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Augusto Graziani, un economista “inattuale”

La scomparsa di Augusto Graziani non lascia eredi, ma un compito: quello di reagire a questa era di decadenza nel pensiero economico italiano

Con Augusto Graziani scompare una delle ultime voci di una stagione irripetibile del pensiero economico italiano: un intellettuale impegnato e a tutto tondo, che male si farebbe a ridurre a una qualche dimensione ‘profetica’. Graziani, con Napoleoni, Sylos Labini, Caffè, Garegnani, e pochi altri fa parte di una generazione che, mentre si apriva ai contributi del pensiero economico anglosassone, lo faceva in modo critico e aperto, senza alcuna subalternità, proponendo una riflessione originale. Una ‘tradizione’ di cui andare orgogliosi, dove la simbiosi tra la storia dell’economia politica e dell’economica, da un lato, e lo sviluppo di schemi teorici alternativi, dall’altro, andavano di pari passo con una visione dell’economia come parte di una scienza sociale critica. Il dibattito teorico veniva integrato e prolungato nell’intervento diretto sulle questioni di politica economica, senza che vi fosse iato alcuno e mai scivolando nell’astrattezza. Non si temevano i contrasti, anche aspri, ma la polemica si manteneva sempre ai massimi livelli, senza mai degenerare (come sovente oggi) a rissa da cortile. Non lascia eredi, piuttosto un compito: quello di reagire a questa era di decadenza nel pensiero economico italiano, sfuggendo alla tenaglia tra l’importazione di una teoria economica apologetica e il corto circuito cui si condannano i filoni marginalizzati.

Graziani nasce a Napoli nel 1933, e si laurea nel 1955 con Di Nardi. Svolge successivamente studi alla Lse di Londra con Lionel Robbins e ad Harvard, dove incontra Leontief e Rosenstein-Rodan. Ordinario giovanissimo, a 27 anni, ha insegnato prima a Catania, poi a Napoli, infine a Roma. Va ricordata la collaborazione con Rossi Doria al Centro di Specializzazione di Portici, e con Compagna a Nord e Sud. Benché la sua prima riflessione sia stata spesso caratterizzata come sostanzialmente tradizionale, le cose non stanno così. Lo testimoniano due libri. Il primo, nel 1965, è Equilibrio generale e macroeconomico, dove Graziani si smarca dall’attacco alla teoria neoclassica per la fallacia logica nella teoria del capitale e della distribuzione: in quel testo addirittura ‘difende’ l’equilibrio generale walrasiano istantaneo, criticando aspramente i modelli macroeconomici di crescita proporzionale. Contesta semmai le assunzioni della teoria ortodossa, che vede l’economia e la società popolate da individui identici, consumatori sovrani, tecnologia esogena: un mondo dove la moneta non può che essere neutrale. È un punto che anche il Graziani ‘circuitista’ ha sempre confermato, resistendo a ‘matrimoni forzati’ tra Sraffa e Keynes. I critici italiani del pensiero neoclassico avrebbero fatto il passo falso di impegnarsi in una estenuante e alla fine controproducente ‘caccia all’errore’, con risultati immediati e fatali. La critica deve essere, più che interna, esterna, ai presupposti di base, a partire da visioni ideologiche diverse e da ricostruzioni alternative del processo capitalistico.

È qui che già nel primo Graziani soccorre il contenuto del secondo libro, del 1969: Lo sviluppo di una economia aperta. La competitività non dipende né dalle dotazioni fattoriali né dai vantaggi comparati. Come il caso italiano mostra, la scelta di aprirsi al mercato internazionale impone l’adozione di certe tecnologie, che a loro volta determinano il ritmo della produttività e la quantità di lavoro occupabile: in questo settore ‘avanzato’ è possibile godere di (relativamente) alti salari. Il resto della forza-lavoro può trovare occupazione in quelle imprese che non producono per l’estero, e che rimangono intrappolate in un circolo di bassa produttività e bassi salari. Questo schema di uno sviluppo trainato dalle esportazioni, incentrato sulla sovranità del produttore, spiegava il ‘dualismo’ in modo opposto a Vera Lutz (che lo imputava all’azione sindacale): e se non negava gli aspetti positivi dell’apertura al commercio mondiale, non ne nascondeva neanche le conseguenze negative, e sottolineava la necessità di un intervento (per così dire, a monte e a valle) della politica economica. Anche il Graziani successivo è sfuggito alla falsa alternativa tra liberoscambismo astratto e protezionismo, per sottolineare come l’economia internazionale sia retta da commercio manovrato e governo politico dell’accumulazione.

