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Non profit, come misurarne il contributo

Come misurare l’apporto delle associazioni non profit all’economia e alla società italiana? Una recensione del libro di Giovanni Moro “Contro il non profit”

È appena stato pubblicato Contro il non profit ovvero come una teoria riduttiva produce informazioni confuse, inganna la opinione pubblica e favorisce comportamenti discutibili a danno di quelli da premiare di G. Moro (Laterza, 12 euro): un volume in 9 capitoli di quasi 180 pagine che si legge bene e che raccoglie in un unico cahier des doléances molte osservazioni critiche in circolazione sul non profit italiano e non solo. G. Moro non è un cinico e neppure un bigotto, è un “attivista scettico”. Per questa ragione considero il volume un esercizio coraggioso. Contro il non profit è un pamphlet nel quale si assumono consapevolmente punti di vista ‘provocatori’, o ’polemici’, espressi in forma diretta, in qualche caso anche in modo ‘brutale’. In esso non si propone una discussione tecnica e le analisi non rispondono a canoni di stampo scientifico. Il suo target principale non è costituito da studiosi e ricercatori in quanto tali, ma dal mondo dei “cittadini attivi”, spesso suoi compagni strada nella vita, “per i diritti civili, la cura dei beni comuni, l’empowerment delle persone in difficoltà”.

Insomma, da questo punto di vista, il lettore può stare tranquillo: non si troverà di fronte un volume indigesto, scritto per un pubblico di specialisti o accademico. Qual è la tesi? Moro sostiene che il non profit, non solo in Italia, è il frutto avvelenato di una invenzione che, nebulosa e radicalmente discutibile sul piano concettuale (poiché non esiste davvero un insieme omogeneo di organizzazioni cui fare riferimento), ha preso prima il sopravvento sulla scena pubblica grazie al prevalere di rappresentazioni acritiche (elogiative) e distorte (enfasi generalizzata sulle attività di impresa), poi è diventata parte di interventi pubblici altrettanto disordinati (varie norme ad hoc che tutelano, favoriscono, privilegiano, o sottraggono alla compliance fiscale le organizzazioni che si dotano di specifiche forme giuridiche) e confusi in modo che, seppure non intenzionalmente,

“… ha generato un mostro senza più controllo, ha ridotto i cittadini a clienti di altri cittadini, ha dato un valore assoluto ad attività di modesta importanza, ha utilizzato l’impegno, la responsabilità e la generosità di milioni di persone per giustificare l’esistenza di forme di imprenditorialità che in molti casi sono davvero ‘sociali’, ma in molti di più (…) sono tutt’altro che l’annuncio di un nuovo mondo. E, non da ultimo, ha introdotto, almeno nel nostro paese e in Europa, un modello di welfare concorrente con quello esistente, che nessuno ha scelto di adottare e che lì dove è nato ed è praticato ha dato risultati niente affatto incoraggianti.” (p.172).

L’autore articola la narrazione in quattro passaggi principali: i. l’invenzione del non profit; ii. la manipolazione comunicativa del non profit trasformato in luogo dei buoni sentimenti; iii. la istituzionalizzazione scomposta delle prerogative del non profit; iv. le conseguenze inattese e le patologie provocate dal ‘magma delle organizzazioni non profit’ nella società italiana. Le ultime pagine del volume sono, infine, dedicate alla elaborazione di una proposta tesa a ribaltare l’invenzione iniziale, proponendo di riaprire il gioco, di ‘rialzare la testa’ e rilanciare l’iniziativa di quella parte del non profit che Moro ritiene più ‘vero’ e più autentico di quello che ha primeggiato sulla scena della ribalta politica e della comunicazione dominante nel corso dell’ultimo ventennio.

Il racconto di Moro inizia con l’affermarsi, in sede scientifica prima e istituzionale poi, del framework per la misurazione del contributo specifico delle istituzioni non profit alla economia nazionale. Un framework proposto inizialmente, già nel corso degli anni ’80, da un gruppo di studiosi della Johns Hopkins University di Baltimora per studiare in chiave comparata il settore non profit, cercando di discriminare tra i diversi modelli di welfare, tenendo conto delle varietà di storia, istituzioni e cultura che possono caratterizzare ciascun paese.

