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Una crisi sistemica

Di fronte alla debolezza di un’Unione monetaria incompleta anche le politiche proposte dal fronte anti austerità francese, italiano e spagnolo rischiano di avere il fiato corto. Non serviranno a sanare gli squilibri esistenti e ad avvantaggiarsene sarà solo la Germania

È ormai ampiamente riconosciuto che la crisi dell’euro ha una natura sistemica, legata alla debolezza di fondo di un’unione monetaria incompleta: il pilastro economico dell’Uem non è mai stato realizzato. Le recenti parole di Jacques Delors, uno dei padri politici dell’unione monetaria, lo spiegano bene: “proposi un patto per il coordinamento delle politiche economiche accanto al patto di stabilità, ma non fu mai accettato. Considerarono sufficiente aggiungere semplicemente la parola “crescita” al nome del patto, che rimaneva un semplice patto di disciplina fiscale. Tutto proseguì fino allo scoppio della crisi finanziaria internazionale. A quel punto le debolezze strutturali dell’Uem furono rivelate”.

Quali siano le ragioni di questa mancata unione, sarà materia per gli storici nei prossimi anni. Quali ne siano le conseguenze, invece, è materia di estrema attualità. Unificando la politica monetaria, e affidandola a un’istituzione tecnica, sopranazionale, avulsa dal controllo democratico, come la Bce, si avviò un processo di integrazione che favoriva il fattore capitale, rispetto al fattore lavoro. La rigidità dei tassi di cambio, la libera circolazione dei capitali, l’impossibilità per la banca centrale di agire come prestatore di ultima istanza, il conseguente aumento della spesa per interessi sul debito pubblico, i limiti espliciti ed impliciti alla politica fiscale configuravano una struttura di governo macroeconomico che limitava i margini di manovra di qualsiasi esecutivo nazionale.

Il fattore lavoro rimaneva chiuso entro i confini degli stati nazionali, per ovvie ragioni culturali, di barriere linguistiche, ma anche politiche: in questo lungo cammino di integrazione europea non si è mai provato a creare un sistema di previdenza sociale comune, un mercato del lavoro realmente unico, come per le merci ed i capitali. Come previsto, la maggiore mobilità dei capitali rispetto al fattore lavoro, ha alla lunga creato pressioni crescenti su quest’ultimo, tradotte in blocco dei salari reali, smantellamento dei diritti dei lavoratori, e disoccupazione crescente, che è lo strumento necessario per far accettare le prime due.

La mancanza di meccanismi di stabilizzazione automatica, dopo aver rinunciato alla flessibilità del cambio, che era il meccanismo naturale di aggiustamento agli shock asimmetrici, ha creato le condizioni ideali per questa crisi.

Un’unica politica monetaria per paesi con cicli economici molto diversi ha creato ulteriori squilibri. Basti pensare alla politica espansiva praticata dalla Bce dal 2001 al 2005: in meno di due anni il tasso d’interesse viene tagliato di 2,5% (il doppio rispetto a quanto fatto per reagire alla crisi di questi anni), questo aiuta paesi con bassa crescita, bassa inflazione e domanda interna in contrazione (Italia e Germania), ma droga letteralmente le economie di paesi con alta crescita, alta inflazione e domanda interna sostenuta (Spagna, Grecia e Irlanda).

Gli squilibri macroeconomici sempre più forti all’interno della zona euro hanno diviso, più che unito, i paesi membri, creando una netta divisione fra paesi in surplus ed in deficit commerciale. Tutto il peso dell’aggiustamento è stato posto sui secondi, con svalutazioni interne che rendono insostenibili le condizioni sociali della popolazione. Goldman Sachs ha recentemente calcolato l’entità della svalutazione interna ancora necessaria nei vari paesi, rispetto alla Germania: 15% in Italia, 20% in Francia, 30% in Spagna, 50% in Grecia. Sulla base di queste stime, l’economista tedesco Hans Werner Sinn suggerisce che ciò implica almeno un decennio di austerità in Spagna, un po’ meno in Francia ed Italia, e nessuna speranza per la Grecia.

