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La finanza al potere e l’Europa contromano/2

Con la Capital market union saranno adottate misure per espandere il sistema bancario ombra. Lo stesso finito sotto accusa solo pochi anni fa come uno dei principali responsabili della crisi

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Se c’è un ambito in cui l’UE procede invece a gonfie vele verso una completa unione, questo è proprio il mercato finanziario e dei capitali. La novità più rilevante del documento dei 5 presidenti è probabilmente il lancio dell’unione dei mercati dei capitali – Capital Markets Union o CMU. L’idea alla base è che se la ripresa stenta, mancano gli investimenti, le banche non prestano abbastanza e le piccole imprese non hanno accesso al credito, le cause non vanno ricercate nei disastri della finanza e in anni di austerità, ma al contrario nella necessità di rafforzare ed espandere ulteriormente i mercati finanziari, seguendo l’assunto che l’economia europea dipenda troppo dal credito bancario, a differenza ad esempio di quanto avviene negli USA.

Con la CMU si prevede di favorire operazioni simili a quelle svolte dalle banche, ma realizzate da soggetti e veicoli che non devono sottostare alle regole e limiti che riguardano il sistema bancario. In altre parole, misure per espandere il sistema bancario ombra, o shadow banking system. Lo stesso finito sotto accusa solo pochi anni fa come uno dei principali responsabili della crisi. Un sottobosco di società solitamente registrate nei paradisi fiscali e per le quali quasi tutto è consentito, al di là di ogni controllo o forma di trasparenza.

Nella stessa direzione, le istituzioni europee hanno già avviato un programma di cartolarizzazioni, nella speranza di permettere alle banche di erogare più credito. Tale meccanismo è stato al centro della bolla dei mutui subprime, con banche e intermediari finanziari che concedevano mutui anche a clienti senza garanzie né reddito (appunto i clienti subprime), perché subito dopo trasformavano tale mutuo in titoli finanziari che venivano rivenduti in tutto il mondo. Quando è scoppiata la bolla, nessuno sapeva dove fossero finiti i titoli tossici e una crisi del settore immobiliare USA si è rapidamente trasformata in una crisi di fiducia e finanziaria globali. A distanza di soli otto anni, non solo tale pratica non è stata bloccata, ma viene riproposta come una delle principali soluzioni per rilanciare l’economia.

Ma se possibile c’è ancora di peggio. Nella CMU si propone l’abbattimento degli ultimi controlli sui movimenti di capitale. Capitali sempre più fuori controllo in un’UE dove leggi e fisco si fermano alle frontiere nazionali. L’idea è che i cittadini dei Paesi più forti potrebbero così investire nelle PMI della periferia europea, risolvendo con un colpo di bacchetta magica gli attuali problemi. Nel momento in cui non si può nemmeno parlare di trasferimenti fiscali, di Eurobond o di espandere un budget europeo che è meno dell’1% del PIL degli Stati membri, come colmare il divario tra nazioni e regioni europee? Semplice, abbattiamo ogni controllo e “naturalmente” i capitali andranno dalle zone più ricche verso quelle più povere, dai cittadini e fondi pensione dei Paesi forti verso la periferia. Con la CMU si esaspera lo stesso principio che ha portato le banche tedesche e francesi a inondare di soldi la Grecia per anni, salvo lasciarla sull’orlo del baratro con lo scoppio della crisi.

E’ l’incredibile e definitiva vittoria della finanza privata, in questa paradossale Unione Europea. Non parliamo “unicamente” di una finanziarizzazione dell’economia, né della questione, ormai assodata, del paradosso di un’Europa dei capitali e della moneta senza l’Europa dei diritti e dei popoli. Siamo di fronte a una vera e propria “finanziarizzazione degli Stati e delle politiche economiche”. Ecco il cuore del percorso degli ultimi anni: i mercati sono per definizione efficienti, abbattiamo ogni controllo e smantelliamo ogni ruolo della finanza pubblica, sarà la mano invisibile della finanza privata a realizzare la stessa integrazione europea, mascherando il problema di un’unione dei mercati e dei capitali senza unione fiscale e dei diritti.

Da un lato gli Stati costretti a limitare il proprio raggio d’azione nel nome del pareggio di bilancio, dei vincoli su debito e deficit. Dall’altro la progressiva cessione di spazi di sovranità e di democrazia alla finanza privata. In altre parole, il ritiro dello Stato, non è solo quello a cui solitamente si pensa di smantellamento delle regole che sovrintendevano il funzionamento della finanza e che si è sviluppato dall’inizio degli anni ’80. In maniera ben più profonda, sono le stesse funzioni dello Stato che sono state cedute alla finanza, fino a cederle lo stesso compito di costruzione dell’Unione europea.

Un progetto che nei fatti è fragorosamente crollato con la crisi del 2007, ma che continua – se possibile con più forza di prima – a dominare le politiche economiche europee. Un sostegno illimitato al sistema finanziario che ha causato la crisi, austerità e sacrifici per Stati e cittadini che l’hanno subita. Ancora peggio, mentre a questi ultimi subiscono un diretto attacco alla sovranità democratica, la regolamentazione del casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi va avanti nel migliore dei casi con il freno a mano tirato. Anzi, in direzione contraria, e cavalcando il dogma per cui è unicamente la finanza privata a dovere trainare la ripresa, oggi le lobby invocano una ulteriore deregolamentazione e minori controlli. La finanza, uno se non il principale problema che dovremmo affrontare, viene dipinta come l’unica possibile soluzione. Solo l’ultimo e il peggiore dei paradossi di un’Europa lanciata verso un muro e che continua inesorabilmente ad accelerare.

(2.fine)

Leggi qui la prima puntata dell’inchiesta

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