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L’economia cinese, nonostante tutto, va

Lo sviluppo cinese contro i profeti di sventura è ripreso e vari studiosi valutano per il 2019 un aumento del Pil del 6,0-6,5%, nonostante i dazi di Trump. Pesano sempre più i consumi interni e l’export verso altri paesi asiatici.

Come è largamente noto, è stato un discorso di Deng Tsiao Ping del 1978 ad avere dato il via al grande processo di crescita dell’economia cinese, che sta  persino contribuendo in misura rilevante ad un probabile  spostamento dell’asso economico e politico mondiale dall’Occidente all’Oriente e in particolare all’Asia. Naturalmente, per altro verso, lo sviluppo del paese asiatico non è partito da zero, avendo l’epoca precedente in realtà posto alcune  basi importanti per il decollo successivo. 

Comunque tale crescita non si è più arrestata dalla fine degli anni settanta del Novecento  in poi, dunque essa dura da circa quaranta anni; anche se negli ultimi anni essa mostra segni di un certo rallentamento,  contemporaneamente, si fa qualitativamente sempre più sofisticata. Così la Cina tende ormai a sfidare gli Stati Uniti anche sul terreno dell’innovazione tecnologica, mentre, considerando il criterio della parità dei poteri di acquisto, il pil totale cinese ha superato già nel 2014 quello statunitense e lo scarto continua ad allargarsi di anno in anno. 

Va segnalato, peraltro, che già  qualche anno dopo l’avvio del processo di sviluppo accelerato, quando esso cominciava appena a dare dei risultati di tutto rilievo, è partito il coro occidentale degli studiosi, degli economisti, dei politici, che prevedevano un più o meno imminente crollo, o almeno un rapido blocco, del sistema. 

Perché lo sviluppo cinese  avrebbe dovuto bloccarsi

I più “moderati”  tra tali critici ad  un certo punto  hanno cominciato a ricordare il caso di altri paesi dell’Asia, quali il Giappone o la Corea del Sud, che, dopo una crescita tumultuosa durata alcune decine di anni, avevano inevitabilmente e fortemente rallentato i loro processi di sviluppo, sino ad arrivare, come nel caso del Giappone, ad una stagnazione apparentemente di lungo termine.

Nell’ambito dello stesso filone di ragionamento si è in tempi più recenti anche rispolverata la teoria della cosiddetta “middle income trap”, secondo la quale, raggiunto un certo grado di sviluppo attraverso processi di tipo estensivo, i vari paesi emergenti, con qualche molto limitata eccezione, non sarebbero più riusciti ad andare avanti, perché il gioco dello sviluppo intensivo sarebbe stato molto più difficile da portare avanti. Certo, la Cina non ha ancora superato la stato di paese a medio reddito e ci varranno circa una ventina di anni perché questo possa avvenire, ma la dinamica in atto sembra andare in tale senso.

Altri hanno messo l’accento sul fatto che un’economia con una forte presenza dello Stato e politicamente non democratica, quindi con delle linee politiche ed economiche contrastanti con quelle occidentali,  non avrebbe potuto fare molti passi in avanti, anche qui almeno oltre una certa misura; esisterebbe  così only one way per fare le cose e in Occidente ci si attendeva che il modello di sviluppo cinese si allineasse inevitabilmente con il tempo a quello prevalente. In particolare gli Stati Uniti non riescono ancora oggi  ad accettare l’idea che si possa fare in modo diverso dal loro e pensano che tutto il merito dello sviluppo tecnologico del paese asiatico sia da attribuire allo spionaggio ed ai ricatti verso le imprese occidentali che vogliono ivi insediarsi.

Tutti ricordavano così, tra l’altro, il caso, finito molto male, dell’Unione Sovietica. Alla Cina si prevedeva (e spesso si augurava) la stessa fine.

Una variante di tale teorema sottolineava che,  per diventare un paese avanzato, bisognava sviluppare fortemente la ricerca e le nuove tecnologie, cosa che avrebbe resa necessaria la presenza di una piena libertà di pensiero e di discussione. 

