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Crisi, il lavoro non emigra

Mare monstrum/La mobilità al ribasso dei lavoratori migranti. In molte aree agricole del Mezzogiorno gli immigrati che avevano conosciuto condizioni migliori nel lavoro in fabbrica, nei servizi e in edilizia nelle aree del centro-nord sono tornati al lavoro agricolo stagionale e precario

Nei primi anni della crisi non si sono notate grandi perdite di lavoro o licenziamenti significativi di immigrati. Anzi, per quanto i dati ci dicano poco, all’inizio la situazione non sembrava particolarmente sfavorevole per gli ultimi arrivati. Questi infatti erano venuti a soddisfare una domanda di lavoro aggiuntiva in aree che magari in quel momento erano in crescita. E non è affatto detto che la crisi abbia colpito, e tantomeno colpito per prime, queste aree. Non bisogna dimenticare che il mercato del lavoro è particolarmente segmentato e che gli immigrati non sono distribuiti in maniera uniforme nelle diverse aree occupazionali. È una prima novità rispetto a quanto avveniva nella crisi precedenti, anche quelle congiunturali, quando gli immigrati erano i primi a essere licenziati.

Un esempio macroscopico degli effetti della segmentazione del mercato del lavoro in epoca di crisi – che si intreccia anche con un’altra connotazione del mercato del lavoro europeo, la segregazione occupazionale in base al genere – è dato dal fatto che non solo ha retto l’occupazione femminile, ma ha retto e si è espansa in particolar modo l’occupazione femminile straniera, quella occupata nei servizi alle persone, rappresentata dalle cosiddette badanti.

Non sappiamo come andrà a finire, ma per ora è certo che, nonostante la crisi, persiste una domanda di lavoro soddisfatta nella stragrande maggioranza da forza lavoro straniera. Certo, anche in questo campo è aumentata la concorrenza tra gli immigrati e gli italiani, anche lavoratrici locali cominciano a entrare in questo settore. Comunque questa area occupazionale è quella meno colpita dalla crisi.

Con il passare degli anni cominciano invece a vedersi segni preoccupanti riguardanti la situazione degli immi- grati nel mercato del lavoro in generale, soprattutto per gli uomini.

Il tasso di attività (cioè la partecipazione al mercato del lavoro degli immigrati) – molto più alto di quello degli italiani in passato – ha cominciato a ridursi. Il sospetto è che la principale causa di riduzione dei tassi sia una fuoriuscita dal mercato del lavoro di immigrati per scoraggiamento o un loro re-ingresso nel lavoro nero. Altrettanto complesso è il caso dell’aumento del tasso di disoccupazione: ci sono più immigrati che non lavorano o lavorano al nero e non rientrano comunque nelle rilevazioni statistiche. In ogni caso il dato di malessere è inequivocabile.

Il quadro della situazione degli immigrati varia da una zona all’altra, riflettendo la struttura produttiva e il contesto sociale regionale da una parte e dall’altra la mobilità degli immigrati e i loro spostamenti (senza cambio di residenza). Per fare un esempio, in Veneto, come ha mostrato l’Osservatorio regionale del mercato del lavoro, da un lato la crisi economica ha incrementato il livello di incertezza e peggiorato le condizioni economiche dei lavoratori di origine straniera, aumentando le assunzioni a tempo determinato o i contratti precari. D’altra parte, a oltre quattro anni dall’inizio della crisi gli immigrati continuano a restare nello stesso territorio, ottenendo però posti di qualità peggiore. Devi Sacchetto mette in evidenza che «le esperienze lavorative si sono ulteriormente frammentate in un contesto produttivo altalenante» e che gli immigrati mettono insieme una serie di attività assai diversificate, inserendosi nelle pieghe del sistema occupazionale veneto. Insomma, anche in questo caso c’è precarietà e scivolamento in basso sul piano dell’occupazione, del salario, delle condizioni di lavoro e dei diritti. Ma il peggioramento non è tale da implicare una fuga o una cacciata: l’economia forse ancora li vuole, anche se le imprese (e la società) li trattano peggio.

Le implicazioni più gravi dell’impatto della crisi si osservano nelle aree del Nord, nell’ulteriore processo di deindustrializzazione, con licenziamenti e massicce chiusure di attività industriali. Il riflesso di ciò si vede al nord e al sud. Un’inchiesta da me condotta in diverse aree agricole del Mezzogiorno proprio negli anni della crisi ha fatto emergere una situazione assolutamente non prevista e non prevedibile: quella del ritorno al lavoro agricolo stagionale e precario di immigrati che avevano conosciuto condizioni migliori nel lavoro in fabbrica, nei servizi e in edilizia nelle aree del centro-nord. Si osserva una sorta di mobilità al ribasso dei lavoratori non solo sul piano territoriale, ma anche sul piano della qualità e delle condizioni di lavoro.

La crisi ha fatto fallire nel centro e nel nord Italia migliaia di progetti migratori che oramai sembravano essersi stabilizzati in condizioni di successo e inclusione (con case in proprietà o in fitto regolare, ricongiungimento familiare, accesso al sistema di servizi sociali e socio-sanitari, inserimento scolastico dei figli). Essa ha diffuso e inasprito le situazioni di povertà e vulnerabilità sociale, innescando a volte conflitti e competizioni al ribasso. Peggio di tutti sta chi ha perso anche il permesso di soggiorno e non solo non può che lavorare al nero, ma rischia anche la galera per il reato di soggiorno illegale. Non risulta dunque una grande tendenza al rientro degli emigranti nelle aree di partenza, così come era accaduto nelle altre grandi crisi di quest’ultimo secolo. I ritorni ci sono, come ci sono sempre stati. Ma ci sono anche fattori che operano in direzione opposta. La crisi ha infatti disincentivato partenze per ritorni temporanei nel timore di non poter rientrare o di perdere al ritorno le poche occasioni disponibili. La documentazione statistica ha difficoltà a registrare la dimensione degli spostamenti in tempi brevi. Un dato chiaro però è che il modo in cui si esprime questa crisi per gli immigrati è soprattutto il peggioramento delle loro condizioni generali e uno scivolamento in basso della loro situazione lavorativa.

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