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Scenari economici e scemari politici

Dal Fmi alle società di consulenza, si moltiplicano modelli e previsioni. Il paradosso è che proprio quando l’attendibilità scientifica dei modelli previsionali diminuisce, il loro “peso politico” aumenta FacebookTwitterGoogle+LinkedinPinterestemailPrint

Adesso il Fondo Monetario Internazionale di scenari sulla situazione italiana ne ha formulati addirittura sette e lo ha fatto considerando le diverse politiche che potranno essere fatte.

Secondo il documento elaborato dai tecnici dell’Fmi, il rapporto debito/Pil, che per il 2012 è previsto pari al 126,4%, potrebbe salire al 128% se dovessero registrarsi bassa domanda e “fallimento delle riforme”, oppure al 131% se dovessero aggiungersi scarsa fiducia dei mercati sulla sotenibilità del nostro debito e “mancata attuazione delle riforme già fatte”.

Se poi ci dovesse essere il contagio tra turbolenze dell’area euro e una “frenata delle riforme strutturali”, lo spread potrebbe fare un altro balzo in avanti, il Pil fermarsi ed il rapporto debito/Pil balzerebbe addirittura al 140%.

Come si vede i se sono tanti, ma la costante è “l’attuazione delle riforme strutturali” varate e la “prosecuzione” sulla strada intrapresa.

Poiché queste cose le dicono i “tecnici” dell’Fmi, cioè della più importante autorità monetaria, quasi nessuno osa contestarle, e anzi molti politici e i tecnici prestati alla politica si sentono sollevati: adesso sanno cosa dovranno fare e, con certezza quasi matematica, cosa di conseguenza accadrà.

Potenza della tecnica quando la politica, di fronte alla complessità dei problemi, da in appalto la sua funzione e si riduce a fare i compiti che i tecnici prescrivono. Verrebbe naturale a questo punto chiedersi: ma allora a cosa è servita la terapia shock dei professori che hanno preso in cura il malato con un deficit al 120%? Perché non ci sono stati e nemmeno si intravedono effetti positivi?

Niente paura. Appena due giorni dopo un altro studio ci dà la risposta: è un problema di pazienza, dobbiamo solo attendere 18 mesi e vedremo che i provvedimenti del governo proietteranno i loro effetti positivi sull’economia italiana. Si tratta del rapporto pubblicato da Ernst&Young, una società di consulenza che opera a livello globale. La società ci dice che sì è vero che le cose sono andate peggio di quanto loro stessi non avessere previsto pochi mesi fa, è vero che l’economia è ancora destinata a peggiorare e che la crescita sarà ancora negativa nel 2013, ma nel 2014 il Pil riprenderà a crescere con un aumento dell’1,2%. Questo perché allora comincerebbero a manifestarsi gli effetti benefici della terapia Monti.

Quindi, come scrive Repubblica, “il rapporto è una promozione per i provvedimenti del governo e gli effetti delle riforme strutturali avviate andranno gradualmente ad alimentare l’economia”. Perciò altro ossigeno per la politica: continuate così e sarete premiati. Ma su quali fondamenti scientifici si reggono quelle analisi e quelle previsioni che quasi tutti prendono per buone assumendone le ricette che ne discendono?

Cominciamo dalle previsioni di crescita del Pil per parlare dopo di come si misurano gli effetti dei provvedimenti di riforma. Che valore hanno oggi queste previsioni? I modelli previsionali sono fondati sulla constatazione che un fenomeno nel corso degli anni manifesta una tendenza e quindi, proiettando questo trend nel futuro, si può prevedere cosa accadrà. Fino a pochi decenni fa questo assunto conservava una sua validità perché eravamo in una fase, non a caso denominata di “sviluppo lineare dell’economia”, che consentiva di individuare i trend e di estrapolare le tendenze.

Ma oggi questo non è più possibile. Le ragioni sono tante e due sono le principali. La prima è la globalizzazione dei mercati che ha visto entrare in campo da protagonisti paesi con strutture economiche profondamente diverse: si sono,così, moltiplicate a dismisura le variabili e le interrelazioni da prendere in considerazione per costruire modelli previsionali. La seconda è l’imporsi impetuoso della finanza: essa ha variabili e modelli di funzionamento profondamente diversi dall’economia reale, tanto che nessuno riesce a prevederne evoluzione, crisi, bolle ed oscillazioni.

L’intreccio tra questi due fattori produce effetti incalcolabili e rende i vecchi modelli previsionali assolutamente inadeguati: se si confrontano gli scenari previsionali formulati negli ultimi anni e i dati effettivi poi registrati c’è da rabbrividire.

