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L’Europa fuori dai suoi confini

Aiuti allo sviluppo e politiche commerciali: l’Ue fuori casa gioca in ordine sparso. Un’incoerenza che si estende anche nell’azione di mediazione dei conflitti

Le politiche estere dell’Unione Europea mostrano un’incoerenza profonda. Questa risulta evidente soprattutto dal contrasto tra le politiche di aiuto allo sviluppo e quelle commerciali, ma si estende all’azione di mediazione nei conflitti e una costante corsa agli armamenti.

L’Europa sta agendo a livello globale, ma troppe volte schierata dal lato sbagliato. Non è stata capace di contrastare il modello statunitense di guerra preventiva, scontro di civilizzazione e violazione dei diritti umani. Non resta che sperare in un miglioramento delle strategie d’oltreoceano visto che l’Unione appare incapace di assumere una propria politica internazionale. Il documento sulla sicurezza, ovvero “Un’Europa sicura in un mondo migliore”, approvato dal Consiglio nel 2003 e comprendente numerose riflessioni elaborate dalle ONG, riconosce il legame tra ingiustizia e insicurezza, il predominio di minacce non militari per il futuro del pianeta e sostiene il multilateralismo nei processi decisionali e nelle relazioni internazionali. Tuttavia, contrariamente a quanto scritto, insiste nel reputare centrale l’elemento militare senza comprendere che le strategie di sicurezza basate sulle azioni militari sono controproducenti e destinate a generare insicurezza.

L’incoerenza tra le politiche di sviluppo e quelle commerciali è ampiamente affrontata nel volume Budgeting for the future. Building another Europe. Se da un lato l’Europa è il primo donatore a livello internazionale fornendo più del 50% dell’aiuto allo sviluppo globale, e, sin dalla sua costituzione con il Trattato di Roma, la cooperazione è stata lo specchio delle relazioni dell’Unione con il resto del mondo, dall’altro l’Unione Europea sta portando avanti politiche commerciali aggressive e accordi bilaterali che potrebbero entrare in conflitto con le politiche di assistenza. L’esempio più lampante sono gli Accordi di Partenariato Economico con i Paesi ACP in grado di destabilizzare il PIL degli stessi paesi africani che si presume l’Europa debba aiutare.Nella panoramica sulle politiche di cooperazione allo sviluppo offerta da Simon Stocker di Eurostep (http://www.sbilanciamoci.org/docs/sbileu/21.pdf) si tracciano le conseguenze dell’adozione del Trattato di Lisbona quale nuova base legale per le politiche di cooperazione e per le politiche estere in generale. A fronte del rischio che quote consistenti delle risorse per la cooperazione vengano usate per finanziare i diversi obiettivi di politica estera, Eurostep propone una maggiore coerenza del budget comunitario con il Trattato e la creazione di strumenti di finanziamento ad hoc per le altre aree di intervento della politica estera, l’inclusione del Fondo Europeo di Sviluppo all’interno del budget e una maggiore razionalizzazione delle responsabilità riportando tutti i programmi di cooperazione sotto EuropeAid.Secondo il Seattle to Brussels Network (http://www.sbilanciamoci.org/docs/sbileu/22.pdf) la strategia “Global Europe”utilizza un linguaggio di promozione dello sviluppo per nascondere politiche commerciali aggressive ed un’agenda che favorisce fondamentalmente le grandi imprese europee. Le politiche commerciali non possono più essere viste solo da una punto di vista di promozione dello sviluppo o di sostenibilità ambientale. Bisogna capire che sono invece lo strumento per portare avanti politiche liberiste tanto al di fuori come dentro i confini dell’Unione.La Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, nella sua analisi dell’iniziativa Aid-for-trade (http://www.sbilanciamoci.org/docs/sbileu/23.pdf) denuncia la mancanza di autonomia dei beneficiari nella gestione delle (poche) risorse e una definizione degli obbiettivi che non rispetta le reali necessità del paese. Ma soprattutto denuncia l’uso che viene fatto di tale strumento quale contentino durante i negoziati delle più imponenti politiche commerciali.Un ruolo particolare in questa commistione di promozione dello sviluppo e degli interessi delle imprese europee è svolto dalla BEI, la Banca Europea degli Investimenti. Il monitoraggio delle azioni della banca svolto da Counterbalance Campaign, (http://www.sbilanciamoci.org/docs/sbileu/25.pdf) mostra un’istituzione opaca, i cui interventi al di fuori dei confini dell’Unione non sembrano contribuire al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e non dimostrano nessuna coerenza con i propositi di riduzione della povertà, di sostenibilità ambientale e di rispetto delle priorità delle comunità locali, in particolare nel caso di grandi dighe e di progetti estrattivi privi di qualunque valutazione d’impatto.
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