pil. Queste mancate entrate avrebbero potuto coprire interamente la riduzione della spesa per servizi sociali (per l’istruzione dall’8 al 7%, per la sanità dal 4 al 3%, e per la casa, tema cruciale nelle proteste del 2011, da 1,8 allo 0,5%). E’ evidente che quando si riducono spesa pubblica e tasse, le disuguaglianze crescono. Si può dire che i governi israeliani siano esperti nel prendere soldi dai poveri per darli ai ricchi. Ma Israele, come tutti sapete, non è il solo a portare avanti queste politiche: in una recente ricerca, assieme a Michele Battisti, ho rilevato come la riduzione della spesa pubblica sia la ragione principale dell’aumento delle disuguaglianze nei paesi dell’Ocse. Per livello di disuguaglianze, peggio di Israele, ci sono solo Cipro e Turchia. Anche il nostro tasso di povertà è altissimo (al 20%, secondi dopo il Messico).
La seconda ragione delle proteste è stata il congelamento dei salari. La produttività del lavoro (sia nel privato sia nel pubblico) è cresciuta costantemente dal 1980 al 2013. Secondo tutte le teorie economiche e le rilevazioni empiriche, salari reali e produttività dovrebbero crescere di pari passo, perché i salari rappresentano il prodotto marginale del lavoro. Ed è stato così fino al 2000, ma, da lì in poi, i salari sono rimasti fermi, mentre la produttività ha continuato a crescere. Significa che gli incrementi di produttività dei lavoratori sono andati a qualcun’ altro. I lavoratori hanno perso il 20% di aumenti salariali. Il tasso di profitto invece è raddoppiato – dall’ 8% degli anni ’80 all’attuale 16%. Anche il salario minimo non è aumentato con la produttività, essendo legato ad una media dei salari. Ci tengo a sottolineare che questi dati vengono dalla Banca di Israele e non da chissà quali pericolosi estremisti.

Come è successo tutto questo? Vogliamo dire, ha forse contribuito il fatto che anche in Israele, negli anni ’90, il Labor abbia introiettato il modello liberista come è successo per i partiti socialisti europei?

Tutti i grandi partiti hanno supportato queste politiche neoliberali. Le hanno supportate, ovviamente il Likud e Kadima (il partito centrista fondato da Sharon nel 2005, n.d.r.) ma anche il Labor, che fu spesso al governo in questa grande trasformazione. Lo era a metà degli anni novanta, poi tra il 1999 e il 2001 con Barak, successivamente quando si alleò con Sharon nel 2001 e, infine, con Netanyahu nel 2012. Ad un certo punto c’è stata un’eccezione: Shelly Yachimovich – è stata leader del Labor tra il 2012 e il 2013 – si è opposta, ma è stata rapidamente estromessa. Aveva posizioni radicali sulle questioni sociali, era profondamente social-democratica. Importanti uomini d’affari hanno contribuito alla campagna elettorale dei suoi oppositori e così ha perso le elezioni.

La rabbia del movimento del 2011 era rivolta contro la politica, poiché questa trasformazione è avvenuta senza alcun dibattito politico. Nel paese nessuno ha fatto proposte di politica economica alternative: questo per due ragioni. Anzitutto perché queste teorie – o meglio questa ideologia- ottengono un consenso trasversale. La seconda ragione di questo silenzio è stata la polarizzazione del dibattito intorno al conflitto con i Palestinesi. Sebbene tra i vari partiti ci siano solo lievi differenze sulla questione, il dibattito politico israeliano è strumentalmente incentrato sul conflitto. Discutono tutto il tempo della questione Palestina ma poi cambiano il tessuto economico senza alcun confronto. Tutto ciò è semplicemente accaduto e, ad un certo punto, la gente si è resa conto che la loro vita era cambiata e si è infuriata. I giovani non avevano lavoro e, se ce l’avevano, era pagato male. I salari spesso non erano nemmeno sufficienti per potersi pagare una casa, anche perché il governo aveva abbandonato la costruzione di case popolari e così via.

