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Una manovra senza coperture

Fondo cassa/Aumenti delle tasse locali, tagli lineari a sanità e trasporti, fine delle agevolazioni per pensionati e lavoratori. E coperture incerte per gli 80 euro e il taglio dell’Irap, che spianano la strada a una batosta dell’Europa. Ecco cosa si nasconde dietro gli annunci di Renzi sulla Legge di stabilita

I mesi scorsi ci hanno abituati a quella che sembra una caratteristica di questo governo: un uso spregiudicato e spaccone della comunicazione, anche a costo di accentuare la distanza fra rappresentazione e realtà, e l’individuazione di controparti (il nemico) su cui scaricare le colpe di ritardi e insuccessi. La manovra di bilancio è in tal senso emblematica: viene rappresentata come espansiva e di rottura, ma è in realtà di portata limitata e formalmente restrittiva. Quanto alle responsabilità, esse vengono scaricate sull’Europa, troppo rigida nell’applicazione delle regole, e sulle regioni, che hanno ventilato aumenti delle imposte locali per compensare i tagli.

Dopo il timido rinvio, nel Def presentato lo scorso aprile, del pareggio di bilancio dal 2015 al 2016, l’aggiornamento del Def è apparentemente più aggressivo: prevede il congelamento, di fatto, del fiscal compact , rinvia ulteriormente il pareggio al 2017 e fissa il deficit programmatico al 3% nel 2014 e al 2,9% nel 2015. Addirittura, viene indicato un deficit tendenziale 2015 in forte calo (2,2%), col governo, però, che intenderebbe portarlo al 2,9%, utilizzando la differenza (11,5 miliardi) per rilanciare l’economia. Ma lo sforzo espansivo andrebbe anche oltre. Nella presentazione del Ddl di stabilità la manovra esplode a 36 miliardi: si aggiungono, fra l’altro, 15 miliardi di riduzione di spesa pubblica, 3,8 di lotta all’evasione fiscale, 3,6 di aumento della tassazione sulle rendite. Una massa così ingente di risorse (il 2,2% del Pil) verrebbe impiegata per rendere permanenti gli 80 euro al mese in busta paga per i dipendenti (senza però l’estensione ad altre categorie), per eliminare il costo del lavoro dall’imponibile Irap, per altri sgravi fiscali, fra cui la decontribuzione per i nuovi assunti, per ammortizzatori sociali e un piano straordinario di assunzioni nella scuola.

Anche lo sforzo aggiuntivo richiesto dalla Ue, ulteriori 4,5 miliardi di riduzione del deficit, viene stigmatizzato ma presentato come non in grado di alterare la natura espansiva dell’impostazione di bilancio. Lo studio della manovra fa emergere, tuttavia, alcune rilevanti perplessità.

Innanzitutto, la manovra è di segno restrittivo, non espansivo, e le sue dimensioni sono ben più ridotte di quanto dichiarato. Il deficit passerà dal 3% nel 2014 al 2,6% nel 2015, il ché configura una manovra di bilancio, pur moderatamente, restrittiva; non a caso il governo non ne ha ipotizzato un significativo effetto sul Pil. Vero che l’aggiornamento del Def indica un deficit tendenziale 2015 in calo al 2,2%, ma non considera poste di bilancio che sono rifinanziate annualmente e non possono essere azzerate, quantificate dallo stesso Ddl in almeno 6,9 miliardi. Se poi andiamo a spulciare la manovra, la dimensione degli interventi netti si riduce drasticamente: vanno tolti i 6,9 miliardi di cui sopra, i 4,5 destinati a ulteriore riduzione del deficit, i 3 che servono a compensare mancati risparmi, altri 3 già a suo tempo stanziati per il bonus 80 euro e i 2,1 già previsti per la riduzione dell’Irap. Così la manovra si riduce dal lato degli interventi a 6,5 miliardi di maggiore spesa per la conferma degli 80 euro, 4,5 miliardi di spesa aggiuntiva per l’eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile Irap e la decontribuzione sui nuovi assunti, 1,5 miliardi di ammortizzatori sociali (compreso la cassa in deroga) e poco altro.

La manovra, poi, preoccupa dal punto di vista delle coperture previste, fondamentalmente di due tipi: almeno 12 miliardi di ulteriori tagli alle spese, aggiuntivi rispetto a quelli già previsti dalla normativa, e almeno 4,5 miliardi di recupero aggiuntivo di imposte evase. Si tratta di somme ingenti e tutt’altro che sicure, soprattutto se si pensa che nello stesso Ddl di stabilità si sono dovuti accantonare 3 miliardi per il mancato conseguimento di previsti risparmi. Vengono poi scontate in bilancio privatizzazioni per 11,5 miliardi (0,7% del Pil), altro obiettivo, anche prescindendo da considerazioni di opportunità, di difficile realizzazione, stante che nel 2014 non arriveranno allo 0,3% del Pil. Inoltre, laddove nel 2014 il bilancio aveva potuto godere del bonus derivante dalla riduzione degli interessi sul debito pubblico, gli interessi previsti nel 2015 sono già bassi, mentre lo 0,6% previsto di crescita del Pil è, secondo alcuni, ancora troppo ottimistico. Così, se già il 2014 fotografa una situazione nella quale si è fatto fatica a tenere sotto controllo i conti (col deficit arrivato al 3%), il 2015 potrebbe rivelarsi ancora più problematico: troppo aleatorie le coperture, troppo ristretti i margini sul deficit e sulle singole componenti di spesa. Se poi nel 2016 dovessero scattare le clausole di salvaguardia (13-17 miliardi di aumenti Iva) gli effetti sul paese sarebbero letali.

L’intenzione di perseguire una politica di bilancio meno restrittiva, pur a livello di petizione di principio, sarebbe di per sé elemento positivo. Molti economisti a sinistra hanno evidenziato da tempo l’inconsistenza teorica e la pericolosità dell’approccio strutturalmente restrittivo alla politica fiscale dominante nella Ue. Ben farebbe l’Italia a contestare le regole europee ed operare per una loro radicale riforma. Tuttavia, il governo non si spinge fino a questo punto, preferendo rispettare il vincolo del 3% sul deficit e solo argomentare sulle circostanze eccezionali che, come da trattati, giustificherebbero il mancato rispetto della regola sul debito e del pareggio di bilancio. Anche il tipo di interventi di politica economica ventilati colpisce più per la continuità col passato che per il carattere innovativo: si continua a puntare principalmente su cuneo fiscale e costo del lavoro. Da questo punto di vista mancano nel Ddl di stabilità idee innovative, una politica industriale, la definizione di una strategia organica di rilancio. Stante il fallimento delle politiche passate, il rischio è che, per l’ennesima volta, l’Italia bruci risorse per ritrovarsi, alla fine, con un debito ancora più alto e un pugno di mosche in mano.

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