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La crisi delle banche è finita?

Sbilanciamo le elezioni/Il sistema bancario ha bisogno di smaltire i crediti deteriorati il più rapidamente possibile e deve essere compito dei pubblici poteri aiutare in tutti i modi possibili tale processo. Con le necessarie contropartite

Come è noto, la crisi dei mutui subprime ha visto il sistema bancario come un protagonista fondamentale del gioco. Dopo lo scoppio delle difficoltà, nonostante le promesse fatte a suo tempo dal mondo politico al di qua e al di la dell’Atlantico, le riforme del sistema sono state complessivamente insufficienti e ora, almeno negli Stati Uniti, assistiamo alla volontà di Trump di cancellare gran parte di quello che era stato comunque fatto nel paese.

Alcuni studiosi e persone di buona volontà a questo punto rincarano la dose per quanto riguarda le ipotesi di riforma del sistema e propongono una ristrutturazione radicale dello stesso. Intanto avanza rapidamente e parallelamente l’innovazione tecnologica, che sta di fatto rivoluzionando il settore finanziario come quello dei veicoli, della grande distribuzione e così via.

In tutto questo turbinio, il caso italiano appare possedere delle caratteristiche molto specifiche.

Dopo che la crisi del 2008 aveva, tra l’altro, fatto rilevare la pessima situazione del sistema bancario di molti paesi, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Germania, le nostre classi dirigenti, sostanzialmente compatte, avevano ripetuto a lungo che il nostro sistema finanziario era invece sano e non aveva problemi. Poi, col procedere delle difficoltà nel tempo, ma anche con l’arrivo della vigilanza della Bce al posto di quella più benevola della Banca d’Italia, almeno per quanto riguardava le grandi strutture, la musica è cominciata a cambiare e, di nuovo unanimemente, l’establishment ha cominciato a dirci che la colpa era tutta della crisi. Ma lo scoppio di molti scandali, dal nord al sud del paese, ha mostrato come, accanto indubbiamente al problema relativo al fatto che molte imprese erano andate in difficoltà e che, ad esempio, almeno il 20% del nostro sistema industriale è stato spazzato via in poco tempo dalla crisi, sono venuti fuori prepotentemente, oltre all’inaffidabilità della nostra classe dirigente, anche alcuni mali storici del nostro sistema bancario, ben precedenti la crisi. Si tratta, da una parte, della sua scarsa efficienza e capacità gestionale, dall’altra della presenza di una corruzione diffusa e di rapporti di tipo clientelare/familiare presenti tra i vari attori del gioco; infine un sistema di supervisione che presenta molti problemi.

Tali mali sono in effetti endemici al nostro sistema, ma nel periodo delle vacche grasse i pessimi risultati economici risultanti da tali condotte erano per la gran parte annegati nelle pieghe dei bilanci.

L’analisi in particolare di un caso, quello del Monte dei Paschi di Siena, il più noto di tutti ed anche il più rilevante come dimensione tra quelli di cui si è discusso, ha messo in rilievo un altro grande problema del nostro paese, quello dell’esistenza di un livello di complicità diffusa e pervasiva sostanzialmente tra tutti i molti protagonisti della scena.

Nel caso citato nessuno ha visto e sentito niente di quello che stava succedendo, pur in presenza di eventi eclatanti. Gli amministratori e il management tutto, il collegio sindacale, gli azionisti, a partire dalla Fondazione che possedeva il pacchetto di controllo della banca, il Comune, la Provincia, la Regione, i giornali locali e nazionali, i partiti di destra e di sinistra, il Parlamento, l’Abi, le altre banche, la Borsa, la Banca d’Italia, la Consob, dovunque silenzio piatto.

Un altro problema storico del nostro sistema, che vogliamo ancora ricordare, riguarda i rapporti malsani con la politica. La gestione Profumo ha prodotto danni rilevanti all’Unicredit per un volume molto grande di miliardi di euro. Eppure il manager è stato messo a capo della Finmeccanica/Leonardo, tra l’altro un’azienda operante in un settore molto particolare e ben lontano da quello di origine del suddetto, probabilmente soltanto perché si dice che egli sia amico di un politico molto importante. Il caso Etruria ha messo poi di nuovo il dito sulla piaga, mostrando dei rapporti non proprio trasparenti tra un politico del Pd, il padre, il sistema bancario.

Con la crisi, le banche hanno ridotto fortemente gli affidamenti all’economia. Le cifre della Banca d’Italia ci dicono che dall’inizio del 2012 ad oggi il livello del credito per le sole imprese è diminuito di circa 110 miliardi di euro.

E questo nonostante che negli ultimi anni le banche abbiano ricevuto dalla BCE un fiume di denaro a tassi bassissimi, che apparentemente quindi non è stato girato alle imprese, me è stato sostanzialmente utilizzato dagli istituti per rimpinguare i loro profitti.