La crisi europea non ha avuto conseguenze qui, ma che prospettive si danno per l’economia israeliana? Che impatto hanno avuto sul mercato del lavoro le politiche neoliberali?
Per via di quello che è successo l’estate scorsa (l’attacco a Gaza, n.d.r.) potremmo entrare in recessione. Rispetto alle precedenti guerre con i paesi arabi, questo tipo di conflitto è meno dispendioso in valore assoluto ma ha degli effetti maggiori sulle recessioni. Durante ogni Intifada si riduce la domanda, mentre le precedenti guerre avevano l’effetto opposto di creare domanda. Inoltre le Intifada sono molto lunghe, possono durare anche tre-quattro anni. Poi nessuno sa realmente chi abbia vinto al termine di un’Intifada. Quindi generano molto pessimismo: gli investitori si spaventano e il turismo diminuisce. Ma l’effetto più grave di tutti è la diminuzione dell’attività commerciale: le persone vanno di meno nei centri commerciali, nei negozi. La domanda nel Paese diminuisce. La somma di questi elementi può causare recessioni. Abbiamo avuto una massiccia liberalizzazione del mercato del lavoro, ma in realtà, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, si tratta di riduzione in schiavitù: non c’è nulla di liberale in tutto questo. Questo liberalismo è solo per gli imprenditori, non certo per i lavoratori. Intanto il tasso di disoccupazione è al 6%. Si sta diffondendo il lavoro interinale con le aziende che gestiscono la forza lavoro. Addirittura nel settore pubblico gli insegnanti non sono impiegati del ministero ma da imprese terze che erogano i salari più bassi possibili e che licenziano dopo un anno per riassumere subito dopo con lo stesso contratto a termine per poi licenziare ancora e così via. I dati della Bank of Israel mostrano quanta parte della spesa pubblica, sia civile che militare, vada in salari e quanta in acquisti di beni o servizi. Quando le persone passano da essere dipendenti di un Ministero alle agenzie interinali, per lo Stato, l’erogazione di un salario si trasforma in acquisto di un servizio. Negli anni ’80 l’85% della spesa pubblica andava in salari, oggi la quota è scesa al 50%.

Qual è il ruolo dell’industria militare nell’economia e quanto influenza il perpetuarsi dell’occupazione? Il protocollo di Parigi siglato durante Oslo ha creato una vera e propria “economia dell’occupazione”, non crede?

Sinceramente credo che il settore militare sia generalmente sopravvalutato essendo in declino da quando è stata siglata la pace con l’Egitto. Si dice che Israele esporti molto nel settore della difesa: intorno ai cinque miliardi di dollari, che corrispondono al 2% del Pil. Ma chi detiene veramente il potere nell’occupazione sono alcune imprese che producono beni a basso costo per il mercato palestinese. Questi beni spesso non vengono presentati come israeliani ma come loro versioni alternative. Sono queste aziende le grandi lobby dell’occupazione. Secondo il protocollo di Parigi, Israele e Palestina avrebbero avuto un mercato unico, con mobilità piena, con le stesse regole di scambio, con le quali si sarebbe potuto importare ed esportare facilmente. La Palestina ha bisogno di importare molto dall’estero ma, essendoci un unico mercato, non può importare dalla Giordania beni che non superino gli “standard di qualità” israeliani. L’unico modo che hanno i Palestinesi per comprare beni a basso costo è farlo da Israele e così, a Gaza e in Cisgiordania, l’import da Israele è il 75% del totale. I Palestinesi sono consumatori prigionieri. E la gente che produce per loro fa lobbying in modo molto influente. A mio avviso è una delle questioni che più ostacola il processo di pace.

Sembra che il settore hi-tech e quello militare siano fortemente legati. Può confermarci questa impressione e spiegarci la natura del loro rapporto?

L’hi-tech è stato creato nei tardi ’80 esattamente quando veniva radicalmente ridotto il settore militare. Molta gente che sviluppava tecnologie militari si trovò a cercare un lavoro e quindi finì per continuare a fare lo stesso mestiere nel settore privato. Il settore hi-tech non è indipendente, al contrario, è pesantemente finanziato. Bisogna inoltre considerare che i lavoratori dell’hi-tech spesso sono stati nell’esercito e sono stati formati lì, il che significa che la collettività ha investito un sacco di soldi per addestrarli, per fornire loro capitale umano che, poco dopo, viene portato nel settore privato. Per le unità di intelligence, l’esercito vuole i ragazzi migliori, ma sa che non possono tenerli fermi per più di tre-quattro anni. Così i giovani più preparati invece di fare sette – otto anni come i normali soldati scelgono le unità di intelligence dove stanno meno a lungo. Si tratta di un vero e proprio “regalo” all’industria hi-tech, perché la formazione nell’esercito è pagata dallo Stato. Ma l’hi-tech, in realtà, in Israele non sta creando nessun fantastico boom: indubbiamente è un settore che esporta molto ma non ha creato nessuna impennata per la nostra economia. Cresciamo allo stesso ritmo dal ’73, circa dell’1,8%. L’unico vero miracolo economico in Israele c’è stato negli anni dal 1922 al 1972. In questo periodo Israele passò da essere un’economia arretrata, propria di una provincia dell’impero Ottomano, a uno dei paesi economicamente più sviluppati del mondo.