Non poteva poi mancare l’idea che le cifre ufficiali relative alla crescita cinese fossero falsificate dal potere centrale, mostrando esse un livello di sviluppo che nella realtà era molto più modesto.

Ricordiamo infine come, a sinistra, area politica dove è stata a suo tempo molto forte la delusione per la virata in senso più o meno capitalistico del paese,  si ponesse, tra l’altro, l’accento piuttosto sul carattere iniquo di tale sviluppo, che lasciava indietro le classi povere e le loro istanze e che si sarebbe così scontrato, prima o poi,  con le resistenze popolari. 

E le teorie che pensavano ad un brusco blocco dello sviluppo cinese per ragioni economiche, sociali, politiche, hanno continuato a proliferare sino ai giorni nostri, nonostante tutte le evidenze contrarie.

Tale atmosfera di ostilità verso il paese asiatico ed il suo esperimento è stata nel tempo anche ripresa dai media occidentali in generale e italiani in particolare. Così, nell’ambito  di una versione semplicemente divulgativa della teoria dell’inevitabile crisi,  ricordiamo come il corrispondente da Pechino di un importante quotidiano nazionale, persona che è stata poi allo stesso posto per molti anni, predicesse disastri in arrivo nel paese praticamente in ogni suo articolo.

Eppur si muove, come direbbe Galilei.

Il rallentamento di fine 2018 e l’attuale ripresa

Il coro dei profeti si è di nuovo fatto sentire negli ultimi mesi del 2018 e nella prime settimane del nuovo anno, di fronte a dei segni evidenti di un certo rallentamento dell’economia.

Così, secondo alcune stime (Wolf, 2019), nel mese di dicembre del 2018 il ritmo di crescita del pil cinese era sceso intorno al 4% su base annua. 

L’allarme che tale rallentamento ha suscitato anche in Occidente negli ambienti economici e finanziari e la contemporanea anche se moderata frenata dell’economia mondiale, hanno comunque mostrato quanto ormai la crescita economica del globo sia influenzata da quella cinese; per altro verso, esso ha contribuito a sottolineare  come le statistiche ufficiali sull’aumento del pil e di altre variabili economiche nel tempo siano nel complesso almeno sostanzialmente veritiere, al di là di qualche dettaglio.

Ma il rallentamento del paese asiatico non è durato a lungo ed anche in questo caso, alla fine, gli esperti devono arrendersi all’evidenza, almeno temporaneamente.

 Nelle ultime settimane comincia infatti ad apparire plausibile l’ipotesi che la crisi congiunturale sia superata (Wolf, 2019) e che l’economia abbia ripreso la sua marcia ai ritmi previsti dal governo, che valutano per il 2019 un aumento del pil del 6,0-6,5%. Intanto in questi giorni anche il Fondo Monetario Internazionale ha alzato la stima sulla crescita del pil del paese nell’anno, portandola al 6,3%, accettando, nella sostanza, le cifre del governo. 

Considerando le stesse ed utilizzando ancora il criterio della parità dei poteri di acquisto, il pil cinese si incrementa così in un anno, in questa fase,  di un valore che sta tra il totale del pil spagnolo e di quello italiano. 

La ripresa è stata spinta in particolare dalle politiche governative, che hanno puntato sulla riduzione del carico fiscale delle imprese per circa 300 miliardi di dollari, su di un allentamento della politica del credito ed una riduzione del suo costo, nonché su di un’accelerazione dei programmi di investimento in infrastrutture.  

I problemi

Secondo le analisi prevalenti, il rallentamento dell’economia cinese era da attribuire sostanzialmente a due fattori, il conflitto commerciale con gli Stati Uniti e le politiche restrittive del governo volte a frenare un indebitamento eccessivo degli attori economici; questo, trascurando le solite analisi sulla scarsa bontà di lungo termine del modello di sviluppo dirigista del paese. 

-il conflitto commerciale con gli Stati Uniti

Per quanto riguarda la disputa tra Cina e Stati Uniti, va ricordato che il suo impatto è stato ed è tuttora soprattutto psicologico; molti operatori si sono trovati di fronte all’incertezza relativamente ai risultati di tale conflitto sui diversi piani ed hanno assunto una posizione di attesa. 

