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Prevenzione, questa parola sconosciuta

Nonostante gli eventi sismici a cui il nostro paese è soggetto la parola prevenzione, cioè quella scienza e quella tecnica che consente di mettere in sicurezza gli edifici, sembra ancora una sconosciuta

Il 24 di agosto 2016, alle 3,36, un altro grave terremoto ha scosso il Centro Italia, facendo 295 vittime ed oltre 500 feriti. I paesi di Amatrice, Accumuli e Pescara del Tronto sono crollati ed ora oltre 5000 persone sono sfollate alla ricerca di una casa provvisoria. La Protezione Civile ha coordinato da subito l’emergenza e l’Italia intera con generosità ha inviato aiuti e solidarietà.

Siamo bravi per questo mentre sembra ancora sconosciuta la parola prevenzione antisismica, cioè quella scienza e quella tecnica che consente di mettere in sicurezza gli edifici, di evitarne il crollo e lo schiacciamento e quindi morti e feriti. Non siamo bravi ad imparare dai nostri errori e nel dibattito di questi giorni poche riflessioni hanno ragionato sul perché di questa nostra incapacità, dato che i paesi compiti erano nelle zone 1 e 2 di massimo rischio sismico.

E’ noto che l’Italia è un paese sismico, che in media ogni cinque anni c’è un grave terremoto, che dal dopoguerra ad oggi è stato stimato che per sette gravi terremoti sono stati spesi oltre 121 miliardi per l’emergenza e la ricostruzione. Ben 21 milioni di persone vivono in zone classificate ad rischio sismico molto o abbastanza elevato (1 e 2), di cui 3 milioni nella sola zona 1 di massima esposizione. Altri 19 milioni di persone risiedono nei comuni localizzati in zona 3.

Se poi guardiamo anche ad altre calamità come frane e alluvioni a causa del dissesto idrogeologico del paese – ci dicono i dati Ance/Cresme – dal 1944 al 2012 arriviamo ad un totale di 242 miliardi di euro destinati all’emergenza. Il risultato è che abbiamo speso tante risorse pubbliche e restiamo un paese ad alto rischio.

Il dibattito post terremoto sulla ricostruzione e sulla necessità di prevenzione ha trovato tutti d’accordo: niente new town modello “L’Aquila” di berlusconiana memoria ma recupero dei luoghi e degli insediamenti; e poi la prevenzione come obiettivo primario delle scelte politiche. Praticamente dopo ogni terremoto c’è un coro diffuso che parla della necessità di prevenire ma poi piano piano tutto ritorna nella inerzia ordinaria.

I limiti della normativa antisismica

E’ accaduto così anche dopo il terremoto dell’Aquila, quando le nuove Norme Tecniche antisismiche di Costruzione entrarono in funzione poco dopo a luglio 2009, dopo un lungo iter di gestazione nato nel lontano 1996.

La stessa norma del 2009 prevede una revisione biennale che però non è mai avvenuta, a causa anche di un dibattito tecnico molto intenso e che ha diviso gli esperti, con un parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici a maggioranza, proprio sui criteri di adeguamento dei vecchi fabbricati. Secondo il MIT questo prima revisione arriverà entro fine anno.

Per le norme attuali quindi l’adeguamento antisismico è obbligatorio – ai sensi di una circolare del 2004 – per luoghi pubblici strategici come scuole, comuni, ospedali, prefetture, beni culturali, musei. Lo è anche per nuovi edifici e quando vi è una ristrutturazione rilevante degli edifici esistenti. Non è obbligatorio invece per gli edifici esistenti.

Si tenga conto che in Italia ci sono circa 30 milioni di abitazioni di cui circa il 50% è stato costruito prima del 1974, in completa assenza di una normativa antisismica. Sono gli edifici più vetusti ad essere in pessimo stato di conservazione, ma senza sottovalutare edifici più recenti ma abusivi, costruiti in zone ad alto rischio e di pessima qualità.

Purtroppo il terremoto del 24 agosto dimostra che sono crollate sia le case nel centro storico e sia che gli edifici strategici come scuole ed ospedali che invece avrebbero dovuto reggere al sisma, dove evidentemente le norme non sono state applicate.

Selezionare gli interventi dove maggiormente si concentra il rischio è un dovere perché le risorse pubbliche e private sono scarse, scarsissime. Uno dei gravi limiti della situazione attuale è proprio la scarsa conoscenza dello stato esatto della sicurezza delle abitazioni, della staticità, dei materiali, dei suoli, degli effetti degli aggregati edilizi tipici dei centri storici. L’Ordine degli Ingegneri ed in generale tutte le professionalità tecniche propongono che il fascicolo di fabbricato diventi obbligatorio, in modo da selezionare gli interventi (e gli incentivi) con criterio.

Il Governo sembra essere d’accordo con questa impostazione ed ha allo studio uno schema che ricorda quello per la certificazione energetica. Per fotografare in maniera immediata il livello di sicurezza di un edificio si identificano sei classi, dalla A alla F. Una classificazione sismica che il ministero delle Infrastrutture utilizzerà come base per la mappatura degli edifici esistenti e la nuova versione potenziata dei bonus fiscali per la messa in sicurezza dei fabbricati, da rifinire con la prossima legge di Stabilità. Vedremo poi di tutti questi impegni che cosa si concretizza davvero ed in quali tempi.

