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“Relocation”, un obiettivo mancato

Doveva rappresentare “un fermo impegno per la solidarietà tra gli Stati membri” ma nei numeri e nei fatti il programma europeo di ricollocazione è stato finora un vero e proprio fallimento

4.440: sono le persone coinvolte dall’Italia nel programma europeo di relocation. 9.953 quelle trasferite in altri paesi dalla Grecia[1]. Tutte sono richiedenti asilo: sono infatti loro i destinatari del programma previsto dall’Agenda europea sulla migrazione, presentata dalla Commissione europea il 13 maggio 2015 e adottata dal Consiglio europeo a settembre 2015. O almeno, sarebbero: la misura definita di “ricollocazione eccezionale”che l’Europa ha immaginato come risposta alla questione migratoria non è nemmeno lontanamente vicina all’obiettivo prefissato. Secondo gli accordi, entro il 26 settembre 2017, 160.000 persone dovrebbero essere trasferite dall’Italia e dalla Grecia in altri paesi europei. Al 16 marzo 2017, il ricollocamento ha coinvolto solo 14.438 migranti: meno del 10% del numero concordato.

Il programma di relocation rappresenta, nelle parole con cui è stato presentato, “un fermo impegno per la solidarietà tra gli Stati membri” che, a fronte de “la terribile perdita di vite umane nel Mediterraneo”, trasforma “le parole in azione”[2] . Il programma, nato dietro sollecitazione del Consiglio europeo che, nel meeting del 23 aprile 2015, avrebbe deciso di “rafforzare la solidarietà e la responsabilità interne, [..] accrescere gli aiuti d’urgenza agli Stati membri in prima linea e considerare opzioni per l’organizzazione di una ricollocazione di emergenza fra tutti gli Stati membri su base volontaria”[3].

In altre parole, con l’obiettivo di alleggerire la pressione dei flussi verso Italia e Grecia – per ragioni geografiche più interessate dagli arrivi – il programma si propone il trasferimento delle persone da questi due paesi verso gli altri stati europei.

Ma come dovrebbe funzionare praticamente la procedura di ricollocazione

Non tutti i richiedenti asilo possono partecipare al programma di relocation. E non tutti i paesi europei partecipano nello stesso modo. Possono aderire solo le persone di nazionalità per cui il tasso di riconoscimento della protezione è pari o superiore al 75%, sulla base dei dati Eurostat relativi all’ultimo quadrimestre: ad oggi, eritrei, siriani e iracheni. Espressa la volontà di adesione, le persone, identificate e foto-segnalate, formalizzano la richiesta di protezione in Italia o in Grecia e vengono poi trasferite in uno stato membro: la domanda di protezione viene esaminata nel paese di ricollocamento. Gli stati ricevono 6000 euro per ogni persona accolta, mentre a Italia e Grecia si vedono corrispondere 500 euro per ogni ricollocazione, per le spese di trasporto. L’intera procedura dovrebbe svolgersi entro due mesi da quando i paesi comunicano la disponibilità di posti, che sono chiamati a indicare sulla base di diversi indicatori, come il Pil, il tasso di disoccupazione, il numero delle protezioni già accordate nei 4 anni precedenti, la popolazione residente[4].

Paradossi e problemi del piano di relocation

Questo nella teoria, nella consapevolezza da una parte dell’alto numero di persone in arrivo in Italia e Grecia, e dall’altra delle distorsioni del regolamento Dublino (l.604/2013), per cui il paese competente per l’esame delle domande d’asilo è quello di primo ingresso. Ecco che si scorge un primo paradosso: mentre i paesi europei si impegnano, formalmente, ad accogliere nuovi richiedenti asilo, altri sono rimandati forzatamente nei paesi europei di primo ingresso in ottemperanza del regolamento Dublino.

Questa non è l’unica contraddizione presente, e lo dimostra il fatto che, anche se la relocation funzionasse a pieno regime, avrebbe un impatto irrisorio rispetto agli arrivi, ben più consistenti dei numeri previsti dal piano europeo- comunque non raggiunti.

La lontananza del piano europeo rispetto alla situazione reale si palesa non solo nei numeri ma anche nei criteri: il fatto di selezionare le persone in base alla nazionalità, con riferimento ai dati Eurostat, non tiene evidentemente conto della reale composizione degli attuali flussi migratori verso l’Europa, molto più eterogenei rispetto a quanto previsto dal programma europeo.

Infine, va ricordato che il programma di relocation si inserisce all’interno di un approccio europeo sull’immigrazione caratterizzato da esclusione e chiusura, che si esplicita nei punti che, oltre alle ricollocazioni, costituiscono l’Agenda: rimpatri coatti, accordi con i paesi di origine (anche se con governi dittatoriali, è il caso, ad esempio, del Sudan) per contenere dei flussi, maggior controllo delle frontiere, centri hotspot per l’immediata identificazione e distinzione tra chi può chiedere -secondo parametri sanciti dall’UE– la protezione e chi invece va rimandato indietro[5]. Se l’obiettivo dell’Agenda dovrebbe essere, stando alle parole con cui è stata accompagnata, “il dovere di proteggere chi è in stato di bisogno”, quanto messo in campo delinea una volontà diversa: di controllo e respingimento. In questo quadro il programma di relocation non funziona.