Questo primo passo per Moro è stato sbalorditivo e letale. Sbalorditivo se si guarda a come il framework sia riuscito ad imporsi all’attenzione degli studiosi, in molte università sparse in tutti i continenti. Direi un caso esemplare di marketing accademico globale. Letale perché un programma di ricerca scientifica è stato usato per accreditare anche politicamente, questo soprattutto in Italia, ma Moro non approfondisce, un framework che sussume le singole istituzioni non profit in un insieme circoscritto ed omogeneo, nel quale ciascun oggetto, soggetto o progetto diventa indistinguibile dagli altri con i quali è classificato. Direi un caso esemplare di colonizzazione per eccesso di riconoscimento o, se si vuole, per sottovalutazione dell’oggetto. L’adozione generalizzata di questo framework ha contribuito a mettere fuori gioco altre rappresentazioni autoctone concorrenti e, soprattutto, ha facilitato l’adozione di narrazioni ‘altrettanto’ omogenee, ma ancor più semplificate del mondo non profit, ora salito alla ribalta della cronaca come un insieme formato da organizzazioni che danno solo un contributo positivo alla società e alle famiglie. Ovviamente la cronaca di questi anni non è stata parca di esempi contrastanti con un simile format ideologico e perbenista ed è stato facile per Moro trovare casi di furberie, malpractice, corruzione, insomma casi conclamati di sostituzione (a volte legalmente accettata!) degli obiettivi ‘buoni’ con altri, molto meno edificanti. La parte più debole del lavoro è, mi sembra, la parte finale, la pars construens. Per soppiantare un sistema definitorio e classificatorio che gli sembra insopportabile, Moro ne suggerisce uno suo. Propone in verità una semplice lista di tipi istituzionali (imprese; enti quasi-pubblici; organizzazioni della produzione e del lavoro; istituzioni di supporto; enti di ricerca; organizzazioni del capitale sociale; organizzazioni di attuazione costituzionale) secondo i quali inquadrare le “ex non profit”, ma purtroppo non riesce a spiegare bene quale sia il fondamento teorico dell’articolazione proposta, a quale esigenza informativa risponda, come essa si raccordi ad altre classificazioni e tipologie in circolazione proposte secondo le prospettive più disparate, da ricercatori, ma anche da molteplici associazioni e centri di ricerca attivi civicamente (alle quali, da ultimo, si sono aggiunti vari organismi di open data, policy, government, parliament e così via).

Peraltro la critica iniziale alle classificazioni statistiche delle non profit, che Moro indica come il peccato all’origine della storia raccontata nel libro, mi sembra in gran parte mal posta o addirittura fuori luogo. In particolare, l’eterogeneità dei fenomeni, degli eventi, degli oggetti e nel nostro caso delle non profit non pregiudica di per sé l’efficacia, tecnica e convenzionale, della classificazione delle attività economiche che queste organizzazioni svolgono e i criteri che guidano tale classificazione non devono essere confusi con i criteri che consentono di identificare una unità o con quelli che si adottano per distinguere tra modelli governance o tra servizi che le unità stesse possono erogare. Analoghe questioni si riscontrano anche negli altri settori. Ad esempio, pensando alle imprese, che cosa hanno in comune una impresa artigiana e una banca d’affari che opera su scala mondiale? Ben poco. Oppure, pensando alle amministrazioni pubbliche, che cosa hanno in comune il Ministero dell’interno e la Federazione nazionale dei consorzi di bacino imbrifero montano? Ancora: ben poco. D’altra parte, come Moro sa, i biologi mettono sia me sia lui nella stessa classe della balenottera azzurra. Ciò di per sé non racconta su di me, su lui, o sulla balenottera azzurra un gran che oltre a questo: siamo classificati tra i mammiferi. Alla medesima classe appartengono naturalmente migliaia di specie diverse e tale condizione non pregiudica in alcun modo il tipo di vita che facciamo, l’uso delle nostre abilità, e tantomeno incide sulla stima che possiamo nutrire l’un per l’altro. E immagino che pregiudichi ancor meno l’esistenza delle balenottere azzurre.

Insomma, l’arte di distinguere, invocata anche da Moro più volte nel saggio, per recuperare la dignità della funzione civica esercitata da alcune tra le tante organizzazioni non profit oggi attive in Italia, presuppone essa stessa una guida robusta (e probabilmente meno ideologica) e non solo la possibilità di suggerire “nuovi confini” che, altrimenti, potrebbero essere sempre considerati più artificiosi, fragili, provvisori o fuzzy di quanto sarebbe auspicabile, almeno ai fini della conoscenza della società in cui ci capita di vivere.

Giovanni Moro, Contro il non profit, Laterza, Bari, 2014 (Euro 12.00)

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