I numeri sui costi degli interventi di messa in sicurezza ed adeguamento antisismico

E’ fuori discussione che l’adeguamento antisismico degli edifici pubblici e privati ha dei costi rilevanti d’intervento. Dal 2009 sono stati spesi 965 milioni per l’adeguamento antisismico di edifici nelle zone a rischio. Ma secondo la Protezione Civile questa è una piccola goccia nell’oceano: per tutta l’edilizia privata servirebbero 300 miliardi di euro ed altri 50 miliardi per la sicurezza degli edifici pubblici come scuole ed ospedali.

Secondo l’Ordine degli ingegneri intervenire nelle zone più a rischio 1 e 2, significa adeguare 12 milioni di immobili dove vivono 23 milioni di persone (lungo gli appennini ed in regioni come Sicilia, Calabria e Basilicata): una stima dei costi porta a dover investire 94 miliardi di euro.

Secondo l’architetto ed exdeputato verde Sauro Turroni, mettere in sicurezza molti edifici storici con tiranti, catene e fasciature andrebbe fatto subito: per questo ha scritto una lettera al presidente del Consiglio con questa proposta. Servirebbero subito 4,5 miliardi per questi interventi leggeri per evitare crolli futuri, mentre si predispongono piani di adeguamento necessariamente di lungo periodo.

Altra stima è stata effettuata a caldo il 25 agosto da Mauro Grassi, coordinatore degli interventi antidissesto idrogeologico alla Presidenza del Consiglio. A suo giudizio servono 4 miliardi annui per 20 anni: due per l’antisismica e due per il dissesto idrogeologico: 80 miliardi per la prevenzione e la cura del territorio.

I rischi del piano Casa Italia del Governo.

Da questa esigenza di integrare i diversi provvedimenti di prevenzione sismica, di efficienza energetica, di riqualificazione urbana e delle periferie, di manutenzione dei beni storici, di salvaguardia del territorio è nata l’idea del Governo di “Casa Italia”. Un piano del costo stimato di 2 miliardi per 20 anni su cui è stato avviato il confronto con ordini, esperti, sindacati e parti sociali, associazioni ambientaliste. Un piano che dovrebbe individuare le risorse per l’adeguamento degli edifici pubblici ed indicare il sistema di incentivi stabile – ecobonus e sismabonus – per sostenere la spesa per i privati per l’adeguamento degli edifici.

Un nome ed un piano suggestivo ma non privo di rischi: che a voler mettere tutto insieme, con l’incognita ancora delle risorse tutta da identificare, alla fine si traduca in diffusi interventi a pioggia e di questi ben poco si traduca in lavori di riduzione del rischio sismico là dove è noto, urgente e grave.

Già oggi è possibile con una norma della Legge Stabilità 2016 – voluta dal presidente della commissione Ambiente della Camera Ermete Realacci – una detrazione Irpef-Ires del 65% delle spese sostenute, sino a un ammontare massimo di 96mila euro, per interventi di messa in sicurezza statica. La detrazione è applicabile alle spese sostenute fino al 31 dicembre 2016 e vale per le abitazioni principali e gli impianti produttivi situati nelle zone 1 e 2 ad alto rischio sismico.

Ma quello che serve è il potenziamento e la stabilizzazione di queste detrazioni, da applicare a condomini ed aggregati edilizi e non solo ad unità abitative, perchè la sicurezza spesso si può fare solo a questa scala, e che coinvolga anche le seconde case.

Il Governo ha nominato Vasco Errani, expresidente della regione Emilia Romagna, commissario straordinario per l’emergenza terremoto di fine agosto ed ha coinvolto anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione, che dovrà vigilare su tutta la spesa pubblica per l’emergenza e la ricostruzione, a garantire legalità e trasparenza.

Al piano Casa Italia è stato chiamato Gaetano Azzone, rettore del Politecnico di Milano, che si avvarrà anche dell’architetto e senatore a vita Renzo Piano, famoso per i suoi progetti in tutto il mondo e che ha parlato di un “dovere civile, politico e morale” mettere in sicurezza il territorio. Ha proposto interventi leggeri e della necessità di non sradicare le persone, di ricostruire tutto com’era e dov’era.

Ma noi sappiamo che una delle componenti fondamentali della ricostruzione deve essere la partecipazione dei cittadini alle scelte che riguardano il loro territorio ed il loro futuro, cosi come la vigilanza costante e la trasparenza è un antidoto a speculazioni ed affarismi che si annidano sempre dove arrivano risorse pubbliche, come hanno dimostrato molte inchieste della magistratura.

Allo stesso modo formazione dei tecnici, ricerca e nuove tecnologie innovative ed informazioni puntuali ai cittadini, sono essenziali per fare delle prevenzione del rischio un’azione costante di ogni giorno.

Il confronto è in corso, le parole spese importanti, adesso si stanno scrivendo Decreti Leggi e Piani d’Intervento: resta da vedere se questa volta avremo davvero imparato qualcosa dagli errori del passato.

 

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