Ma, avendo la zona euro una bilancia commerciale complessiva quasi in pareggio con il resto del mondo, i paesi in deficit commerciale rappresentano il principale mercato di sbocco per quelli in surplus. Il loro impoverimento, quindi, è destinato a trascinare nella recessione anche gli altri.

Questa è la cornice in cui inquadrare le proposte alternative all’austerità, richieste da Hollande in Francia, dal nuovo governo Letta in Italia, ma anche da Rajoy in Spagna. Il fronte anti-austerità in Europa chiede di negoziare l’allentamento dei vincoli di spesa all’interno del patto di stabilità, per permettere una maggiore spesa pubblica nei paesi in deficit, rilanciando investimenti e domanda interna.

Purtroppo allentare i cordoni della spesa nei paesi in deficit commerciale, fare un po’ di spesa pubblica in più, non servirà a sanare gli squilibri esistenti nella zona euro, se i paesi in surplus continueranno con politiche restrittive deflazionistiche. In altre parole, maggiore spesa in Italia, Francia e Spagna si tradurrà in peggioramento della loro bilancia commerciale, aumento del debito pubblico, della domanda interna, quindi delle importazioni, e in un inasprimento degli squilibri esistenti. Il differenziale di inflazione rispetto alla Germania continuerà ad aumentare.

Tali politiche rischiano di essere controproducenti dato l’attuale contesto macroeconomico, come bere dell’alcool per combattere il freddo dà un sollievo momentaneo, ma col passare del tempo disidrata e peggiora la situazione. L’unico reale beneficiario di tali politiche sarebbe la Germania che vedrebbe ripartire le proprie esportazioni grazie alla ripresa della domanda nei suoi mercati di sbocco. E forse, allora, si capisce perché non ci sia poi una reale opposizione di Berlino a queste proposte.

Da un punto di vista teorico, ha più senso proseguire con le politiche di austerità per sanare gli squilibri che sono alla base di questa crisi sistemica dell’euro, attraverso la svalutazione interna dei paesi in deficit che ne riduce le importazioni, ma riduce anche le esportazioni di quelli in surplus. La realtà dei fatti, però, ci dice che questo non è più socialmente sostenibile. Quali sono, allora, le alternative?

La prima, e più ovvia, in una vera unione politica sarebbe quella di stimolare massicciamente la domanda interna nei paesi in surplus come la Germania: questo aumenterebbe le importazioni dei paesi in surplus e le esportazioni di quelli in deficit, fino a riequilibrare le bilance commerciali degli stati membri. Vorrebbe dire cambiare il modello di sviluppo tedesco dell’ultimo secolo.

La seconda opzione, in unione economica correttamente funzionante, richiederebbe un budget comune consistente che intervenisse come stabilizzatore automatico. Trasferimenti diretti automatici dai paesi in surplus verso quelli in deficit, in altri termini, la “Transferunion” tanto temuta dai tedeschi. È stato stimato che l’entità di tali trasferimenti dalla Germania verso gli altri stati dovrebbe essere di circa 200 miliardi l’anno.

La terza, altrettanto ovvia, alternativa in assenza di un’unione politica ed economica è quella di ripristinare la flessibilità dei tassi di cambio. Questo avrebbe un effetto di stabilizzazione automatico, riassorbendo gli squilibri attuali.

La prima e la seconda opzione dipendono solamente dalla Germania e dalla volontà politica del suo governo. Italia, Francia, Spagna e gli altri paesi “in deficit” possono fare ben poco per persuadere Berlino ad accettare qualcosa che finora non ha mai voluto.

La terza opzione è alla portata di tutti. O quasi. Come ricordava Mario Draghi nel famoso discorso del “whatever it takes”, il “capitale politico” investito nella moneta unica dalle classi dirigenti europee è enorme. In particolare per le forze progressiste di tutti i paesi, dal Pd italiano, al Ps francese, al Psoe spagnolo, alla Spd tedesca. Lo stesso vale per il centrodestra. Non è un caso che in tutti i paesi siano le posizioni più estremiste, a sinistra come a destra, a raccogliere i maggiori consensi. Fare marcia indietro sarà molto difficile, ma l’evidenza dei fatti è sempre più crudele.

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