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Colombia, è la fine del conflitto

Il 24 agosto le delegazioni negoziali della guerriglia delle FARC e del Governo colombiano sono giunte a un accordo finale. Ecco che cosa prevede il testo dell’accordo

Il 24 agosto 2016 le delegazioni negoziali della guerriglia delle FARC-EP e del Governo colombiano sono giunte a un accordo finale per terminare il conflitto. Il Presidente Santos vince così la scommessa di discutere all’Avana (Cuba) come se non ci fosse la guerra e combattere in patria come se non ci fosse il negoziato; mentre le FARC vincono la scommessa del “Nada está acordado hasta que todo esté acordado”, la formula che escludeva ab initio un accordo parziale su singoli punti.

Il Presidente ha decretato il cessate al fuoco, che entrerà in vigore da lunedì 29 agosto, e la guerriglia dovrà ora portare a compimento la X Conferenza, dove ratificherà le decisioni prese al Tavolo delle trattative.

I punti salienti del testo finale sono i seguenti.

In materia rurale, che rappresenta uno dei fattori scatenanti del conflitto colombiano, l’accordo ruota attorno a tre assi: la gestione del territorio, che in Colombia presenta una pessima allocazione produttiva, con una prevalenza dell’allevamento latifondista che viola qualsiasi logica di efficienza; l’ordinamento sociale della proprietà, attraverso un Catasto Rurale (al momento inesistente) e la creazione di un Fondo che assegni diritti di proprietà ben definiti ai piccoli coltivatori; lo sviluppo rurale orientato al territorio, che all’incirca si basa su di un piano di fornitura di beni pubblici e meritori, dalle infrastrutture alla messa in sicurezza delle risorse idriche, dall’istruzione ai servizi pubblici.

In tema di giustizia, è stata fondamentale la consulenza tanto delle parti internazionali, come di esperti colombiani, dal momento che si tratta del primo caso di accordo sotto l’ombrello del Tribunale Penale Internazionale, che richiede garanzie particolari in presenza di violazioni dei diritti umani. Il Congresso passerà una legge d‘indulto e amnistia particolarmente ampia, ma che esclude qualsiasi violazione protetta dal TPI. Per i crimini esclusi dal provvedimento di estinzione della responsabilità, si prevedono pene che possono includere o meno il carcere, dipendendo dalla collaborazione.

Le FARC-EP si trasformeranno in partito politico e l’accordo prevede un sistema di garanzie per l’agibilità di quest’ultimo (e delle forze di opposizione), per prevenire il ripetersi della tragica storia colombiana di violazioni sistematiche dei diritti umani. Per due legislature, il nuovo partito avrà almeno cinque rappresentanti alla Camera e cinque al Senato, ma l’accordo prevede la revisione dello statuto attuale che assegna la personalità giuridica ai partiti solo quando raggiungono un quorum elettorale. È previsto un rafforzamento degli spazi di partecipazione comunitaria, come le radio locali e i meccanismi cittadini di controllo contro la corruzione. Si crea, inoltre, un sistema di allerta, monitoraggio e intervento che dovrebbe garantire la partecipazione politica soprattutto nei territori.

Per trasformarsi in partito politico, la guerriglia dovrà convergere in 31 punti del territorio colombiano specificatamente identificati (23 Zonas Veredales Transitorias de Normalización e 8 accampamenti), dove, sotto la supervisione di un organismo di controllo, dovrà permettere un censimento degli integranti, l’identificazione e la consegna delle armi. L’organismo sarà integrato da membri dell’esercito, della guerriglia e da osservatori internazionali dell’ONU, principalmente di paesi membri della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC). Il censimento sarà realizzato dall’Universidad Nacional de Colombia, come sancito nell’Accordo finale.

Le FARC devono abbandonare qualsiasi vincolo con il narcotraffico, in cambio di un’intensificazione della lotta da parte del Governo contro altri attori illegali, come le varie forme di paramilitarismo, che potrebbero cercare di invadere lo spazio lasciato libero dalla guerriglia. L’accordo prevede un cambio nella legislazione che colpisce i consumatori e i piccoli produttori della foglia di coca, per concentrarsi sui vertici del business e sui processi di trasformazione. Per la foglia di coca, il piano include sia la produzione regolata sia la sostituzione volontaria della coltivazione, con l’appoggio Governativo.

Viene riconosciuto alle vittime il diritto alla verità, al riconoscimento della responsabilità, alla riparazione del danno, alla non ripetizione, e al godimento effettivo dei diritti umani, secondo la formulazione del testo finale, che segue la normativa costituzionale colombiana in materia.

Finalmente, si crea una Commissione bipartita per l’implementazione e il monitoraggio degli accordi, con una durata potenziale di dieci anni. Anche in questo caso, si individuano attori internazionali, che possano fare le veci di supervisori imparziali dei singoli punti. L’accordo include una tabella che specifica il nome degli incaricati, che vanno dagli USA all’UE, dall’ONU alla Svezia.

Con un ragionamento un po’ barocco d’ingegneria giuridica, l’accordo è già stato blindato costituzionalmente, grazie a un’interpretazione secondo cui, trattandosi di diritti umani, sarebbe coperto dalla Convenzione di Ginevra del 1949. Tuttavia, per insistenza del Presidente Santos, il popolo colombiano è chiamato a pronunciarsi il prossimo 2 ottobre, votando Si o No al testo finale. Il meccanismo prende il nome di plebiscito, richiede un quorum minimo ed è formalmente vincolante solo per il Presidente e non per il Congresso.

Sebbene sia importante la rottura di Santos con il passato, visto che né l’accordo del 1991 con la guerriglia dell’M19, né l’accordo con i paramilitari è passato per le urne, si introduce un elemento di incertezza importante. L’opposizione del Centro Democratico (un partito di estrema destra che si richiama all’ex presidente Uribe) sta già serrando le fila per il No. In pratica la vittoria del No creerebbe uno scenario tipo Brexit, dove chi vince lo fa con argomenti falsi, ma facendo leva su un malcontento reale (la deludente gestione dell’economia e le scelte strategiche per il paese), e la decisione è non vincolante ma aprirebbe una crisi politica.

Il punto più delicato è che il conflitto interno colombiano non è solo grievance (reclamo, seguendo una terminologia in voga nelle scienze sociali), ma anche greed (cupidigia) per via del tema del narcotraffico, le miniere d’oro e varie forme di economia illegale. Un No significherebbe creare una ferita insanabile dentro il blocco guerrigliero, con il rischio di una non partecipazione di chi vorrebbe mantenere il controllo delle attività economiche, con potenziali effetti destabilizzanti tanto in termini di agibilità politica, come di sviluppo dell’economia rurale.

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