Ma allora perchè autorità che formulano previsioni e società di rating che danno giudizi di affidabilità sono sempre più determinanti ed influenti? Perché le loro analisi riempiono le prima pagine ed influenzano le scelte politiche e gli stessi risultati elettorali come si è visto in Spagna e Grecia? Non è paradossale che proprio quando l’attendibilità scientifica dei modelli previsionali diminuisce, il loro “peso politico” aumenti?

La risposta a queste domande la si trova affrontando il secondo quesito: come si misurano gli effetti dei “provvedimenti di riforma”?

Abbiamo visto durante il parto della cosiddetta riforma del lavoro come la ministra Fornero doveva arrampicarsi sugli specchi per rispondere a una semplice domanda dei sindacati: perchè facilitare i licenziamenti aumenta l’occupazione e favorisce la crescita?

In realtà un perché dimostrabile non c’era e non c’è perché il ragionamento che sta alla base si fonda su un assunto “ideologico”: se un datore di lavoro può licenziare più facilmente sarà più propenso ad assumere e, se assume, aumentano produzione e produttività.

Ma a chi obiettava che questa relazione non si può dimostrare, la risposta era pazientate, vedrete. Qui si può tornare al nostro ragionamento sulle previsioni.

Esse, quelle dell’Fmi e quelle della Ernst&Young, assumono le politiche di “riforme strutturali” come portatrici di maggiore competitività e di risanamento finanziario, e si sforzano di “quantificarne” gli effetti. È il loro lavoro e lo fanno con gli strumenti di cui dispongono.

Ma anche qui va precisato che non esistono algoritmi che misurino gli effetti della licenziabilità sulla competitività e sullo sviluppo e che gli scenari che si costruiscono con questi assunti sono influenzati da valutazioni soggettive e fortemente aleatorie.

Avrebbe senso, perciò, dire che possono avere una certa attendibilità le previsioni a brevissimo termine, mesi e al massimo un anno, ma che quelle che vanno oltre hanno un’attendibilità vicina allo zero.

Solo che l’intreccio tra politica e tecnocrazia che si è creato produce una spirale perversa: i tecnici dettano le cose da fare ai politici e se i risultati non si vedono li incoraggiano prevedendo che verranno e invitandoli a proseguire; i politici traggono così coraggio e si autolegittimano dicendo: vedete che i tecnici ci dicono di andare avanti perché dopo le cose andranno bene?

Insomma è sempre più chiaro che tecnici e politici si sostengono a vicenda.

Ma la realtà è che lo spread aumenta, che tutti i fondamentali non danno segni di miglioramento e che man mano che il tempo passa, le previsioni si fanno sempre più pessimistiche.

Sarebbe ora, perciò, di chiedersi: perché a quasi cinque anni dalla esplosione della crisi e dopo tanti e pesanti interventi le cose non migliorano?

Per trovare una risposta a questa domanda occorrrebbe un vero e proprio capovolgimento di ruoli: la politica dovrebbe fare uno scatto di autonomia e chiedere conto ai tecnici del perché i tanti interventi non hanno prodotto i risultati attesi.

La politica dovrebbe dotarsi di un’analisi autonoma delle origini e della natura della crisi, riconoscere che se l’origine della crisi è una bolla speculativa e se per tamponarla si è fatto ricorso a debito pubblico, in una fase di stagnazione economica che non genera risparmio, la soluzione non può stare in una perenne austerità, ma nella regolamentazione dei mercati finanziari e nell’addossare anche alle banche il peso del riequilibrio.

E se la crisi di liquidità crea una rincorsa ai titoli degli stati forti mettendo ulteriormente in difficoltà i paesi con un elevato indebitamento, in Europa l’unica via di uscita dalla crisi sta nel farsi carico a livello europeo delle eccedenze di debito oltre una certa soglia.

Insomma il problema del debito non si può affrontare restandone prigionieri, ma andando alla radice della crisi, neutralizzando la speculazione e dando anche tempi ragionevoli per poter mettere mano alla spesa pubblica, magari cominciando in ordine alfabetico dalle voci Afghanistan e Armamenti.

Se non si fa questo e si continuano a utilizzare gli scenari previsionali per proseguire in politiche che si dimostrano essere fallimentari, un solo scenario rischia di avverarsi: nei prossimi mesi l’attacco finanziario continuerà, saremo costretti a ricorrere al salvataggio europeo e dovremo accettare le condizioni che verranno poste; dovremo perciò proseguire nella politica di austerità e, siccome questa sicurezza ai mercati la può dare solo chi questa politica l’ha iniziata, dovremo assicurare che proseguiremo nella stessa direzione e con la stessa guida.

E così il giro è concluso: i mercati ci hanno fatto liberare di Berlusconi e scegliere Monti, adesso ci imporranno di proseguire con Monti, magari riutilizzando lo spauracchio del vecchio istrione.