Che ruolo giocano gli incentivi ai coloni in Cisgiordania nel progetto di occupazione? Si sfrutta la povertà per consolidare l’espansione ai danni dei Palestinesi e rafforzare il progetto di una “Grande Israele”?

Con il gruppo Aix abbiamo appena prodotto due studi su alcuni aspetti economici del conflitto: uno sullo sviluppo palestinese, l’altro su Israele. Ai coloni va l’8% della spesa in servizi pubblici: troppi rispetto a chi vive dentro la Green Line. Li ricevono sotto forma di servizi indiretti come strade, salute, educazione e posti di lavoro nel settore pubblico (essendoci poche opportunità lavorative nelle colonie molte persone lavorano nel pubblico). Ma non è questo che sta uccidendo il paese. Sono i soldi spesi per la difesa: il costo del conflitto, il totale della spesa militare, a seconda di come venga calcolato, è intorno al 6 – 7 % del Pil. Noi affermiamo che ci siano numerosi costi aggiuntivi che non sono considerati e che farebbero salire la cifra al 13 % del Pil, il doppio. L’esercito, ad esempio, controlla, direttamente e indirettamente, tra basi e zone d’addestramento, il 50% di tutta la terra, senza pagare nulla. Ci sono moltissimi altri costi, ma il principale costo addizionale è quello dell’arruolamento. Per due/tre anni ragazze e ragazzi fanno la leva quasi senza essere pagati. In economia questo è quello che chiamiamo un costo opportunità: “che cosa avrebbero potuto fare in alternativa?”. Il costo, infatti, non è solo nei tre anni di servizio ma è per tutta la loro vita. Generalmente si considera che, con gli anni, il reddito aumenti progressivamente, perché, migliorando le proprie capacità e acquisendo esperienza, aumenta la propria produttività. Se si iniziasse a 18 anni e non a 21 a lavorare, o frequentare l’università, ci sarebbe la stessa progressione ma con tre anni in più di reddito e di aumento delle capacità. Con la leva obbligatoria, una volta fuori dall’esercito, si è sempre in ritardo sui tempi. E’ una perdita per l’intera economia. Quasi tutti i miei studenti sono sposati, e una larga maggioranza ha anche dei figli. Così ci mettono, in media, otto anni per concludere gli studi, invece che sei come negli USA. Tutte queste perdite in capitale umano e investimenti possono essere quantificate in un 4,5 % in meno di Pil . Oltre a ciò abbiamo considerato anche la presenza dell’amministrazione pubblica israeliana nei Territori, un ramo dell’esercito che negozia con l’Anp e prende le decisioni sulla vita dei civili Palestinesi. Sono tutti militari ma non sono considerati all’interno del budget della difesa. Sommando questi costi aggiuntivi dal 7 passiamo al 13% del Pil. Cioè, significa che almeno il 15% del reddito di ciascun israeliano va in spese per il conflitto.

Recentemente c’è stato il dibattito intorno al Jewish National State Bill (il progetto di legge, bocciato alla fine dello scorso mandato di Netanyahu, aveva l’obiettivo di sancire definitivamente l’ebraicità dello stato di Israele, n.d.r). Qual è il suo punto di vista su un progetto di legge che fa emergere alcuni dei nodi e delle contraddizioni principali di Israele.?

