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Portare il Bes nelle politiche locali

Il Benessere Equo e Sostenibile potrebbe diventare elemento di riferimento per pianificare e poi valutare le politiche su scala comunale. Una proposta su come farlo

Parlare di Benessere Equo Sostenibile (Bes) significa confrontarsi con due sfere, non sempre comunicanti tra loro. Da una parte, la misurazione nazionale, portata avanti in maniera ufficiale dall’Istat. Dall’altra, la valutazione locale, intesa in questo studio a livello comunale, e alimentata dagli uffici statistica dei 29 Comuni partecipanti al progetto Urbes, voluto dall’Istat. La sfera nazionale è misurata annualmente dal Rapporto Bes, sperimentazione iniziata in sordina nel 2011 per volere dell’allora presidente Istat Enrico Giovannini. Il Bes, dopo l’audizione parlamentare avuta nel febbraio 2012, è stato definito in un primo Rapporto datato 2013, a cui sono seguiti altri due aggiornamenti nel 2014 e 2015, in attesa del quarto Rapporto che vedrà la luce il 14 dicembre 2016. Ma soprattutto, l’Istat ha messo al sicuro la misurazione dei 134 indicatori Bes per i prossimi anni, grazie all’inserimento dello stesso Bes, nel giugno 2016, come parametro di riferimento per la compilazione del Documento di Economia e Finanza (Def), e come strumento di valutazione ex post della Legge di Bilancio. La conferma che in Italia la misurazione del benessere è importante, per non dire fondamentale, nella pianificazione delle politiche pubbliche. Questo percorso è stato possibile grazie all’impegno parlamentare dei deputati Giulio Marcon (Sinistra Italiana) e Francesco Boccia (Partito Democratico), che hanno presentato alla Camera il disegno di legge a loro intestato (era il 19 febbraio 2015), volto a promuovere il Bes come parametro di riferimento nella misurazione e pianificazione delle politiche pubbliche. Anche il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini si è speso a favore del Bes, in occasione della presentazione del Rapporto 2015.

Ora è necessario un nuovo sforzo, che potrebbe avere come punto di riferimento l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, guidata dal 12 ottobre 2016 dal sindaco di Bari Antonio Decaro. L’idea è semplice e al tempo stesso ambiziosa: se il Bes è diventato il parametro statistico di riferimento per la Legge di Bilancio, perché non chiedere all’Anci di impegnarsi con Governo e Parlamento, affinché il Bes, magari nella sua declinazione dell’Urbes (strutturato con gli stessi 12 domini del Bes, ma con 64 indicatori contro 134), divenga elemento di riferimento per pianificare e poi valutare le politiche su scala comunale?

Tale idea, per svilupparsi, potrebbe individuare il Piano esecutivo di gestione (Peg) come riferimento, redatto ogni anno dai dirigenti di ciascun Comune (e approvato dalla Giunta), contenente gli obiettivi da assegnare ad ogni dipendente, sul raggiungimento dei quali verranno stabiliti i premi di produttività. Serve ovviamente la disponibilità dell’Anci, e magari di qualche parlamentare, per far partire l’iter di discussione. Pensiamoci: l’Urbes diventerebbe l’algoritmo di misurazione del benessere in ogni Comune italiano. O perlomeno, e intanto, nei Comuni capoluogo.

Il piano di lavoro potrebbe essere il seguente: i Comuni forniscono i dati utili ad alimentare i 64 indicatori coniati dall’Istat, e tale Istituto si preoccupa di sistematizzarli, comparandoli di anno in anno. Poi, sulla base dell’andamento positivo o negativo di ciascun indicatore, ogni Comune costruisce le politiche pubbliche da attuare per garantire il mantenimento, o il miglioramento, dei singoli dati. Ad esempio: calano le iscrizioni agli asili nido? Si affida ad un dipendente della Ragioneria comunale il compito di studiare misure di agevolazione per famiglie sotto una certa soglia Isee. Oppure: sono in aumento i cittadini che si informano solo con gli smartphone? Si affida ad un impiegato dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico il compito di studiare una app che dia in maniera facile e veloce tutte le informazioni sul Comune. Dopo dodici mesi, l’Istat procede ad una nuova rilevazione e, comparando i dati, la Giunta comunale su proposta del rispettivo nucleo di valutazione (organismo preposto all’esame del Peg e alla misurazione della performance), decide i premi di produttività da conferire a ciascun dipendente. L’idea di un “Bes a livello di Peg” consentirebbe di avere una mappatura dei livelli di benessere su tutti i Comuni (o almeno sui Comuni capoluogo), e permetterebbe di studiare e comparare le soluzioni migliori atte a promuovere il miglioramento di tali dati.

C’è un però. L’Urbes, a quanto si dice, non naviga in acque tranquille. Al momento, dopo due Rapporti, non sembra godere di particolare entusiasmo, né da parte degli organismi politici di una parte dei Comuni partecipanti, né da parte di alcuni vertici dell’Istat, che tuttavia ha per il momento confermato questo progetto. A quanto si sa, gli sviluppi futuri del progetto Urbes dovranno essere discussi e condivisi con la rete dei Comuni partecipanti al progetto, anche in relazione alla costruzione di un sistema informativo degli indicatori a cui l’Istat sta lavorando. Difficile che se ne parli prima del 2017, comunque. C’è però una possibile strategia: formare una rete di Comuni, aventi già esperienza di Urbes, che per spontanea volontà decidano di continuare a calcolare il valore dei propri indicatori di Bes. Magari riferiti al 2016. Questi Comuni, dati alla mano, potrebbero parlare della necessità di un Bes comunale con i parlamentari del proprio territorio, attivando una rete trasversale. Avviando quindi il percorso parlamentare, l’Anci potrebbe fungere da riferimento nel spronare il Governo sull’urgenza di questo lavoro. L’Istat, giocoforza, seguirebbe questo percorso, mettendo a disposizione i ricercatori che già hanno lavorato allo sviluppo di Urbes dal 2013. E potremmo così avere un Bes comunale, magari a livello di Peg.

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