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Verso la possibile fine dell’agricoltura e dell’allevamento

Nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 10 miliardi, il che significa che sarà necessario produrre all’incirca il 50% in più di alimenti rispetto ad oggi, con quel che significa in deforestazione, consumo di acqua etc. E ancora nessun paese ha adottato strategie per limitare il consumo di carne.

Un settore molto inquinante

Le crescenti preoccupazioni ambientalistiche sembrano privilegiare in particolare alcuni fronti, quale in particolare quello dell’energia, mentre esse hanno sino ad oggi toccato relativamente poco il settore agricolo e dell’allevamento, che è invece all’origine di una quota molto significativa dei problemi dell’inquinamento nel mondo. 

Nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 10 miliardi di abitanti, o essersi almeno avvicinata a tale cifra, il che significa che a quell’orizzonte temporale sarà necessario produrre all’incirca il 50% in più di alimenti rispetto ad oggi. Il problema sarà allora non soltanto quello della necessità di un forte aumento quantitativo della produzione, ma di come raggiungerla senza che cresca in maniera insostenibile il suo impatto sull’inquinamento dell’ambiente, sul consumo di acqua, sulla deforestazione, sulla grande riduzione della biodiversità; tale impatto appare peraltro molto grave già oggi.

Già ai giorni nostri, in effetti, l’agricoltura contribuisce in maniera sostanziale al cambiamento climatico in relazione alle emissioni inquinanti provocate dalla deforestazione, dai prodotti chimici utilizzati nel settore, dagli incendi dei residui agricoli, dalla gestione degli allevamenti e così via. Paradossalmente, poi, i sussidi pubblici al settore indirizzano a livello mondiale la produzione verso quei comparti che sono anche i più importanti emettitori di carbonio. Un rapporto delle Nazioni Unite indica che circa il 90% dei 540 miliardi di dollari dati ogni anno al settore agricolo dai governi e dalle istituzioni internazionali va ad attività dannose per il clima, la nostra salute e l’ecosistema. 

L’agroalimentare nel suo complesso pesa per almeno il 30% dei gas ad effetto serra, mentre già oggi il settore assorbe il 70% del consumo di acqua dolce nel mondo. Intanto una crisi globale del suolo minaccia le basi stesse dell’esistenza: molti tratti di terra arabile perdono la loro fertilità attraverso l’erosione, la cementificazione, la contaminazione (Monbiot, 2021). 

In tale quadro, particolarmente grave appare il ruolo delle grandi imprese agroalimentari. Esse dominano tutti i segmenti del sistema alimentare, dalle sementi ai pesticidi ai macelli ai supermercati; hanno così da una parte imposto dei modelli di consumo per larga parte nocivi alle persone, ricchi di grassi, di zucchero, di sale, di additivi chimici più o meno accettabili, comportando come conseguenza malnutrizione ed obesità, dall’altra essi sono parallelamente anche responsabili di una parte dei danni ambientali, della perdita di biodiversità e del caos climatico.

Cruciale, nel contesto dei danni all’ambiente, appare il ruolo del settore dell’allevamento, che è responsabile da solo di circa il 14,5% delle emissioni inquinanti del pianeta e dell’80% della sua deforestazione, mentre i pascoli e le colture dedicate all’alimentazione animale mobilitano circa i tre quarti degli spazi agricoli mondiali. Parallelamente più di un terzo dei raccolti del mondo va a finire nello stomaco degli animali sempre da allevamento. 

Comunque bisogna fare una distinzione tra i vari comparti. Quello bovino richiede, a parità di calorie fornite, 28 volte più terra, 11 volte più acqua e 6 volte più fertilizzanti, mentre libera cinque volte più la quantità di gas serra, rispetto alle altre carni (pollo, maiale, ovini) (Focus, 2021). 

Il mancato intervento pubblico

Mentre la produzione animale accelera e la rottura climatica causa danni devastanti alla natura e alla salute delle persone, i governi appaiono molto riluttanti ad affrontare la questione. Anzi, come già accennato, la produzione di carne e latte ricevono grandi importi finanziari in sussidi.

Ad oggi nessun paese al mondo ha adottato una qualche strategia per ridurre il consumo di carne o per spostare lo stesso consumo verso le carni che pesano meno sull’ambiente. 

Qualcuno per la verità ha provato di recente in qualche modo a farlo. L’attuale ministro spagnolo per le questioni del consumo, Alberto Garzon, ha lanciato nel 2021 una campagna invitando la popolazione a ridurre il consumo di carne per il bene della loro salute e del pianeta. Tra l’altro, Garzon ha sottolineato come abbia ormai poco senso consumare 15.000 litri di acqua per ottenere un chilo di carne e questo in un paese minacciato per una buona parte del suo territorio dalla siccità. 

Ma le sue considerazioni sono state subito criticate da un altro ministro, mentre sei organizzazioni imprenditoriali del settore hanno scritto una lettera aperta al ministro accusandolo di diffamare un settore che fornisce lavoro a 2,5 milioni di persone e porta 9 miliardi di euro di esportazioni ogni anno. Anche il primo ministro si è dissociato dall’iniziativa di Garzon.

Dal canto suo, la Corte dei Conti europea ha constatato in un suo rapporto recente che i 100 miliardi stanziati a suo tempo dalla UE per mitigare i cambiamenti climatici nell’ambito della politica agraria comune per il periodo 2014-2020 non abbiano sortito alcun effetto. Le emissioni di gas nocivi legate all’agricoltura non sono affatto diminuite. Il fatto è che i vari governi hanno spesso utilizzato le risorse come è sembrato loro più opportuno, trascurando l’ambiente. Ora nel nuovo piano 2021-2027 le cose potrebbero non andare in maniera molto diversa; tra gli altri, gli ambientalisti hanno chiesto al Parlamento europeo di bocciare il documento.