Negli anni Settanta il pensiero di Graziani e la sua lettura delle dinamiche concrete del capitalismo si radicalizzano. Lo testimoniano le revisioni, dalla terza in poi, del suo magistrale manuale che ora prende il nome di Teoria economica: il primo volume si intitola Prezzi e distribuzione e non Microeconomia (Graziani è un convinto sostenitore della fondazione macroeconomica dei comportamenti individuali), il secondo volume più tradizionalmente Macroeconomia ma ha un contenuto fortemente innovativo (è in effetti una rilettura del dibattito su moneta, reddito, occupazione e distribuzione, prima e dopo Keynes, di cui non esistono eguali). Graziani vede il processo capitalistico come un circuito monetario: una sequenza di fasi concatenate in cui il flusso e il riflusso della circolazione monetaria segnano in profondità la produzione reale. L’approccio nasce quando il keynesismo dominante viene attaccato da monetarismo e nuova macroeconomia classica, ‘da destra’, e da neoricardismo e marxismo, ‘da sinistra’. Il circuitismo di Graziani è peraltro irriducibile alla galassia eterodossa, includendovi anche il postkeynesimo. Si costituisce anzi a partire da una critica della Teoria generale di Keynes, mentre rivaluta il Keynes del Trattato sulla moneta che discende da Wicksell e Schumpeter. Se non si capisce la natura costitutiva e fondante della critica al postkeynesismo e al neoricardismo, in verità, credo che di Graziani si perda il contributo più originale.

L’autentico discrimine tra ortodossia e eterodossia si dà trasversalmente nella storia dell’analisi economica, e ruota attorno al riconoscimento della natura macro-monetaria e di classe del processo capitalistico (di qui il riferimento di Graziani a Marx, e la sua rivendicazione della teoria del valore-lavoro, riducendo la trasformazione dei valori in prezzi a questione secondaria e derivata). La moneta è, innanzi tutto, strumento di potere della classe capitalistica. Il processo di immissione, circolazione, distruzione va in prima battuta studiato astraendo dallo Stato. Si introduce però, rispetto alla macroeconomia standard, la cruciale distinzione tra settore delle banche e settore delle imprese, con le prime che finanziano il monte salari erogato dalle seconde al lavoro salariato, e che perciò, con questo finanziamento iniziale alla produzione, consentono l’apertura del circuito. L’offerta di moneta è un flusso endogeno e non uno stock dato (se non addirittura esogeno), e la non chiusura del circuito per un aumento della domanda di moneta come riserva di valore costituisce un caso di rilievo, ma tutto sommato particolare: peraltro non dovuto al sotto-consumo ma al sotto-investimento.

Per Graziani bisogna innanzi tutto comprendere la moneta ‘senza crisi’. Il rapporto tra banche e imprese definisce non solo il livello, ma anche la composizione della produzione e la distribuzione del reddito. ‘Saltano’ il moltiplicatore della moneta (con la priorità dei depositi rispetto agli impieghi, che viene rovesciata) e la priorità dei risparmi sugli investimenti. Cambia anche il fuoco dell’analisi sull’inflazione: essa viene ora vista, non principalmente come aumento dei prezzi assoluti, ma più significativamente come variazione dei prezzi relativi; il che apre alla considerazione di quella ‘compressione’ del potere d’acquisto, tanto dei salariati come delle imprese sfavorite nella concorrenza, che è funzionale all’accumulazione. Siamo decisamente lontani da una visione dell’inflazione come esito di un conflitto sulla distribuzione del reddito. Il nesso tra inflazione e moneta bancaria consente anche di studiare come l’aumento dei prezzi muti non solo il rapporto tra le frazioni del capitale industriale ma anche quello tra capitale industriale (le imprese) e capitale finanziario (le banche). L’inflazione degli anni Settanta ha avuto proprio la funzione di ‘nascondere’ una quota significativa del plusvalore nelle banche: una compressione dei profitti industriali che è stata sfruttata ai fini di una profonda ristrutturazione industriale, che è stata anche una ‘normalizzazione’ sociale.

