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Modello Fed. La lezione americana

La Federal Reserve lega la sua politica monetaria espansiva alla riduzione della disoccupazione. È una rivoluzione, a confronto dell’impostazione da tempo démodé della Bce. Lezioni americane per l’Europa

Un cambiamento di portata storica ha avuto luogo in quella biosfera economica e finanziaria in cui tutti – con più o meno affanno – respiriamo. A leggere i giornali italiani ed europei, ancora una volta, è impossibile accorgersene. Mentre in Europa si continua a discutere di abbassamento del costo del lavoro come aggiustamento necessario (secondo la sinistra) o sufficiente (secondo la destra) per risolvere alla radice gli squilibri macroeconomici del vecchio continente, la Federal Reserve ha cambiato – e per sempre – le regole del gioco in casa propria. Trattandosi di una Banca centrale vera, con economisti di livello internazionale, meno dogmatica della sua controparte europea e – diciamolo pure – con una vera federazione di Stati dietro, lo ha saputo e potuto fare.

Il cambiamento è tutto racchiuso in un asciutto comunicato dato alla stampa il 12 dicembre 2012. Si dicono tre cose che sarebbero anatema in Europa. Primo, che senza ulteriori azioni da parte della banca centrale, l’economia statunitense non crescerà a un ritmo tale da ridurre la disoccupazione in maniera significativa. Secondo, che questo non è accettabile, proposizione che in tutta evidenza mal si adatta all’Europa se si considerano i programmi di aggiustamento che i leader europei si sono imposti l’un l’altro dall’inizio della crisi. Terzo, che finché la disoccupazione rimarrà sopra il 6,5% e le aspettative di inflazione ancorate attorno al 2%, la Fed manterrà i tassi d’interesse attorno allo 0% e continuerà ad acquistare debito pubblico americano e obbligazioni private (prevalentemente mortgage-backed securities) al ritmo di $85 miliardi al mese. Le parole ‘costo del lavoro’ e ‘riforme strutturali’ non appaiono nella nota: la riduzione della disoccupazione non ha bisogno di queste misure.

La nuova impostazione della Fed riassume in poche righe tutto ciò che – nell’immaginario di un falco ai piani alti della Bundesbank – la banca centrale non dovrebbe essere. E stiamo parlando della banca centrale degli Stati Uniti, non della Corea del Nord. Visto il ruolo del dollaro, si tratta della banca di tutte le banche, il vero prestatore di ultima istanza. Non è certo casuale che solo un anno fa, con la crisi dell’euro al culmine, sia stata di fatto la Fed ad aprire il rubinetto della liquidità per le banche europee assetate di dollari, rimuovendo praticamente ogni limite alle cosiddette operazioni di liquidity swaps – scambi di valuta – tra la Fed la Banca centrale europea. Com’è dunque possibile che i nostri cugini di Francoforte non riescano a comprendere i pensieri e le intenzioni dei custodi de facto del capitalismo?

La risposta può venire – inavvertitamente – dalla biografia di John Maynard Keynes, magnificamente scritta in tre volumi da Robert Skidelsky. Per chi non si sia mai interessato a Keynes, dev’essere particolarmente frustrante guardare agli eventi degli ultimi cinque anni e cercare di trovarne il senso o per lo meno un filo conduttore, in un mondo che pare essersi capovolto. Com’è possibile che negli Stati Uniti la quantità di moneta in circolazione – la cosiddetta base monetaria – sia triplicata dal 2008 a oggi e l’inflazione crollata? E com’è possibile che il debito pubblico Usa sia schizzato di trenta punti di Pil, privato della tripla A dalla temutissima Standard & Poor nell’agosto 2011, mentre i tassi d’interesse sui titoli di stato cadevano fino allo zero, dove ancora si trovano? Non è un caso che la risposta a queste domande sia racchiusa in un termine coniato negli anni ’30 da Keynes, ma tornato recentemente in voga: ‘liquidity trap‘ (trappola della liquidità). In breve, data la gravità degli squilibri creati da trent’anni di reaganismo, deregolamentazione finanziaria e globalizzazione stile far-west, per risistemare le cose servirebbe un tasso d’interesse negativo. La trappola della liquidità si ha quando i tassi rimangono a zero, le riserve bancarie vanno ai massimi storici, ma la domanda aggregata resta insufficiente, l’economia depressa e la disoccupazione alta. La politica monetaria, insomma, non riesce a far uscire l’economia dalla depressione.