Un impegno comune con un approccio solidaristico: un’occasione mancata

Pur con questi limiti, il programma avrebbe comunque potuto rappresentare da una parte una possibilità per una parte dei richiedenti asilo bloccati nel paese di primo ingresso e, dall’altra, un passo in avanti per la creazione di un reale sistema comune di asilo europeo. Una possibilità minata in partenza dalla scarsa disponibilità dei paesi membri, che ha portato la Commissione a minacciare più volte sanzioni. Secondo quanto espresso recentemente dalla Commissione, “fino ad ora, solo due Stati membri (Malta e Finlandia) sono sulla buona strada per soddisfare i loro obblighi. Alcuni Stati continuano a rifiutarsi di partecipare, e gli altri stanno facendo molto poco”.

A fronte dei 160.000 previsti, sono solo 26.790 i posti complessivamente messi a disposizione da 25 paesi membri e solo 14.438 i trasferimenti effettivamente compiuti. Austria e Ungheria non hanno dato disponibilità per alcun trasferimento, sebbene la Commissione abbia “suggerito” una disponibilità rispettivamente di 1.953 posti e 1.294. La Svezia si è resa disponibile per l’accoglienza di 50 persone, contro le 3.727 indicate dalla Commissione. E, anche quando la Commissione parla di paesi “sulla buona strada per soddisfare gli obblighi”, in realtà omette il dato iniziale, ossia quante persone gli stati si sono impegnati a accogliere: Malta ha dato disponibilità per 104 posti, e al 14 marzo ha accolto 46 persone dall’Italia e 65 dalla Grecia, mentre la Finlandia per 1.820 – su 1014 suggerito dalla Commissione – accogliendo 504 richiedenti asilo dall’Italia e 560 dalla Grecia. Il Lussemburgo, che ha dato disponibilità per 270 posti, ha accolto ad oggi 61 persone dall’Italia e 165 dalla Grecia. Il Belgio, su una disponibilità totale di 630 posti –contro la quota di 3320 suggerita dalla Commissione- ha accolto 121 persone dall’Italia e 371 dalla Grecia[6].

I dati parlano chiaro e comunicano l’assenza di quello “spirito di solidarietà tra paesi membri” che dovrebbe essere alla base del programma di relocation – e dell’intera Unione Europea – e invece stenta a concretizzarsi.

Persone come pacchi

C’è, infine, un punto che spesso passa in secondo piano, e che invece è centrale: la volontà delle persone coinvolte. Chi aderisce al programma può indicare eventuali preferenze, magari legate alla conoscenza della lingua o alla presenza di parenti. Ma di fatto le persone sono costrette a aderire a scatola chiusa: attendono così nei centri di “accoglienza”, fino a che viene loro comunicato, senza alcun preavviso, dove verranno mandate. C’è ovviamente la possibilità di rifiutare, a cui però segue un’ulteriore permanenza nelle strutture, in attesa di riuscire, forse, a andare nel paese indicato. Intanto si aspetta, senza alcuna comunicazione, anche per due anni, come ci è stato detto da alcuni cittadini eritrei bloccati nel Cara di Castelnuovo di Porto, a Roma, nel corso di una visita.

Se la volontà dei singoli non viene presa in considerazione, non si può dire lo stesso di quella degli stati: al di là dei proclami, è evidente che l’obiettivo dell’Europa non sia l’accoglienza, bensì il controllo e il respingimento. Alla resa dei conti, le azioni realmente implementate vanno tutte in questa direzione. I numeri ridicoli della relocation fanno parte di questo quadro.

 

[1] Commissione europea, dati rilevati al 16 marzo 2017.

[2] Si veda il comunicato stampa della Commissione Europea: European Commission makes progress on Agenda on Migration.

[3] Si vedano: la Decisione 2015/1523 del Consiglio, che ha istituito un “meccanismo di ricollocazione, su un periodo di due anni, di 40.000 richiedenti con evidente bisogno di protezione internazionale”, di cui 24.000 dall’Italia e 16.000 dalla Grecia (14 settembre 2015); la Decisione 2015/1601 del Consiglio, che ha ampliato il numero dei beneficiari fino a arrivare a 120.000, di cui 15.600 dall’Italia, 50.400 dalla Grecia e, a decorrere dal 26 settembre 2016, 54.000 da entrambi i paesi (quota precedentemente prevista per l’Ungheria, che ha però rifiutato di essere inserita nel programma) (22 settembre 2015); la Decisione 2016/1754 del Consiglio, che modificando la decisione precedente, consente agli Stati membri di adempiere ai loro obblighi ammettendo nel proprio territorio cittadini siriani presenti in Turchia (29 settembre 2016).

[4] European Commission – Fact Sheet: Refugee Crisis – Q&A on Emergency Relocation, Brussels, 22 September 2015.

[5] Qui il testo dell’Agenda.

[6] Dati della Commissione aggiornati al 14 marzo 2017.

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