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Sharing economy, un libro

La crescente affermazione della cosiddetta “economia della condivisione” pone dei temi di tutto rilievo all’analisi economica, sociale, politica. L’introduzione del nuovo libro di Vincenzo Comito

La crescente affermazione della cosiddetta “economia della condivisione” (sharing economy), fenomeno che tende a diffondersi sempre di più in tutto il mondo e ad interessare un numero crescente di settori, pone dei temi di tutto rilievo all’analisi economica, sociale, politica. Tanto più che tale fenomeno si sta svolgendo nel quadro di un più generale e progressivo processo di digitalizzazione dell’economia; tale processo, dopo lo sviluppo dell’internet “tradizionale”, vede anche, tra l’altro, l’affermazione dell’”internet delle cose” e una nuova fase di una rinnovato attivismo della robotica e dell’intelligenza artificiale (quest’ultima costituendo per molti “l’avvenire dell’informatica”), mentre si affacciano il cloud computing e il big data, la realtà virtuale e quella aumentata, la stampa in tre dimensioni, ecc., sulla base anche di nuove e più avanzate premesse tecnologiche ed economiche per il settore. A proposito di tali sviluppi, qualcuno (Schwab) ha parlato di “quarta rivoluzione industriale”.

Tali fenomeni, soprattutto se considerati insieme, fanno pensare che siano in atto delle trasformazioni molto importanti a livello planetario, per quanto riguarda in particolare, ma non solo, il tema del lavoro, trasformazioni apparentemente indotte dall’innovazione tecnologica, ma mosse poi indirettamente da alcuni problemi di fondo dello sviluppo capitalistico contemporaneo. Naturalmente, almeno in parte, la direzione futura di tali trasformazioni dipenderà da come la politica, i movimenti sociali, il sistema delle imprese, si porranno di fronte ad esse.

La crisi economica del 2008 si è manifestata anche, al di la anche delle sue caratteristiche specifiche, come una messa in discussione “oggettiva” del modello di sviluppo occidentale, almeno per come esso era stato portato avanti negli ultimi decenni.

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La crisi, ancora oggi, per molti aspetti, presente sullo sfondo delle vicende economiche più recenti mostra che la formula adottata dal sistema per andare avanti a partire dalla fine degli anni settanta del Novecento in Occidente ha raggiunto ormai da tempo i suoi limiti.

Non manca, a questo punto chi, d’altro canto, davanti alle difficoltà a far ripartire in maniera adeguata la macchina, vede delinearsi ormai l’ipotesi di una stagnazione secolare del sistema economico occidentale. La cosa è stata teorizzata con efficacia tra l’altro, qualche tempo fa, da Larry Summers, economista reputato e già importante collaboratore del presidente Bill Clinton. Dopo Summers altri sono venuti a confortare la sua ipotesi. Così, di recente, uno dei massimi economisti statunitensi, Robert Gordon, ha svolto in un suo testo un’analisi dettagliata che va nello stesso senso, almeno per quanto riguarda la situazione del suo paese.

Bisogna ancora ricordare che secondo alcuni la stagnazione secolare, le crescenti disuguaglianze, la caduta della produttività che si manifestano in giro per il mondo sono, almeno in parte, attribuibili anche al crescente potere monopolistico evidente nei nuovi settori dell’economia numerica, come anche in altri business più tradizionali, in relazione anche al fatto che le pressioni antimonopolistiche sono state allentate da parte delle autorità di regolazione dei vari paesi.

Comunque, alla fine sembrano configurarsi con grandi sforzi, sia pure ancora a livello iniziale, delle nuove possibili piste che sembrerebbero poter portare, in qualche modo, almeno nelle intenzioni delle classi dirigenti, ad una nuova dinamica del sistema.

Il testo che segue cerca così di fornire delle informazioni e delle valutazioni su alcune di tali trasformazioni in atto, che riguardano soprattutto, anche se non solo, il mondo del lavoro. Mentre quest’ultimo è comunque preso d’assalto dalle cosiddette “riforme strutturali”, in particolare in Europa dalle politiche di austerità e in specifico e in Italia dal varo del cosiddetto job act, esso è anche, in questi anni, soggetto, come già accennato, ad una ulteriore sfida di cui fa anche parte … quella tendenza legata allo sviluppo della cosiddetta “economia della condivisione”, attività che tocca, come indichiamo meglio nel testo, imprese quali Uber per il trasporto dei passeggeri e Airbnb per l’affitto degli appartamenti.

Incidentalmente le attività della sharing economy si vanno sviluppando, almeno in parte, sulla base di una precedente tendenza alla creazione di un’economia “collaborativa” che vedeva idealmente gli utenti connettersi tra di loro per diventare protagonisti attivi dei propri consumi, spingendo verso una democratizzazione delle competenze e attivandosi per un passaggio dalla proprietà all’uso.

