Dietro all’imposizione delle tariffe da parte di Trump c’è la volontà di imporre ai partner commerciali e agli “amici” un dialogo sull’indebolimento del dollaro e garanzie sul finanziamento del debito Usa. Con una strategia da boss e spacciando sogni sul ritorno a posti di lavoro garantiti e ben retribuiti.
Il giorno del giudizio è giunto: parlando da un palco decorato con grandi bandiere, davanti a un piccolo pubblico plaudente fatto di membri dell’Amministrazione, del Congresso e qualche figura simbolica come l’operaio con il casco da lavoro in testa, Donald Trump ha rivelato quali e quanti dazi gli USA intendono introdurre nei confronti delle merci importate dal resto del mondo. Colpisce come durante l’annuncio l’elenco dei “cattivi” includa quasi esclusivamente gli alleati storici degli USA come Europa, Giappone, Corea del Sud, India. A venire risparmiata c’è solo la Gran Bretagna, Paese dove l’immobiliarista Trump ha grandi interessi. Evidentemente il corteggiamento di Starmer deve aver funzionato mentre l’intervista di Giorgia Meloni al Financial Times, no. Trump ha anche una simpatia per Londra che è uguale e contraria all’antipatia che prova nei confronti dell’Europa. Questo accanimento contro gli alleati segnala un’idea imperiale delle relazioni internazionali: non ci sono amici, ci sono vassalli che se vogliono rimanere alleati devono sottostare alle regole imposte dal boss.
Cosa è stato annunciato? Un dazio del 10% sulle importazioni da tutti i Paesi; un “dazio reciproco personalizzato” che colpirà i 60 “peggiori”, ossia i Paesi con i quali gli Stati Uniti affermano di avere i maggiori deficit commerciali.
Le tariffe reciproche varieranno dal 10 al 50%, il calcolo avviene sulla base di ciò che il Council of economic advisers (la commissione di consulenti economici della Casa Bianca) ritiene siano i dazi monetari e non (regole su come devono essere i prodotti, su quel che possono o meno contenere, ecc) sulle merci esportate dagli USA. I dazi previsti equivalgono alla metà di questi presunti dazi del resto del mondo. La notizia è che i calcoli degli economic advisers non stanno in piedi sia per come sono stati calcolati sia perché, prendiamo il caso dell’Europa, nominano l’Iva come un dazio, mentre quella è una tassa che viene pagata da qualsiasi impresa, americana, europea o marziana che sia.
Guardiamo qualche aspetto di quello che potrebbe rappresentare un ulteriore colpo alle relazioni degli USA con il resto del mondo e colpire potenzialmente a morte il sistema di commercio internazionale nato a partire dagli anni ’90 – che ha molti difetti per ragioni ambientali, di squilibri, per gli effetti su segmenti enormi delle società a capitalismo avanzato, ma che non si corregge con una guerra dei dazi.
C’è una verità nell’idea che gli USA siano stati penalizzati dal sistema che hanno per primi voluto costruire, basato su un ruolo centrale del loro Paese che oggi non c’è più in quelle proporzioni e che, grazie a dollaro e proiezione mondiale, garantivano in qualche modo benessere in una fase in cui l’economia USA si trasformava, investendo su servizi e digitale e abbandonando le fabbriche. A determinare quel passaggio non è stato il destino ma una strategia e le multinazionali USA per prime hanno scelto di andare a comprare o produrre merci in Cina per abbassare i costi. Merci a prodotte o comprate a buon mercato hanno garantito alti consumi alle famiglie americane nonostante la fine di un modello di mercato del lavoro industriale molto sindacalizzato che garantiva salari alti.
L’annuncio di Trump risparmia Messico e Canada, contro cui si è scagliato nelle settimane passate e contro cui ha già annunciato dazi, ma che importano ed esportano tra loro sulla base di un trattato commerciale negoziato da Trump stesso. Si tratta del tipico metodo trumpiano: annunci fine-di-mondo, reazione, aggiustamento. L’effetto propagandistico dell’annuncio e l’eco sui canali social e di informazione della sua base, intanto c’è stato. Quello del presidente USA non è un gioco del lungo periodo ma dal qui e ora. Il freno su Canada e Messico è probabilmente determinato dalle pressioni enormi fatte da imprese e Camere di commercio, a partire dall’industria dell’auto. Le economie di Messico e Canada sono da decenni integrate con quella USA e il deficit americano è davvero alto, ma il livello di integrazione rende le tariffe un disastro per ciascun settore produttivo USA, a partire da quello auto, che vede componenti costruite in tutti e tre i Paesi in forma integrata. Come le produco le Jeep se non mi arrivano i fari dal Messico e gli pneumatici dal Canada? (esempi a caso). Qualcuno deve averlo spiegato, al presidente.
Parlando, Trump ha anche spiegato che se i dazi imposti alle merci USA verranno ridotti, anche gli USA rivedranno i loro. L’idea è quella di aprire singoli negoziati bilaterali e far chinare il capo a questo o quel Paese. Viene da pensare che le tariffe più alte delle altre imposte ad alcuni Paesi asiatici – come Vietnam, Laos e Cambogia – siano dettate dalla convinzione che da quei Paesi si otterranno maggiori concessioni.
Ma che effetti avrà tutto questo? Gli USA sono un grande importatore ma con la crescita delle economie asiatiche non sono più l’importatore per eccellenza, la percentuale di importazioni americane sul totale dell’import globale è del 15,9%, meno di Europa e Gran Bretagna sommati e appena sopra la Cina. Le tariffe insomma rappresentano un problema per tutte le economie colpite, ma in tempi medi e visto quanto crescono le economie asiatiche, c’è la possibilità che i mercati si riorientino verso Est, aumentando gli scambi con l’Asia (e interni all’Asia) anziché investire per costruire fabbriche in America. Un esempio è la Cina che ha sospeso acquisti di soia americana per comprare dalla Russia, un altro è l’incontro trilaterale ad alto livello di Cina, Giappone e Corea del Sud, una cosa quasi inimmaginabile qualche anno fa. Poi, certo, qui e là qualche vantaggio per questo o quel settore USA è possibile e probabile.