Per quanto riguarda le conseguenze sull’economia reale va ricordato che in realtà il peso delle esportazioni sulla crescita dell’economia cinese, pur ancora in qualche modo rilevante, si è fatto con il tempo sempre meno importante e  che anche quello verso gli Stati Uniti ha seguito la stessa sorte. Pesano sempre di più, tra l’altro,  i consumi interni, in parallelo con l’aumento dei redditi della popolazione ed in particolare con la forte crescita numerica della classe media. 

D’altro canto, le imprese cinesi, oltre a cercare di vendere di più su di un  mercato interno in crescita, stanno cercando di diversificare gli sbocchi esteri dal punto di vista geografico e, d’altro canto, stanno parallelamente aumentando il numero degli insediamenti produttivi in altri paesi per evitare che le loro produzioni siano comunque soggette a possibili tariffe elevate ed altre ritorsioni da parte degli Usa.

Così, come documenta uno studio recente (Kynge, 2019), gli investimenti diretti cinesi nei paesi asiatici emergenti ( Vietnam, Malesia, Singapore, India, Filippine, Kazakhstan, Bangladesh, ecc. ) destinati a creare nuova capacità produttiva sono aumentati del 200% nel 2018 rispetto all’anno precedente, arrivando a toccare i 55 miliardi di dollari. E la dinamica di crescita continua.

Diseguaglianze e indebitamento

In ogni caso anche la Cina ha i suoi importanti problemi reali di tipo economico, sociale, politico. 

Ma i due maggiori sembrano essere, e non solo ai nostri occhi, quelli relativi alle forti diseguaglianze di reddito e di ricchezza che si sono create con lo sviluppo e ad un livello di indebitamento molto  elevato.

Per quanto riguarda il primo tema, indubbiamente c’è stato nel tempo  un grande aumento delle diseguaglianze, mentre parallelamente i progressi sul fronte del welfare ( sanità, sistema pensionistico, istruzione ), sono stati consistenti, ma diseguali e ancora largamente insufficienti, tranne che forse nel settore dell’istruzione. 

Peraltro, sempre sul fronte delle diseguaglianze si può affermare che comunque i genitori sanno che i loro figli staranno probabilmente meglio di loro, mentre la lotta alla povertà sta eliminando tale fenomeno dal paese, almeno prendendo in considerazione la definizione di povertà fornita dalla Banca Mondiale.

Resta il problema più difficile da fronteggiare, quello dell’elevato livello di indebitamento di imprese, settore finanziario, privati, governo; esso  sfiora ormai il 300% del pil, contro il 150 circa del 2000 e il 200 del 2010 (fonte: Institute of International Finance), con il manifestarsi in particolare  di quote crescenti di indebitamento per unità di prodotto. 

Il governo nel 2018 è riuscito comunque a bloccare la crescita del fenomeno ed anzi a ridurlo leggermente, ma questa riduzione ha contribuito nei mesi scorsi a frenare la crescita del pil e come conciliare crescita e debiti  sembra al momento il problema più serio dal punto di vista economico che hanno gli attuali governanti;  indubbiamente la navigazione appare da questo punto di vista abbastanza difficile.  

Va, in ogni caso, ricordato che una percentuale molto elevata di tale debito è detenuta da operatori nazionali e che in parte si tratta di prestiti concessi dalle istituzioni finanziarie pubbliche a soggetti sempre pubblici; siamo nella sostanza di fronte ad una partita di giro. 

Conclusioni

Cosa possa succedere allo sviluppo cinese nei prossimi anni può essere  solo materia di speculazioni e certo non si può escludere che ad un certo momento esso si blocchi o rallenti vistosamente. Ma i dati sino ad oggi disponibili ci fanno propendere per un proseguimento di una crescita rilevante ancora abbastanza a lungo. Tra l’altro, tutte le previsioni contrarie degli ultimi decenni sono state poi  smentite. 

Testi citati nell’articolo

-Kynge J., China triples investment in emerging Asia on trade war, www.ft.com, 3 aprile 2019

-Wolf M., The chinese economy is stabilising, www.ft.com, 2 aprile 2019   

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