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Lotta di classe nell’ultimo miglio della logistica

Il tessuto venoso della logistica è diventato “l’ultimo miglio” delle conquiste del lavoro e il luogo dove si innestano multinazionali della gigeconomy e vecchi monopoli dei trasporti, tra economia legale e illegale. Angelo Mastrandrea ricostruisce le lotte feroci nella nuova frontiera del capitalismo: il movimento merci.

Un tempo, non molto tempo fa, il mondo pulsava, aveva un pompaggio produttivo. Oggi scorre, è circolatorio. O forse, più probabilmente, ha un cuore industriale distante, asiatico e a noi non resta che aspettare che passi il fiume di un trasporto di merci prodotte altrove. È un modello fluido e limaccioso, questo qua, che tiene insieme diverse filiere logistiche, sporche e pulite, si inerpica lungo la Penisola con modalità sempre più uniformi date dalle multinazionali della logistica e dalla spinta uniformante del Covid, dai rider che portano i pasti ai Tir che solcano le autostrade ai container stipati nei porti. Angelo Mastrandrea, giornalista d’inchiesta che tanto si è occupato delle fabbriche, della deindustrializzazione dell’Italia e delle esperienze dei territori di reinventarsi una politica industriale dal basso, nel suo ultimo libro si occupa proprio di questa nuova frontiera. Il libro sbarcato nelle librerie in questi giorni si chiama “Ultimo Miglio” (Manni editori) ed è, come recita il sottolio, un “Viaggio nel mondo della logistica e dell’e-commerce in Italia tra Amazon, rider, portacontainer, magazzinieri e criminalità organizzata”. Il sistema venoso che fa il paio con quello “nervoso” delle reti digitali.

Il libro non è propriamente un saggio, è scritto con penna leggera e riferimenti da film e libri, è un lungo reportage giornalistico, che arricchisce di elementi mancanti e ricostruisce in tutti i suoi aspetti gli snodi, gli ingorghi e persino i capillari che innervano di sé la nuova linfa del sistema. Ultimo miglio è perciò da intendersi sia come sezione terminale del capitalismo sia come ultimo segmento del processo, utilità e sfruttamento marginale della forza lavoro. Perché proprio nella logistica si intersecano nuove attrezzature semifeudali di assoggettamento dei lavoratori e maggiore capacità per i lavoratori di incidere, fermando tutto, bloccando il traffico per chiedere miglioramenti delle condizioni di lavoro tra algoritmi e profili reputazionali. Sono i primi scioperi dentro Amazon e tra i ciclofattorini del food delivery, le lotte acerrime dei trasportatori attorno ai depositi della FedEx di Piacenza. Lotte per salari decenti e per i contratti, per ottenere la rappresentanza sindacale, lotte costate morti e feriti, picchetti duri dei sindacati di base e scontri con guardie armate a difesa dei camionisti crumiri, lotte che hanno seguito anche modalità che sembrano quelle dei primi del secolo scorso nell’America degli Iww e dell’agenzia Pinkerton. Scontri divenuti più aspri “da quando i movimenti di merci sono diventati un tassello fondamentale dell’organizzazione capitalista del mondo”, scrive l’autore.

Il racconto nella seconda parte del libro si rivolge al Meridione, va in Campania e in Sicilia, dove l’80 per cento dei Tir che trasportano frutta e verdura sono ancora in mano alla criminalità organizzata, in un orrendo connubio di economia legale e illegale che si incardina dai principali scali marittimi, da Gioia Tauro a Salerno. 

Sono filiere diverse quelle descritte, anche se sempre fanno parte dello stesso sistema della logistica, e sono spesso caratterizzate da una grande presenza di lavoratori immigrati e da condizioni di lavoro al limite dello schiavismo. A Sud il tessuto dei trasportatori è infiltrato pesantemente da un connubio di ‘ndrangheta, mafia e Casalesi, organizzazioni criminali che da decenni si spartiscono il lucroso  rasporto dei rifiuti verso l’altra sponda del Mediterraneo grazie a colpevoli agganci con pezzi di apparato statale. Affari d’oro sporchi di sangue, che mischiano commerci di rifiuti e di armi, come emerge dai fili recisi dell’inchiesta di Ilaria Alpi in Somalia sulle navi dei veleni e dai misteri della Moby Prince nel porto di Livorno, a due passi dalla base Usa di Camp Darby. Indagini rimaste nella nebbia dei misteri d’Italia, dove si interrompe il libro. 

La prima parte del volume è però la più recente e racconta del Nord, dove si situa quella che Mastrandrea chiama “la corona posta sul capo dello Stivale”, fatta “come una sorta stella a cinque punte asimmetrica con gli estremi a Como, Bergamo, Novara, Pavia e Piacenza”, la corona dei mega hub della logistica. Una corona non tanto regale, quanto piuttosto “simbolo di un’economia un tempo fondata sull’agricoltura, modernizzata con le fabbriche e che, ridimensionata e a tratti dismessa la produzione industriale, oggi punta tutte le sue carte sul deposito e sul trasporto di merci fabbricate chissà dove”. 

Lì vige un modello di organizzazione e gestione del personale di tipo autoritario-paternalistico, fondato sui 12 “precetti” di Jeff Bezos e su una neolingua con tante parole inglesi, come certi idiomi “pidgin” parlati nei porti gestiti dai Genovesi al tempo delle Crociate o nell’ottocento in quelli assoggettati dalla Compagnia delle Indie. Parole come “runner”, “pickers”, “stowers” che identificano la catena di montaggio mezza umana e mezza robotica dei magazzini di stoccaggio  merci. Anche lì si parla di militari. Perché, spiega Mastrandrea, il modello è militarizzato, infatti si assumono ex soldati come guardiani del lavoro per il mega hub della Città del Libro di Stradella, al pari dei veterani negli Stati Uniti.  

Il libro è stato scritto durante la pandemia, finito nella tarda primavera del 2021, documenta pertanto le lotte che proprio durante e dopo l’emergenza hanno risvegliato l’attenzione di giornali e telegiornali, almeno per un breve momento, su quanto si sta consumando dietro il comodo arrivo di un pacco di chi era confinato a casa. Ma a segnalare quanto questo tessuto venoso del sistema economico sia diventato fondamentale, fa notare l’autore, più della pandemia è stato l’inaspettato infarto del flusso causato dall’incidente nel Canale di Suez, vero e pericoloso collo di bottiglia dei transiti da e verso il Mediterraneo a partire dal cuore pulsante della Cina e dell’Asia. Si legge infatti nella prefazione: “L’incidente di Suez è stata la cartina di tornasole di un modello economico sempre meno sostenibile, sia dal punto di vista sociale che ambientale. Il blocco di una delle autostrade principali del capitalismo globalizzato ha svelato come esso oggi si regga, più che sulla produzione, sul movimento di merci”. Oltre che sull’outsorcing, l’appalto a società esterne di funzioni o servizi.

Mastrandrea racconta alla fine la storia di una cooperativa siciliana di trasportatori che con l’aiuto del sistema delle Coop è riuscita a affrancarsi dal pizzo. Ma non è questa la chiusa. Ciò che vuole segnalare che “è nelle cattedrali della logistica che sta nascendo una nuova coscienza politica, dove, a volerli osservare, si notano i germogli delle lotte del prossimo futuro”. 

Angelo Mastrandrea 

ULTIMO MIGLIO 

Manni Edizioni