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Declino e privilegi. I primi cento giorni

Meno Stato, più dirigismo. Meno concorrenza, più liberismo. Una lettura della politica economica del governo, ovvero: come salvare i privilegi quando l’economia declina

La politica economica dei primi mesi del governo Berlusconi è andata in direzioni apparentemente contraddittorie: meno Stato, ma più dirigismo; più liberismo ma meno concorrenza sui mercati. Un’interpretazione possibile parte dalla seguente domanda: come si salvano i privilegi quando l’economia declina? I privilegi del Cavaliere sono fin troppo noti. Occupiamoci dei privilegi dei suoi grandi e piccoli elettori: la rendita immobiliare, la finanza, le imprese, i protagonisti dell’evasione fiscale.

L’economia italiana ha smesso di crescere, la produttività del lavoro dimininuisce (caso unico tra i paesi avanzati), la base produttiva perde pezzi, non si annunciano stimoli alla domanda che non siano i consumi opulenti dei più ricchi e opere pubbliche inopportune – Tav, Ponte sullo Stretto, centrali nucleari. Così la torta del reddito si fa più piccola, e calano ancora più in fretta le risorse che passano tra le mani dello Stato.

Di alcuni effetti del declino si occupa il mercato, cioè le imprese: sul mercato del lavoro diminuisce l’occupazione, soprattutto i lavori a medie qualifiche, e i salari nominali crescono in genere con l’inflazione programmata all’1,7%, quando sul mercato dei beni i prezzi aumentano del 3,6%: la torta più piccola rimpicciolisce soprattutto le fette dei salariati, facendo dell’Italia uno dei paesi europei con le maggiori diseguaglianze di reddito.

Altri effetti del declino passano per una spesa dello Stato (bilanci dei ministeri e trasferimenti agli enti locali) che ora – se escludiamo il servizio del debito pubblico – è pari appena al 30% del Pil (cinque punti in meno di dieci anni fa) e che sarà tagliata dalla manovra triennale del governo di 30 miliardi di euro nella scuola (85 mila insegnanti in meno), nella salute, nell’assistenza, nelle pensioni, negli enti locali. Questo assalto al già debole welfare state italiano (e l’attacco sistematico ai dipendenti pubblici) vuol dire – subito – meno servizi pubblici e più necessità di acquistarli sul mercato, impoverendo gli italiani, ma vuole anche dire, nel lungo periodo, minori prospettive di benessere e crescita del paese. A redistribuire quanto resta delle risorse pubbliche alle regioni più ricche – ed elettoralmente più fedeli – provvederà poi il federalismo fiscale in arrivo.

Ma veniamo ai fortunati.

In questi anni l’ascesa alle stelle dei prezzi delle case ha trasferito un ammontare di risorse senza precedenti ai proprietari immobiliari e alle grandi società del settore, mentre per chi possiede la sola casa di abitazione la crescita dei valori resta solo sulla carta. E’ questo l’unico settore non ancora colpito dalla crisi, con i prezzi rimasti gonfiati (a differenza di Usa e Gran Bretagna). Ai proprietari di case più ricchi l’abolizione dell’Ici sulla prima casa ha regalato 1,7 miliardi di euro (il governo Prodi aveva già abolito l’Ici sulla prima casa per chi doveva pagare meno di 350 euro). Sono soldi tolti agli enti locali che, proprio in nome del federalismo, hanno bisogno di nuove entrate fiscali; la “tassa sui servizi” unica su proprietari e inquilini proposta dal ministro Calderoli scaricherebbe i costi su tutte le famiglie, anche quelle più povere che non possiedono la casa: tasserebbe chi nelle città ci vive, anziché chi le possiede (in questo ricorda la “poll tax“, la tassa pro capite che provocò una rivolta nella Gran Bretagna del 1990 e contribuì alla caduta di Margaret Thatcher). E sarebbe un clamoroso rovesciamento delle promesse elettorali di non mettere più tasse.

La finanza è stata meno fortunata, la crisi delle Borse – che si aggrava in questi giorni – e dei mutui Usa ha ridimensionato molte ricchezze di carta; così la tassazione sulle rendite finanziarie resta inferiore alla media europea e a quella sui redditi medi di lavoro dipendente (anche per il governo Prodi andava bene così). Un privilegio patrimoniale che si rispetti deve potersi trasmettere di generazione in generazione, e qui un passo importante era già stato compiuto in passato, eliminando la tassa di successione, con l’attiva collaborazione del centro-sinistra.

La recessione internazionale (con una concorrenza estera che cresce) colpisce direttamente le imprese, e ad esse vanno i favori sui bassi salari e i regalini sulla precarizzazione del lavoro – come se questi potessero renderle competitive sui mercati esteri. Più privilegiate sono le imprese che stanno al sicuro dalla concorrenza sul mercato interno – spesso uscite dalle privatizzazioni, anche del centro-sinistra: elettricità e servizi a rete, telecomunicazioni, trasporti, autostrade, costruzioni – che hanno potuto alzare liberamente i prezzi, aumentano l’inflazione e le proprie fette di torta. E’ questo il modello a cui guardano i nuovi padroni di Alitalia, l’ultima tra le vittime illustri del declino del paese. La “soluzione” raggiunta ha visto all’opera molti privilegiati per censo o per nobiltà (un elenco bipartisan in tutta evidenza), che si troveranno al riparo dei costi della crisi – assorbiti dallo stato – e con un nuovo monopolio privatizzato a disposizione sulle rotte interne, come la ricchissima Milano-Roma.

L’unico pesce grosso con cui il ministro Tremonti ha alzato la voce è stata la rendita petrolifera, introducendo un’addizionale all’imposta sulle imprese del 5%. Ma è un’elemosina su un potere intoccabile: i loro prezzi hanno potuto salire a volontà quando le quotazioni del greggio crescevano e, ora che scendono, il calo non si trasferisce sui prezzi al consumo.

Quanto al “popolo degli evasori” – imprese, professionisti, artigiani, commercianti – non hanno perso tempo: non appena è entrato in carica il governo, le entrate fiscali hanno dato segni di flessione. Ai professionisti è stato tolto l’obbligo di ricevere i pagamenti attraverso bonifici bancari (tracciabili dal punto di vista fiscale) per gli importi inferiori a 12.500 euro (il governo Prodi l’aveva imposto per le parcelle al di sopra dei 5.000 euro). E, con una strizzata d’occhio, il governo assicura ai contribuenti che le dichiarazioni dei redditi resteranno pubbliche solo per un anno.

Ma non sempre i privilegi sono da nascondere; le vicende dell’estate hanno insegnato che, quando sono esibiti (o sussurrati) nel circo mediatico i privilegi diventano un capitale, dominano la comunicazione, fanno sognare anche i poveri, sono una bacchetta magica che fa apparire principi azzurri anche i rospi. A patto che siano ricchi e potenti.

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