Per quanto tutto ciò debba essere, in principio, abbastanza semplice da capire per un economista, non lo è affatto se si usano i modelli macroeconomici in voga negli ultimi anni, per molti dei quali la crisi del 2008 è inconcepibile: uno squilibrio semplicemente non contemplato tra i possibili risultati. A tal proposito, il mea culpa di Alan Greenspan davanti al congresso americano nell’Ottobre 2008 rimarrà nei libri di storia e, si spera, di economia. Rileggere il rapporto Delors a distanza di vent’anni, fa capire quanto approssimative siano state le riflessioni su quei meccanismi di aggiustamento che un’unione monetaria inevitabilmente comporta. Quando l’impensabile è successo, i vecchi custodi dell’ortodossia del laissez-faire si sono dapprima trovati impreparati e, in seguito, hanno dovuto mettere talmente tante pezze da rendere il loro paradigma inutilizzabile, persino per i bassi standard di verosimiglianza richiesti dagli economisti contemporanei. L’altro recente mea culpa, questa volta del chief economist del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, ha per lo meno avuto il merito di riportare l’attenzione anche in Europa sulle ripercussioni negative dell’austerity sulla sostenibilità fiscale stessa.

D’altro canto, chi tra i guru del mainstream, da E. Fama a R. Lucas – avesse avuto il tempo di leggere Keynes, avrebbe dovuto semplicemente ritornare all’abc della macroeconomia. E affinare l’analisi alla luce della recente esperienza giapponese. In un sistema in cui le banche rischiano grosse perdite, le famiglie smettono di spendere e le imprese di investire, la recessione e la caduta di occupazione che ne conseguono possono essere alleviati solo da un temporaneo aumento della spesa pubblica, possibilmente sostenuto da misure non convenzionali da parte della banca centrale. Ben inteso, entrambe da invertire quando le cose si rimettono a posto e l’occupazione torna a un livello soddisfacente. È quello a cui Martin Wolf – l’editorialista di punta del Financial Times – si riferisce in un recente editoriale. Ed è in parte questo il messaggio dell’ultimo libro del premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, ‘End this depression, now!‘, recensito da Mario Pianta. Se ben pensato ed eseguito, oltre a far crescere il Pil e l’occupazione, questo tipo di intervento migliora – e non peggiora – la posizione fiscale. La recente storia del Giappone, lo dimostra. Il new deal di F.D. Roosevelt, è un altro esempio noto ai più, seppur si riferisca a un’epoca ormai passata.

È questo il senso del deficit statunitense, ben due volte quello europeo negli ultimi quattro anni. È questo il senso dell’acquisto di circa $1.700 miliardi di titoli di stato americani da parte della Fed dal 2008 al 2012. Una cifra vicina al Pil Italiano e pari a circa il 15% del debito pubblico Usa. E considerazioni come queste sono anche alla base delle ultime linee guida della Federal Reserve che, di fatto, riconosce un ruolo straordinario per la banca centrale in una liquidity trap e si impegna a continuare politiche non convenzionali fino a quando la disoccupazione non ritorni a un livello considerato ‘normale’, il tutto fermo restando l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Su temi come questi le istituzioni europee hanno un enorme terreno da recuperare.

Una prima necessità è l’istituzione di un chiaro mandato duale per la Banca centrale europea – stabilità dei prezzi e massima occupazione – sulla traccia del mandato della Federal Reserve. Data la diversità delle economie dei paesi dell’area euro e la mancanza di una vera politica fiscale, il doppio mandato è una condizione ancor più necessaria che nel caso degli Stati Uniti, dove il bilancio federale di fatto opera da stabilizzatore. Ma anche il dual mandate, per quanto necessario, non sarebbe sufficiente a far funzionare l’euro. Un’ulteriore misura urgente è l’introduzione della golden rule, la divisione della spesa pubblica in conto capitale e corrente, con pareggio di bilancio vincolante solo per la seconda, così da lasciare un margine di manovra per gli investimenti pubblici in funzione anticiclica. Ancora una volta, non un’idea originale, bensì una proposta di Keynes di circa un secolo fa.

Visto l’impianto dei trattati, introdurre dual mandate e golden rule non sarà un percorso facile, né breve. A maggior ragione, prima si inizierà a parlarne apertamente ai vertici europei, meglio sarà per l’Europa. Se si vuole salvare la moneta unica e il progetto europeo dalle crescenti spinte nazionalistiche, è da centristi come J.M. Keynes e B. Bernanke – e non da radicali come F. Hayek e J. Weidmann – che l’Europa deve ripartire.

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