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Il “political divide” che blocca i negoziati Wto

I ricchi esportano sottocosto e i poveri non possono difendersi con i dazi: l’ennesima crisi dei negoziati multilaterali non è un problema tecnico, ma politico

In un estremo tentativo di concludere un accordo che spianasse la strada ad una positiva conclusione del tormentato round negoziale avviato nel novembre 2001 a Doha, in Qatar, Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto), aveva invitato una quarantina di ministri a Ginevra dal 21 al 31 luglio. Il direttore del Wto, nel corso di questi anni, ha perseguito con ostinazione la ricerca di una “ricetta” vincente per risolvere il round: un po’ di tagli da parte degli Usa dei loro sussidi agricoli, un po’ di tagli europei sui dazi (sempre in agricoltura) in modo da aprire maggiormente il proprio mercato ed analogo taglio, ma questa volta sui prodotti industriali, da parte dei paesi emergenti (Brasile, India, Cina). A Postdam nel 2007 l’equilibro non si trovò, ma Lamy ha continuato a lavorare di fino per presentare a Ginevra una proposta più convincente.

I negoziati formalmente sono saltati sulla richiesta che da anni molti paesi, guidati dal G-331, stanno facendo per un sistema che permetta loro di alzare i dazi qualora il volume delle importazioni di una merce superi un certo livello o i relativi prezzi d’importazione si abbassino a livelli eccessivi rispetto ai produttori nazionali. La maggioranza dei Paesi in Via di Sviluppo non ha mai avuto questa possibilità e non ha mai potuto difendersi, tanto per fare un esempio, dalle massicce esportazioni sottocosto dei pomodori europei (Italia compresa), delle cipolle e delle parti di pollo congelate smaltite dall’Unione europea negli anni scorsi. E’ utile ricordare che per la maggioranza dei paesi i dazi sono l’unica forma possibile di sostegno domestico, non disponendo di risorse per sostenere una politica di sussidi.

Sul principio tutti i paesi si sono dichiarati favorevoli, ma sulla definizione no. Il G-33 voleva e vuole un sistema facilmente utilizzabile ed efficace con valori quantitativi che lo facciano scattare quando serve. Australia ed altri paesi esportatori agricoli hanno remato nella direzione opposta. Susan Schwab, la rappresentante statunitense, si è fatta la paladina dei loro interessi iniziando ben prima della fine del meeting ad accusare Cina ed India di voler mettere in discussione i risultati dell’Uruguay Round.

Secondo alcuni gli Usa si erano presentati a Ginevra ben sapendo di non poter concordare nulla, non avendo alcun mandato negoziale da parte del Congresso2; accettando un taglio dei sussidi agricoli del 70% gli Stati Uniti sarebbero stati obbligati a tagliare i sussidi relativi al cotone3 di un valore ancora maggiore, per effetto di un precedente accordo, ma la finanziaria agricola approvata dal Congresso nel maggio 2008 non prevede tagli, al contrario prevede aumenti e la Farm Bill è stata approvata nonostante il veto di Bush, consapevole della incompatibilità con gli impegni Wto. L’argomento cotone era previsto in agenda subito dopo il sistema di salvaguardia.

Si comprende allora che il problema non è tecnico, non è in una astrusa formula che definisca percentuali di aumento del volume importato, di abbassamento dei prezzi, di numero massimo di linee tariffarie coinvolte o che altro; il problema, come ha ben riassunto, a meeting concluso, l’ambasciatore Falconer, responsabile del negoziato agricolo è che “abbiamo bisogno di rivedere il sistema SSM… ma nel farlo dobbiamo riconoscere che non si tratta, per nessuno dei partecipanti, di un problema puramente tecnico. La differenza è politica”4.

Ecco perché appaiono inutili i tentativi della scorsa settimana di Lamy di raccogliere i cocci della micro-ministeriale di fine luglio.

Se il Wto vuole diventare una istituzione “utile” ad un mondo più equilibrato e sicuro deve prendere atto che non si può continuare a riscrivere un canovaccio ormai consunto, va preso atto che un Doha Round così com’è attualmente non lo vuole nessuno e le posizioni sono inconciliabili sul suo binario. Va progettata una nuova linea, che torni all’idea originale di “Ito”5 che mai venne alla luce ma che conteneva obiettivi importanti che oggi potrebbero risultare più condivisi: piena occupazione, miglioramento delle condizioni lavorative, conservazione e difesa delle risorse naturali esauribili, sviluppo locale, rispetto dei diritti universali.

1 Il G-33 (“friends of special products”) comprende 46 paesi: Antigua and Barbuda, Barbados, Belize, Benin, Bolivia, Botswana, China, Congo, Côte d’Ivoire, Cuba, Dominica, Dominican Republic, El Salvador, Grenada, Guatemala, Guyana, Haiti, Honduras, India, Indonesia, Jamaica, Kenya, Rep. Korea, Madagascar, Mauritius, Mongolia, Mozambique, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Panama, Peru, Philippines, St Kitts and Nevis, St Lucia, St Vincent and the Grenadines, Senegal, Sri Lanka, Suriname, Tanzania, Trinidad and Tobago, Turkey, Uganda, Venezuela, Zambia, Zimbabwe.

2 Vedi la lettera inviata dai senatori Feingold e Byrd al presidente Bush in cui sottolineano che mancando alcun mandato da parte del Congresso sarebbero molto curiosi di sapere chi stiano rappresentando la Schwab e gli altri funzionari presenti a Ginevra. Lettera disponibile su: http://www.alternet.org/blogs/peek/92538/

3 Il cotone è un altro degli argomenti più dibattuti negli anni recenti poiché i sussidi elargiti ai produttori statunitensi hanno colpito negativamente i produttori africani.

4 REPORT TO THE TRADE NEGOTIATIONS COMMITTEE BY THE CHAIRMAN OF THE SPECIAL SESSION OF THE COMMITTEE ON AGRICULTURE, AMBASSADOR CRAWFORD FALCONER, 11 agosto 2008, on line a questo indirizzo: http://www.wto.org/english/tratop_e/agric_e/job08_95_e.pdf

5 Si tratta dell’International Trade Organization progettata da Keynes nel dopoguerra insieme alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. L’Ito alla fine non vide mai la luce, al suo posto prese vita il Gatt.

In allegato, la versione completa dell’articolo

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