In realtà quello a cui stiamo assistendo alla fine, con l’affermarsi di tale comparto, è lo sviluppo di nuove attività capitalistiche centrate sulla crescita delle nuove tecnologie che tentano semmai di sfruttare alcuni spunti di lavoro e la fraseologia della citata economia collaborativa.

Comunque, accanto alla distruzione possibile del lavoro legata alla numerizzazione dell’economia, vanno ricordati ovviamente i processi di globalizzazione, che comportano invece grandi movimenti di trasferimento geografico dello stesso, nonché ancora la contemporanea trasformazione dei luoghi e dei modi stessi di lavorare e l’affermarsi infine di attività mai prima esistite.

Venendo quindi alle novità del mondo del lavoro, colpisce, intanto, tra le tante, la notizia, diffusa a fine maggio 2016 dalla società taiwanese Foxconn, che, avendo introdotto nella sua grande fabbrica collocata a Kunshan in Cina l’automazione delle sue linee produttive, ha licenziato in un colpo solo 60.000 addetti su di un totale di 110.000 mila persone che vi lavoravano.

Ma questa è solo una manifestazione estrema di un fenomeno molto profondo in atto nel mondo. In effetti, le nuove spinte sopra ricordate dovrebbero servire, tra l’altro, in generale, a ridurre le quantità e la qualità del lavoro necessario a svolgere le attività economiche, ad abbassare il suo costo e ad aumentare la sua flessibilità di impiego, mentre viene anche estesa da parte delle imprese la possibile diffusione delle attività di mercato a nuove aree di intervento, dalle quali esse erano finora in qualche modo escluse.

I processi legati all’economia della condivisione tendono a colpire soprattutto le fasce meno qualificate della manodopera, mentre le spinte derivanti invece dalla robotizzazione vanno in direzione del ridimensionamento sostanziale anche degli strati impiegatizi, dei quadri e dei dirigenti, e mentre non appare ancora del tutto chiara, invece, la conseguenza sull’occupazione di altri aspetti della digitalizzazione (in particolare dell’internet delle cose); e questo mentre registriamo la totale assenza di adeguate politiche pubbliche di contrasto agli aspetti più deleteri di tali novità.

Per alcuni aspetti, anche attraverso l’economia della condivisione, si porta avanti, più in generale, una nuova serie di azioni volte a tentare di porre su nuove e più avanzate basi, dopo una prima ondata avviata nel periodo reaganiano-tatcheriano, la demolizione dello stato sociale quale si era configurato nel dopoguerra. Come sottolinea ad esempio Morozov, secondo questo volontarismo legato alle nuove tecnologie il mercato non dovrebbe più essere ostacolato da alcun tipo di intervento delle autorità pubbliche ed esso diventerebbe il solo possibile regolatore dell’attività economica, sociale, politica, del mondo.

Naturalmente, come al solito, i mutamenti accennati, mentre presentano delle indubbie convenienze di breve termine per le imprese coinvolte, pongono anche dei rilevanti problemi per quanto riguarda invece il perseguimento dei loro interessi di fondo: dobbiamo in effetti considerare che, con il ridimensionamento ulteriore della parte delle ricchezze di un paese che va al fattore lavoro, si tende anche a ridurre il potere di acquisto delle persone. Chi, allora, comprerà i prodotti e i servizi, con quali soldi? Non a caso, forse, a questo proposito, tende a spuntare fuori, anche da parte imprenditoriale, la richiesta di un salario minimo per tutti.

In ogni caso, si pone per i poteri pubblici la necessità di intervenire per governare un fenomeno che, se fosse lasciato a se stesso, potrebbe produrre effetti anche devastanti sulla situazione economica, sociale, politica, di molti paesi. Ma sino ad oggi tale esigenza di intervento è rimasta praticamente inattesa.

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Si pone anche, ovviamente, di fronte al crescente strapotere di queste nuove grandi corporation, che di frequente tendono ad ignorare le leggi locali e a cercare di imporre le loro, con il ritorno in un certo senso alla lex mercatoria di stampo medioevale, l’esigenza di tutela della libertà dei vari paesi come delle singole persone, le cui vite vengono ormai esplorate nei minimi dettagli dalle imprese della rete. Anche tale esigenza può essere meglio portata avanti a livello di Unione Europea più che a quello dei singoli stati.

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È in questi giorni in libreria il libro di Vincenzo Comito, La sharing economy, ed. Ediesse, Roma, 2016. Qui di seguito riportiamo alcune parti dell’introduzione. L’articolo pubblicato costituisce una parte dell’intruzione.

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