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Inattività o disoccupazione tout-court?

Esiste uno stretto legame tra l’“usa e getta” della forza lavoro, la crescita dei tassi di inattività e quelli della disoccupazione

Nel corso del 2010, c’erano in Italia 2.8 milioni di persone che, pur dichiarandosi disponibili a lavorare, non cercavano lavoro (gli “inattivi disposti a lavorare”): 1.1 milioni maschi, 1.7 milioni femmine, oltre tre volte la media europea, dieci volte quella francese. Nessun altro paese si avvicina a questi numeri. In Francia gli inattivi sono 309 mila, in Germania 530 mila, in Spagna 973 mila, nel Regno Unito 837, in Grecia 55 mila.

Il numero degli inattivi disposti a lavorare è cresciuto a dismisura negli ultimi anni: l’Istat calcola che nel 2004 la percentuale di questi sulla forza lavoro potenziale fosse del 4.6% tra gli uomini e del 15.3% tra le donne. Nel 2010 tali percentuali salgono al 7.2% e 16.6% rispettivamente. E la crescita è avvenuta soprattutto nelle classi di età 15-34, mentre è stata più modesta tra le persone relativamente più anziane 35-64 (Tab. C). Oggi, inizio 2012, gli inattivi disposti a lavorare sono sicuramente ancora più numerosi. Siamo di fronte a una vera patologia nazionale: si tratta di persone quasi tutte sane e perfettamente abili al lavoro, che rinunciano a compiere azioni di ricerca attiva. Perché sono tanto più numerosi dei coetanei francesi, tedeschi, spagnoli, ecc.? Una risposta c’è, se pure forse non l’unica. Moltissimi italiani che si ritrovano disoccupati da anni (senza percepire alcuna indennità di disoccupazione né di Cassa integrazione, ambedue, soit disant, privilegio di pochi), ma anche altrettanti giovani che, lasciata la scuola o l’università, sono a lungo alla ricerca di un lavoro mai trovato, diventano lavoratori “scoraggiati”. Nei paesi dove esistono sussidi di disoccupazione generalizzati, ancorché modesti e temporanei, tutti coloro che sono senza lavoro ne possono fruire, proprio in quanto si dichiarano disoccupati e alla ricerca di lavoro. Non conviene rendersi “inattivi”, perché ciò pregiudicherebbe il titolo al sussidio.

Questo spiega anche perché – nonostante i tempi orribili – la disoccupazione italiana sia sì cresciuta, ma si è però mantenuta a livelli relativamente modesti (8.4% contro 9.6% nella Eu) rispetto agli stessi paesi che hanno un numero di inattivi assai inferiore. Non vi è dubbio che almeno la metà degli inattivi disposti a lavorare (1.4 milioni tra uomini e donne) sarebbero da contare come disoccupati a tutti gli effetti: il che significa che il tasso reale di disoccupazione italiana, da confrontare con quello degli altri paesi europei, si colloca intorno al 15%.

Concorre a questa spiegazione un problema di classificazione statistica. Le rilevazioni che forniscono le stime degli occupati, disoccupati e inattivi sono basate sulle auto-dichiarazioni degli intervistati (l’indagine sulle forze di lavoro, Labour Force Survey, è standardizzata in tutti i paesi Ue). E il confine tra occupati, disoccupati e inattivi, labile ovunque, lo è in modo particolare dove vi è molta economia sommersa o semi-sommersa: l’Italia è in prima fila. Tra i disoccupati e gli inattivi che si dichiarano tali nell’indagine Istat vi sono certamente persone che lavorano “in nero” e che sono restii a rivelare la loro attività per timore di essere individuati, tassati, o comunque di perdere benefici che vanno alle loro famiglie (esenzioni che vanno dalle mense alle rette scolastiche, ai sussidi di povertà nelle poche regioni che se li possono permettere, ecc.). Così come è sicuro che vi sono anche lavoratori in nero che si dichiarano occupati, come effettivamente sono (ma nessuno sa quali e quanti sono). E indubbiamente ve ne sono molti altri che si dichiarano “inattivi”.1

Ne consegue che anche il tasso di occupazione rilevato dall’Istat (rapporto tra occupati e popolazione) è notevolmente al di sotto di quello di quasi tutti i paesi occidentali: in Italia si pone al 57% , in Francia al 64%, in Germania e Regno Unito supera il 70%. In tutti i paesi, specialmente in quelli scandinavi e anglosassoni, dove l’economia sommersa non manca, ma è meno presente che da noi – e sovente si identifica nella economia criminale o para-criminale tout-court – i problemi di classificazione che forniscono un’immagine falsata del mercato del lavoro italiano si presentano meno. I tassi di occupazione italiani sarebbero più allineati a quelli di tali paesi se si riuscisse a contare correttamente coloro che lavorano in nero. Anche perché quello che diventa lavoro nero in Italia non è affatto detto che lo sia altrove. La stretta (nonché facilmente eludibile) regolamentazione del mercato del lavoro italiano favorisce – come è ben noto – l’immersione di molte occupazioni perché si verifica un connubio di interessi tra datore di lavoro e lavoratore al fine di eludere tasse e contribuzioni previdenziali. In altri paesi, al di là della fiducia che viene riposta nelle istituzioni e quindi della maggiore disponibilità a pagare le tasse, non vi sono contributi sociali se la paga è al di sotto di certe soglie e l’occupazione è saltuaria. Vi è quindi, anche tra i lavoratori più precari, un minore incentivo a nascondere il proprio status lavorativo al momento dell’intervista.

TAB. B – CON TUTTI I DATI PRINCIPALI (2010)

Disoccupati

Tasso di disoccupazione

Inattivi, disponibili al lavoro, ma NON alla ricerca attiva

Tasso di inattività

Tasso di occupazione (M+F)

Tasso di occupazione (F)

Tasso di occupazione giovanile (15-24)

Italia

2.102

8.4

2.764

11.6

56.9

46.1

27.9

Francia

2.653

9.4

309

1.1

64.0

59.9

22.5

Germania

2.946

7.1

530

1.3

71.2

66.1

9.7

UK

2.440

7.8

837

2.7

70.3

65.3

19.1

Spagna

4.632

20.1

973

4.2

59.4

53.0

41.6

UE

22.906

9.6

8.250

3.5

Italia Tab C

Classe di età

% di inattivi che NON cercano lavoro (sul totale degli inattivi) 2010

% di inattivi sulle forze di lavoro 2004

% di inattivi sulle forze di lavoro 2010

Tasso di occupazione (M)

Tasso di occupazione (F)

Tassi di disoccupazione (M)

Tassi di disoccupazione (F)

Tasso di partecipazione alla forza-lavoro (M)

Tasso di partecipazione alla forza-lavoro (F)

15-24

19.3

21.6

30.9

24.3

16.5

26.8

29.4

33.2

23.4

25-34

24.9

8.5

12.1

75.4

55.4

10.4

14.0

84.2

64.4

35-54

45.9

7.0

8.8

87.1

60.1

5.1

6.3

91.5

64.2

55-64

9.9(*)

8.9(*)

8.8(*)

47.6

26.2

3.9

3.0

59.4

38.2

(*) età 55-74 (1) La Campania è tra le regioni italiane quella in cui sono tra i più alti sia il tasso di disoccupazione che quello di inattività. E lo stesso vale, stando alle stime fornite dall’Istat, per l’estensione dell’economia sommersa.