Una delle cose che non riguarda direttamente gli accordi di pace, ma che è fondamentale dal punto di vista elettorale, è il rapporto tra Israele e la minoranza Palestinese in Israele (i cosiddetti Arabi-Israeliani, n.d.r.). Il fatto che il paese non abbia una costituzione evita che vengano portate a galla alcune fondamentali contraddizioni, come la mancata separazione tra stato e religione o l’appropriazione delle terre nel ’48. Questa e altre leggi stanno spingendo la situazione nella direzione di una generale discriminazione da parte di tutte le istituzioni israeliane nei confronti degli Arabi. Un esempio: in Israele è possibile costruire un quartiere e poi stabilire che i cittadini Arabo-Israeliani non possono abitarci. Abbiamo già una legge di questo tipo che permette a piccole città, a villaggi e quartieri la possibilità di creare un “comitato di ammissione” che decide i futuri abitanti in base agli “scopi” del quartiere. Teoricamente la legge vieta che questi comitati possano discriminare le minoranze, ma avviene lo stesso. Se passasse il Jewish National State Bill o una legge simile, i cittadini Arabo-Israeliani non potranno più andare in giudizio per fatti di questo tipo. Ad esempio nel ’95 una famiglia palestinese, i Kadan, fece richiesta per andare a vivere a Katzir, una cittadina costruita all’interno di Israele dalla Jewish Agency. Il comitato d’ammissione negò loro l’assenso e così la famiglia andò davanti alla Corte Suprema che, nel 2000, con la famosa sentenza Kadan, decise che non potevano sussistere discriminazioni di nazionalità o religione. La Jewish Agency si è rifiutata di applicare la sentenza ma quando la famiglia Kadan è tornata dalla Corte si sono sbrigati ad offrire un lotto diverso da quello richiesto. Il Jewish National Bill è finalizzato a evitare che ci siano contenziosi di questo tipo, perché darebbe la possibilità al sistema giudiziario di negare i diritti degli Arabi-Israeliani in virtù del fatto che Israele è lo stato ebraico. L’obiettivo è quello di rendere la discriminazione verso gli Arabi non più solamente de facto, ma addirittura de iure. Questa è la posta in gioco, tutto il resto sono chiacchiere.

Davanti alla stagnazione dei negoziati e all’inanità della comunità internazionale, pensa che la campagna BDS (organizzata da forze della società civile palestinese nel 2005 per promuovere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni dei beni e servizi israeliani, n.d.r.) abbia, o avrà, un effetto sulla situazione politica?

Certamente avrà un effetto. Nella nostra ricerca sui costi del conflitto parliamo anche del boicottaggio. Non penso che nel futuro prossimo la ricaduta a livello economico sarà molto forte ma nel lungo periodo può accadere di tutto. So che ci sono state delle discussioni tra i lavoratori portuali per boicottare le navi israeliane (come avvenuto in Svezia e Sudafrica dopo l’attacco alla Freeedom Flottilla, n.d.r.). Su larga scala il progetto è fallito per via degli Americani, ma se dovesse realizzarsi un boicottaggio di questo tipo gli effetti sarebbero seri. Credo però che il boicottaggio colpisca molto Israele ad un livello “emotivo”. Fino agli accordi di Oslo molte aziende non hanno commerciato con Israele perché i paesi arabi, avendo un mercato più grande di quello israeliano, imponevano a queste aziende di non farlo, pena la perdita della possibilità di commerciare. Non ci colpì così tanto, perché era sempre possibile trovare prodotti simili di altre marche. Le persone non pensavano che queste aziende boicottassero Israele direttamente ma solo che avessero paura della ritorsione dei paesi arabi. Il boicottaggio era per ragioni economiche, oggi invece è morale. Questo boicottaggio è differente: la gente in Europa, in Nord-America e Sud-America, boicotta Israele perché è arrabbiata! Il messaggio di questo boicottaggio è prettamente morale: la gente vorrebbe sempre sentire di essere dalla parte “giusta”, invece sempre più persone nel mondo dicono agli Israeliani che non lo sono. Questo boicottaggio non ha ancora un forte effetto economico, anche perché esportiamo non solo in Europa e Americhe ma anche in Asia e Africa, ma fa sentire gli Israeliani veramente male. Le persone qui ammirano l’Europa, la maggior parte di noi viene da lì. Quelli che sono venuti dai paesi arabi vogliono sentire che culturalmente fanno parte della tradizione europea, perché la tradizione araba è, nella maggior parte dei casi, a loro preclusa. Ovviamente gli Israeliani trovano molte giustificazioni: l’antisemitismo primo tra tutte. Personalmente non sostengo il boicottaggio però, allo stesso tempo, non sono particolarmente contrario. Perché capisco le ragioni che lo guidano. C’è un conflitto e forse noi non siamo la parte giusta. Anche se mi oppongo alla politica del mio governo e appoggio il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione sono dall’altra parte, nel senso che sono un cittadino israeliano. Voglio dire che faccio parte di un paese, di una popolazione, che è in conflitto, anche se penso che i Palestinesi abbia ragione da vendere perché, fondamentalmente, vuole essere indipendente, e io approvo il loro diritto ad essere indipendenti, ma devo accettare di avere dei limiti nelle cose che posso fare! Non penso di poter sostenere la campagna del BDS, ma nemmeno combatto contro di essa.

 

Articolo pubblicato da Lo Straniero (n°181, luglio 2015)