Il filone postkeynesiano cantabrigense, con cui Graziani condivide la teoria kaleckiana della distribuzione, si era però fermato alle soglie di una teoria monetaria alternativa. Il filone postkeynesiano americano (Minsky è un caso a parte) restava, come il Keynes della Teoria generale, alla moneta come riserva di valore. Se in questo quadro teorico introduciamo lo Stato, la moneta si conferma come un debito al sistema bancario, che in questo caso fa perno (direttamente o indirettamente) sulla Banca Centrale. Lo Stato può emettere cartamoneta (ma questo resta marginale in Graziani) ed è essenziale per imporre l’accettazione di uno strumento di pagamento come moneta (uno scarto dalla pura ‘teoria statale della moneta’ ripresa dal cartalismo contemporaneo). Grazie alla presenza dello Stato è ora possibile che i profitti, come gli interessi, siano realizzati in moneta grazie ad una immissione aggiuntiva di liquidità che finanzia quelle che Kalecki denominava esportazioni ‘interne’, ovvero i disavanzi dello Stato finanziati dalla Banca Centrale (in analogia a quanto avviene nelle economie che seguono un modello di capitalismo ‘neomercantilista’, dove i profitti sono realizzati via esportazioni nette, in analogia alle tesi della Luxemburg). Anche qui il discorso si prolunga nella ‘storia ragionata’ dell’economia italiana: i disavanzi statali degli anni Ottanta (contraltare del ‘keynesismo criminale’ di De Cecco) hanno favorito la razionalizzazione delle imprese contro il lavoro, provvedendo moneta ‘gratis’ alle imprese e favorendo così la loro disintermediazione dalle banche.

L’accesso privilegiato alla moneta, che è sempre ‘comando’ sulle decisioni attinenti alla produzione e alla occupazione (e dunque su ‘cosa’, ‘quanto’, ‘per chi’ produrre), è prerogativa anche dei governi: ma Graziani non ha mai ceduto a illusioni ‘sovraniste’. Ha invece analizzato la natura di classe delle decisioni politiche; e ha rigorosamente distinto tra governo e Banca Centrale – una distinzione che la recente Modern Money Theory tende talora a dimenticare. La partecipazione dei lavoratori alla proprietà delle imprese non configura alcun autentico controllo delle decisioni di accumulazione. Al contrario, il conflitto sociale – che si svolge fuori dall’arena del mercato ed è di natura, in senso lato, politica: il riferimento è non tanto alle lotte sul salario, piuttosto alle lotte nella produzione, che mettono in questione il ‘come’ produrre – può (e deve) imporre i contenuti della spesa pubblica. Graziani si è ben guardato dal farsi fautore di un aumento generico della domanda. I fallimenti del sistema privato sono profondi, e i bisogni collettivi sono insoddisfatti: proprio per questo, sostiene, ogni spesa va accuratamente valutata e indirizzata ad una composizione del prodotto che sia socialmente utile. Lo Stato deve inoltre assicurare ai cittadini, per così dire ‘in natura’, la disponibilità reale di beni e servizi, andando al di là di una politica di meri sussidi monetari o di riduzioni fiscali. Per ultimo ma non da ultimo, lo Stato ha la responsabilità di aprire la strada ad un investimento che migliori la qualità strutturale dell’economia in un orizzonte di lungo periodo che solo lui può garantire.