Ma le banche hanno comunque privilegiato nelle loro politiche di affidamento le grandi imprese, che hanno ricevuto più credito e a costi nettamente inferiori rispetto alle piccole e medie; ma le prime le hanno ripagate con una molto più alto livello di sofferenze.

Le aziende, per quanto hanno potuto, hanno reagito alla carenza di credito bancario aumentando un poco i mezzi propri, accedendo di più a fonti alternative (obbligazioni, anche mini, venture capital, private equity, pir, crowfunding, ecc.), nonché razionalizzando la loro gestione finanziaria e sono quindi diventate un po’ meno dipendenti dal credito bancario, ciò che comunque è un bene; ma tutto questo non è certo bastato a colmare il buco.

Solo negli ultimi mesi si tende a registrare una qualche timidissima ripresa dei finanziamenti, ma di nuovo concentrati sulle grandi imprese.

Di nuovo oggi ci vorrebbero far credere che la bufera è ormai passata. Tutto questo perché le crisi più importanti sono state alla fine in qualche modo governate, sia pure con molta fatica e sotto l’occhio rigido delle autorità europee, che hanno mostrato di non risparmiarci nulla, mentre il livello dei crediti deteriorati è stato in qualche misura ridotto. Esso in effetti è stato ridimensionato di circa 60 miliardi nel corso del 2017. Ma ricordiamo che ancora oggi il livello dei “non performing loans” delle nostre banche è di gran lunga quello più elevato tra i paesi occidentali di una certa dimensione, che il livello di redditività dei nostri istituti è tra i più bassi e che quello dei mezzi propri appare di nuovo tra i più deboli.

Ma si preoccupano di ricordarcelo ogni giorno le autorità internazionali. Peraltro il quadro nazionale si inserisce in quello complessivo di un sistema bancario europeo che presenta risultati in genere peggiori di quelli statunitensi; inoltre tali risultati appaiono ancora minacciati nel nostro continente dalla presenza di troppa capacità produttiva in eccesso e di costi troppo elevati.

A fronte di tale situazione, una serie di progetti di riforma che stanno andando avanti per il settore a livello europeo e internazionale può portare a nuove difficoltà per le nostre banche, visto anche il debolissimo peso politico del nostro paese nel continente, anche per una serie di nostri errori passati.

Per fortuna un prima problema è stato superato senza gravi danni. In effetti il comitato di Basilea ha finalmente emesso le nuove regole per quanto riguarda l’esigenza di un livello adeguato dei mezzi propri degli istituti dei vari paesi e ne siamo usciti forse con solo qualche scalfittura.

Ma il peggio deve ancora venire. Intanto aleggia ancora, mentre in particolare i tedeschi non mollano in proposito la presa, la questione dei titoli di stato presenti nei bilanci delle banche. È prevista nei progetti europei l’introduzione di una soglia pari al 33% del patrimonio di base di una banca entro la quale deve essere limitata l’esposizione verso i titoli pubblici di un paese. Inoltre, potrebbe essere assegnato un livello di rischio adeguato a tali titoli, rischio oggi valutato come pari a zero. Esso, per paesi come l’Italia, dovrebbe essere considerato elevato e prevedere quindi accantonamenti di rilievo. O almeno, le autorità ci imporranno in alternativa di diversificare il portafoglio dei titoli pubblici, vendendo una quota di quelli nazionali e comprando quelli di altri paesi, misura che sarebbe per noi ancora parecchio penalizzante. Ricordiamo che attualmente il livello dei titoli nazionali nei bilanci delle nostre banche è pari a circa 320 miliardi.

Ancora, da qualche tempo Danièle Nouy, responsabile della vigilanza della BCE, ha cominciato ad insistere, a partire da un suo documento noto ormai come “addendum”, che, a fronte dei nuovi prestiti deteriorati presenti nei bilanci delle banche, bisognerà appostare dei fondi di riserva più elevati di quelli attuali. In particolare, viene proposto che tali crediti, nel caso non siano già garantiti, siano svalutati al 100% dopo due anni, mentre quelli garantiti lo siano entro sette. Non appare chiaro cosa succederà invece ai crediti in difficoltà passati.

A poco, rispetto a tale progetto, sono valse le proteste del governo italiano, dell’Abi che ha paventato una riduzione conseguente nei prestiti alle imprese, del parlamento Europeo, che ha decretato che la responsabile della vigilanza, nel fissare le nuove regole, andava al di là del suo mandato. Le proteste sono servite soltanto a far rimandare di qualche mese una decisione orami considerata inevitabile. Restano peraltro da definire importanti dettagli.

Si può solo cercare di lavorare da parte delle nostre autorità per cercare di limitare i danni.

Incidentalmente, sta arrivando anche il nuovo principio contabile Ifrs9 ( i principi contabili internazionali sono emessi secondo un sistema complesso de un certo numero di organismi internazionali e vengono poi recepiti secondo una procedura standard dall’Unione Europea e poi dai singoli Stati nazionali) che cambierà i criteri di classificazione dei crediti deteriorati e spingerà ad una loro valutazione più tempestiva.