Cosa fare

Sono molte le cose che si potrebbero fare per ridurre in maniera considerevole i danni arrecati all’ambiente dal settore della carne e latticini e più in generale dalle colture agricole. Ricordiamo quelle principali.  

Intanto si dovrebbe ridurre in generale il consumo di carne nel mondo; contemporaneamente, si potrebbe cercare di ridurre quello di carne bovina a favore di quello di maiale, ovini, pollame. Si potrebbe concentrare poi molto di più l’attenzione sul consumo dei legumi, anch’essi ricchi di proteine al pari della carne. Si potrebbe inoltre ridurre l’impatto ambientale di tutte le produzioni animali, come mostrano alcuni esempi, attraverso una serie di accorgimenti organizzativi, tecnologici, umani, più attenti alla cifra ambientale.

Nel frattempo avanza comunque la carne vegetale, prodotta cioè con proteine vegetali, soia, riso, piselli, che imita il gusto, la tessitura, l’apparenza e le qualità nutritive della carne. La carne vegetale si trova ormai anche nei nostri supermercati, mentre negli Stati Uniti nel 2020 il mercato ha raggiunto i 7 miliardi di dollari e mentre si stima che entro 15 anni si raggiungeranno i 100 miliardi. 

Avanza anche la carne prodotta in laboratorio, a partire dalle cellule animali, anche se ancora devono essere risolti dei problemi tecnici e di costo. Si contavano ormai nel mondo a metà 2021 almeno un centinaio di start-up che ci stavano lavorando. Così nel 2020 sono stati investiti nel settore circa 3,1 miliardi di dollari; i prodotti sono oggi offerti in un ristorante di Tel Aviv, mentre è stata ottenuta una licenza per la loro commercializzazione a Singapore. C’è anche chi sta mettendo a punto una produzione di carne in laboratorio anche senza l’utilizzo di cellule animali. 

Infine si sta portando avanti il tentativo di utilizzare gli insetti e le alghe marine come alimenti, con prospettive di un certo interesse.    

Grandi innovazioni sono anche in atto nel settore del latte e derivati, sulle quali non ci soffermiamo per brevità.

Ma i grandi mutamenti non toccano soltanto il settore dell’allevamento; essi tendono a manifestarsi anche verso le altre produzioni del comparto agricolo. Così stanno andando avanti le sperimentazioni relative alla produzione all’interno di grandi capannoni, in verticale, di frutta e ortaggi, in Giappone ed ora anche in Europa. Al momento l’attenzione appare concentrata soprattutto sulla lattuga.

Nei giorni scorsi è poi arrivato l’annuncio che in un laboratorio cinese è stato per la prima volta sintetizzato l’amido, costituente di base dei cereali. Anche in questo caso si aprono prospettive impensate per le produzioni lontano dai campi.   

E i paesi poveri?

L’entusiasmo per i prodotti alternativi è peraltro vivo nei paesi ricchi, mentre per quelli emergenti il discorso è per molti aspetti differente. 

Il cibo proveniente dagli animali è spesso una fonte di alimentazione e di lavoro per almeno mezzo miliardo di famiglie nel mondo (per qualcuno la cifra è maggiore e si colloca intorno ai seicento milioni). Il bestiame fornisce un importante contributo all’economia rurale. Per molti rinunciare alla carne comporta un aggravamento delle diseguaglianze, porta alla riduzione ulteriore di alimenti con sufficienti elementi nutritivi; i dati mostrano che la povertà è fortemente concentrata nelle comunità rurali di Africa, Asia, America Latina, dove la gente sopravvive con dei piccoli appezzamenti di terra (Mugerwa, Iannotti, 2021) e la carenza di elementi di origine animale appare all’origine della malnutrizione che persiste. 

Così, mentre si cerca di risolvere un problema, se ne crea un altro. Bisogna anche sottolineare che i piccoli agricoltori e le comunità indigene producono circa il 70% del cibo a livello mondiale (Lakhani, 2021). 

Conclusioni

La situazione attuale nel settore agricolo ed in particolare in quello della carne e derivati appare grave. La Fao e l’Onu hanno sottolineato più volte come l’umanità stia esaurendo la terra e come il sistema alimentare sia al collasso. I governi non sembrano peraltro molto preoccupati di intervenire. 

Si stanno sviluppando comunque una serie di nuove tecnologie che potrebbero portare in un orizzonte di lungo termine persino alla pratica scomparsa dell’agricoltura come oggi essa viene praticata. La carne e i latticini potrebbero essere prodotti in laboratorio, frutta e verdura in grandi capannoni, mentre anche i cereali potrebbero uscire dai laboratori. Per altro verso, nel testo abbiamo elencato una lista abbastanza lunga di azioni che si potrebbero compiere per intervenire in particolare per ridurre i danni ambientali nel settore della carne. Rimane sempre il problema dei paesi sottosviluppati nonché quello della ricollocazione degli addetti al settore.  

Testi citati nell’articolo 

Focus, Consumo di carne: davvero è diminuito? N. 328, febbraio 2020

-Lakhani N., Corporate colonization: small producers boycott UN food summit, www.theguardian.com, 23 settembre 2021

-Mugerwa E. N., Iannotti L., Criticism of animal farming in the West risks health of world’s poorest, www.theguardian.com, 10 settembre 2021

-Monbiot G., Lab-grown food will soon destroy farming and save the planet, www.theguardian.com, 8 gennaio 2020

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