Graziani ha fornito analisi luminose, teoricamente orientate, delle alterne vicende dell’economia italiana dentro il mutevole quadro internazionale – si vedano, in particolare, le tre edizioni dell’antologia L’economia italiana pubblicata dal Mulino, e le due edizioni del libro Lo sviluppo dell’economia italiana: dalla ricostruzione alla moneta europea, Bollati Boringhieri. Posso limitarmi a pochi cenni su alcuni punti significativi: la ricostruzione di come dopo la fine del sistema di Bretton Woods le ripetute svalutazioni della lira non si siano mai accompagnate a politiche industriali in grado di ridare autonomia e solidità ad una ripresa sempre più asfittica; negli anni Settanta, l’indagine di come la posizione delle imprese sia stata favorita dalla terna svalutazione-inflazione-scala mobile, con conseguente drenaggio fiscale ed espansione della spesa pubblica in pareggio; alla fine degli anni Ottanta, la modernizzazione subalterna, accelerata dalla politica di alti tassi di interesse dell’istituto di emissione, che ha avuto ricadute drammatiche sul bilancio pubblico; la costante critica all’apologia indiscriminata della piccola impresa e all’utopia distrettuale. Vi è chi ha scritto, a sproposito, di una presunta obsolescenza della teoria del circuito nel ‘nuovo’ capitalismo dopo gli anni Novanta. Graziani aveva in realtà tempestivamente e lucidamente segnalato come l’indebitamento delle famiglie ai fini del consumo configurasse non una rottura ma una ridefinizione del circuito. Nel capitalismo della sussunzione reale del lavoro e delle famiglie alla finanza e alle banche (il money manager capitalism di Minsky) le imprese ottengono ora l’equivalente del finanziamento alla produzione per via indiretta, il che al tempo stesso sostiene, almeno temporaneamente, la domanda (con un meccanismo di cui abbiamo sperimentato l’insostenibilità): una configurazione del capitalismo che altrove ho definito una sorta di paradossale ‘keynesismo privatizzato’.

Graziani, come altri (tra cui chi scrive) aveva individuato le contraddizioni del processo di unificazione monetaria già dai primi anni Novanta, ma non si è mai unito al coro di chi riteneva che bastasse criticare il Patto di Stabilità o la Banca Centrale Europea, o approntare garanzie del reddito ai lavoratori che li tutelassero dall’inflazione. Una svalutazione prolungata può avere, come ha avuto, effetti deleteri se non è accompagnata da politiche strutturali, tanto più in un paese come l’Italia, caratterizzato da squilibri regionali profondi, sicché nulla garantisce che l’uscita da un sistema di cambi fissi non si accompagni a un giro di vite nelle politiche di austerità: il che, a parere di chi scrive, vale anche nel caso dell’euro. Come Suzanne de Brunhoff, la preferenza di Graziani andava, credo, a un sistema di cambi fissi ma aggiustabili (sul modello del piano Keynes del 1944). Senza mai separare le politiche del cambio dalle politiche strutturali, e nella piena coscienza che la parità delle valute è dominata dalla speculazione. La sostenibilità del cambio richiede non soltanto un’espansione da parte dei paesi sistematicamente in avanzo ma anche, per un verso, politiche strutturali a sostegno delle economie in difficoltà, e per l’altro verso (più che una Tobin tax) un rigoroso controllo dei capitali.

l processo di sviluppo di Graziani è non soltanto un mondo di carenze di domanda effettiva e presenza di disoccupazione involontaria. È soprattutto una realtà di potere e conflitto, di rendimenti crescenti e diseconomie esterne, di concentrazioni regionali e di diseguaglianze che si acuiscono: un universo dove solo l’intervento pubblico e la lotta sociale, se si sostengono a vicenda, sono in grado di incidere lentamente, e con fatica, sull’evolversi della struttura produttiva. Qui, ben oltre Keynes, contano Kalecki e Schumpeter. Graziani è, per nostra fortuna, un economista ‘inattuale’ nel senso di Nietzsche: che ha pensato e agito “ ontro il tempo e, in questo modo, sul tempo e, speriamo, a favore di un tempo a venire”.

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