Ricordiamo per completezza che in particolare i tedeschi continuano ad opporsi all’istituzione della garanzia comune sui depositi, il terzo ed ultimo pilastro dell’Unione Bancaria, dopo la vigilanza unica sul sistema bancario (che peraltro, grazie sempre alle pressioni tedesche è stato limitato alle banche più grandi) e le regole comuni sui salvataggi. E questo, secondo i tedeschi, proprio in ragione del troppo alto livello dei crediti deteriorati rilevabili nei bilanci nelle banche del Sud Europa e dei troppi titoli pubblici presenti in quelli delle banche italiane. Nessuno a livello europeo parla invece del problema dell’alto livello di derivati e di asset illiquidi che gonfiano i bilanci delle banche tedesche.

Intanto avanza rapidamente l’innovazione tecnologica anche in tale settore. In particolare i grandi protagonisti del web, i grandi gruppi cinesi e statunitensi in particolare, da Alibaba a Google, insieme anche a molte start-up di molti paesi, stanno dando l’assalto al settore bancario come a quello della grande distribuzione e dei veicoli, costringendo sulle difensiva le banche tradizionali. Basti pensare al fatto che una filiale di Alibaba, la Ant Financial, è in grado ormai da qualche tempo di rispondere alle richieste di prestiti in un tempo molto rapido. In tre minuti ed un secondo il richiedente, se considerato meritevole, si troverà i soldi nel conto. Questo grazie alla presenza di gigantesche banche dati relative a molte centinaia di milioni di persone e ai programmi di intelligenza artificiale che si possono mettere in campo. Da considerare poi anche la specifica introduzione della tecnologia del blockchain che potrebbe contribuire a cambiare fortemente il quadro operativo.

Una conseguenza di tale assalto è quello della necessità, per gli istituti, di investire grandi somme nel settore delle tecnologie digitali, nel front come nel back office, mentre l’innovazione tende a falcidiare l’occupazione, con la chiusura della gran parte delle filiali e la riduzione degli spazi per le attività lavorative anche nel back office.

I vari governi che si sono succeduti nel tempo nel nostro paese non hanno mai mostrato di avere una visione adeguata del settore finanziario. Quelli più recenti, di fronte alla crisi bancarie, si sono fatti per la gran parte sorprendere dagli eventi, trovando alla fine delle vie confuse e pasticciate per uscire dai guai.

L’esecutivo attuale e il partito di maggioranza si sono tra l’altro impelagati in una sciagurata commissione d’inchiesta sul sistema bancario e sul problema del rinnovo della carica a Visco con un impegno degno di miglior causa. Certo la commissione avrebbe in teoria dovuto verificare l’adeguatezza delle disposizioni legislative e regolamentari nazionali ed europee sul sistema bancario e su quello di governo e sorveglianza dello stesso; è noto come, ad esempio, siano emerse durante le audizioni della commissione delle rilevanti mancanze di coordinamento tra Banca d’Italia e Consob, così come dei problemi di governance dei vari istituti e la constatazione ormai palese dell’impossibilità di tutelare come una volta gli investitori, così come le carenze nella gestione dei crediti deteriorati da parte di tutto il sistema; ma nulla di tutto questo sarà probabilmente recepito dalla politica, interessata visibilmente soltanto a cercare di guadagnare qualche voto a scapito degli avversari.

Che fare?

A questo punto possiamo tentare di individuare alcuni punti di una possibile riforma del sistema italiano.

  • Pensiamo intanto che il sistema bancario abbia bisogno di smaltire i crediti deteriorati il più rapidamente possibile anche per presentarsi in maniera credibile sulla scena internazionale e che, comunque, esso debba cercare in tutti i modi di spingere per l’aumento del livello dei mezzi propri del nostro sistema bancario in misura rilevante, probabilmente nell’ordine di almeno qualche decina di miliardi di euro. Deve essere compito dei pubblici poteri aiutare in tutti i modi possibili tale processo, anche con l’intervento finanziario, laddove necessario. Così come essi devono più in generale spingere in direzione del mutamento delle norme e procedure di supervisione e controllo del sistema, anche a livello europeo, nonché di facilitare l’innovazione tecnologica e la tutela del lavoro nel settore.
  • Parallelamente, deve essere compito dei pubblici poteri quello di cercare di indirizzare il sistema bancario in direzione di un maggiore livello di finanziamento dell’economia, dirigendo peraltro lo sforzo più di prima verso la piccola e media impresa ed accompagnando il necessario processo di ristrutturazione della nostra economia in direzione di un maggior livello tecnologico, di una crescita degli investimenti, dello sviluppo di un’economia sostenibile e maggiormente creatrice di lavoro stabile.
  • A questo fine appare poi importante utilizzare il Monte dei Paschi di Siena ormai a controllo pubblico nella direzione di sostenere questo processo, gestendo la banca in modo attivo e non lasciandola semplicemente nelle mani di un management solo tecnico senza fornirgli degli input adeguati.
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