Un altro obiettivo annunciato dei dazi trumpiani è la riduzione del deficit (e delle tasse) grazie alle risorse raccolte facendo pagare dazi. Senza dilungarsi, i conti fatti non stanno in piedi e se i dazi avessero l’effetto di riportare le industrie negli USA, non ci sarebbero risorse aggiuntive per le casse federali a compensare il taglio delle tasse.
Il deficit commerciale USA con l’Europa è piuttosto limitato, essendo il totale delle importazioni americane il 18,5% del totale (Italia 2,34%) e le esportazioni il 17,9 (Italia 1,7%). I due Paesi europei che godono davvero della bilancia commerciale a favore sono Germania e Irlanda (la seconda per ragioni fiscali e geografico-linguistiche).
C’è uno squilibrio per quanto riguarda le merci che si compensa con gli scambi di servizi, settore nel quale la bilancia commerciale è a favore degli USA. Del resto gli USA sono un’economia di servizi, circa l’80% del Pil è prodotto da quel settore (l’immobiliare da solo vale più della manifattura), così come la quantità di lavoro impiegato.
Questo è forse uno dei punti cruciali: Trump promette fabbriche, non open space per colletti bianchi perché un pezzo del suo elettorato lo ha scelto comprando l’idea che le contee già industriali, le company town, cioè l’industria pesante, torneranno a essere la spina dorsale dell’economia e della società USA. Chi “compra” questa idea è convinto che si possa tornare così alla creazione di milioni di quelli che si chiamano Union jobs, ossia lavoro operaio ben pagato e pieno di garanzie contrattuali che lascia progettare un futuro tranquillo per sé e la propria famiglia. Ma anche con tutte le tariffe del mondo esistono due o tre problemi: quei lavori erano così buoni perché erano, appunto, Union jobs, ovvero contratti negoziati in un’altra epoca storica, mentre oggi l’Amministrazione fa la guerra ai sindacati; anche immaginando la rinascita dell’industria pesante USA e il ritorno degli investimenti in grandi fabbriche, per averle ci vorranno anni, non settimane; nel frattempo aumenteranno i prezzi, le ritorsioni avranno effetti sull’economia USA e così via; infine, aspetto forse più importante, anche se tutto andasse per il meglio, le nuove ipotetiche fabbriche, assumerebbero un numero di operai risibile rispetto agli anni ’60, cambiando le cose, certo, ma non assorbendo tutta quella manodopera che oggi lavora da Wal Mart, nelle catene di negozi e fast-food, nei servizi non qualificati che sono uno dei pochi settori ad aver creato lavoro (si crea lavoro in alto e molto in basso).
Dietro all’imposizione delle tariffe c’è infine la volontà di imporre ai partner commerciali e agli amici un dialogo sull’indebolimento del dollaro e garanzie sul finanziamento del debito USA: accesso ai mercati e protezione militare come merce di scambio per aiutare le casse federali USA a dipendere meno dal finanziamento del debito da parte della Cina. Si tratta di una strategia che ha diverse falle, non ultima quella per cui quando un Paese impone tariffe, la sua moneta in genere si rivaluta. Un dollaro più forte implicherebbe maggiori costi di produzioni per le potenziali nuove fabbriche da costruire negli USA. Un dollaro più debole, invece, farebbe pensare a tassi di interesse che si alzano per premiare chi investisse in bond USA.
A oggi la Cina è il Paese che ha reagito con meno foga, in attesa di capire cosa succeda davvero e in linea con quello che mi pare lo sforzo per rendere meno dipendente dall’export la propria economia (più consumi interni e più valore aggiunto all’export, ossia più merci ad alto contenuto tecnologico, non più plastica, vestiti, cavetti che compri “dal cinese”). Giorni fa il Financial Times pubblicava un lungo articolo sulla crisi occupazionale nello Guandong/Shenzen, il posto da cui vengono tutti gli immigrati cinesi in Italia che è stata la fabbrica del mondo per gli ultimi 20 anni almeno.
L’Europa ha promesso di colpire pesante il digitale, ossia quel settore su cui gli USA sono in netto vantaggio su tutti (con la Cina che rincorre e guadagna terreno). È una strategia non sbagliata e in teoria se non scontasse il problema che l’Europa non agisce in maniera unitaria, che Meloni o Orban si sganciano e rischiano di rallentare, impantanare la risposta. Qui, credo ci sia un punto centrale. L’ossessione di Vance e Musk per l’Europa ci dice due cose: da un lato c’è la voglia di sostenere le forze reazionarie che crescono nel nostro continente per ragioni ideologiche, dall’altra c’è il livore del settore tecnologico con i regolamenti europei su privacy, concorrenza e così via. Big Tech detesta quelle regole – che succederebbe se diventassero lo standard? – e si mette al servizio della destra estrema offrendo piattaforme e risorse in cambio della difesa della libertà di espressione. Ma gli attacchi alle università di questi giorni stiamo vedendo che idea della libertà di parola ha questa gente. Lo scambio ha l’aria di essere: noi aiutiamo voi che contribuirete a ridurre la regolamentazione. Ecco, la guerra commerciale e di parole all’Europa mi pare passare anche e molto da questo aspetto. Non a caso il più feroce nei confronti del Vecchio Continente è proprio il vicepresidente Vance, espressione diretta della “PayPal Mafia”.